Il corpo, tempio dello Spirito, per glorificare Dio


SE SI CONSIDERA IL CORPO DELL’UOMO E DELLA DONNA COME REALTÀ FUNZIONALI, LIMITATE ALLA SODDISFAZIONE DEL QUI E ORA, E NON COME PROCESSO DI CRESCITA E PROGRESSO, VERSO IL FUTURO, VERSO L’ETERNITÀ, SI PERDE L’EQUILIBRIO UMANO E ANCHE IL DIALOGO CON DIO CI PUÒ METTERE IN CONFUSIONE

Di Giuliva Di Berardino

La corporeità secondo la specifica prospettiva cristiana è un tema complesso. Lo tratteremo a partire da un testo biblico tratto dall’epistolario paolino.

O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?  Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Cor 6, 19-20).

“Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?”. La domanda provocatoria, più che retorica, che l’apostolo Paolo, l’apostolo “delle genti”, pone alla comunità dei credenti da lui evangelizzati che si trovava a Corinto, è per noi oggi un richiamo che viene dallo Spirito Santo, perché oggi più che mai siamo chiamati ad esaminare la nostra vita e metterci in questione in modo serio nei riguardi del nostro corpo e del valore che per i credenti assume il corpo dell’uomo e della donna.

Sicuramente sappiamo tutti che Corinto è una città della Grecia che già dai tempi antichi viveva di commercio e di mercato e sappiamo anche che la comunità dei credenti in Gesù presente in questa città era molto cara all’apostolo Paolo perché si tratta di una delle comunità che egli aveva evangelizzato. Una comunità nata in ambiente pagano, con origini pagane e di questo ci accorgiamo perché fin dall’inizio di questa lettera paolina, la prima indirizzata ai Corinzi, vengono descritti dei casi particolari che lasciano emergere una mancanza di equilibrio nella gestione delle questioni profonde della fede con la vita pratica dei credenti.

Gli studiosi mostrano che la forma religiosa di queste prime comunità sorte in ambiente pagano mostrano una fede in Gesù veicolata da dottrine gnostiche, che potremmo definire delle teorie filosofiche provenienti dal paganesimo, penetrate nel cristianesimo antico, teorie che cercavano di separare il mondo dello spirito da quello della carne. Si capisce allora che la comunità di Corinto vivesse una dissociazione tra spirito e corpo che ha allontanato, già dai tempi della predicazione paolina, la vita reale dalla fede in alcune espressioni del Cristianesimo.

Ecco allora che subito ci rendiamo conto che, in verità, i problemi della comunità di Corinto erano più o meno gli stessi che abbiamo anche noi oggi, perché i disordini dovuti alla dissociazione, o alla separazione tra realtà del corpo e realtà dello spirito, alla fine, sono sempre gli stessi.  Se la realtà non è solo quello che appare, ma anche quello che si percepisce e che si rielabora interiormente di essa, anche il corpo non è solo quello che appare, ma è piuttosto il centro vitale, in cui viene ri-elaborato e comunicato il vissuto.

E’ importante cogliere questo, perché, se si considera il corpo dell’uomo e della donna come realtà funzionali, limitate alla soddisfazione del qui e ora, e non come processo di crescita e progresso, verso il futuro, verso l’eternità, si perde l’equilibrio umano e anche il dialogo con Dio ci può mettere in confusione. E’ quello che è successo alla giovane comunità cristiana di Corinto, che aveva tanto entusiasmo per Dio, ma non riusciva a toccare la realtà della vita, a coinvolgere il corpo e le relazioni che il corpo stabilisce ai diversi livelli dell’esistenza, in modo da vivere senza tensioni la fede tra credenti. Questa prima lettera che Paolo scrive ai Corinti, che suggerisco di leggere, evidenzia due forti tensioni che scindono non solo la persona, ma tutta la comunità credente. Da un lato il libertarismo più sfrenato, dall’altro la rigidità di ascetismo troppo radicale. L’entusiasmo spiritualistico di chi ritiene di essere perfetto e maturo nella vita spirituale, o l’imposizione di un rigorismo acetico che porta alla rigidità, sono entrambe reazioni scaturite da un’unica radice ideologica, che, proprio in quanto ideologica, non considera la realtà. Si tratta di un pericolo subdolo, al quale San Paolo chiede di fare attenzione, offrendo una proposta concreta che possa purificarci da tutte le illusioni ideologiche e da tutte le fughe dalla verità che ci costruiamo: tornare a considerare il corpo come via che ci porta a ri-conoscere la verità, come via maestra che ci insegna a fondarci sulla verità, ad   accogliere la realtà con uno sguardo pronto a promuovere la vita, e non la morte! Il corpo di un anziano, o di un malato, ad esempio, senza uno sguardo purificato da un certo spiritualismo disumanizzante, ci appare come un peso inutile, destinato alla morte. Invece, se ci lasciamo purificare da questo modo di considerare il corpo, allora non vediamo più quel corpo come inutile, ma come un vissuto che si racconta attraverso la carne, un vissuto anche sofferto, ma attraverso il quale Dio ci insegna la sapienza della vita, la cura, il rispetto e, perché no?, la venerazione della vita. Ecco allora che lo Spirito santo, attraverso questo testo scritto da San Paolo, ci assicura che, ognuno di noi, posto davanti alla realtà della vita, ha un punto di equilibrio, una fonte concreta di discernimento della fede: il corpo. Non lasciamoci ingannare: nessuno può avere una fede consolidata e un’alta spiritualità senza essere “contaminato”, se possiamo dire così, con le cose materiali e le realtà della vita. Non si può essere persone spirituali senza aver imaporato ad abitare e ad accogliere il corpo e la sua fragilità. Rispondendo ai credenti entusiasti di Corinto, infatti, l’apostolo scrive: “Tutto mi è lecito: sì, ma non tutto è vantaggioso. Tutto mi è lecito: sì, ma non voglio lasciarmi schiavizzare da nulla” (6,12). Queste parole ci mostrano che il rapporto che abbiamo col corpo può essere per noi una via di libertà o una via di schiavitù, perché tutto dipende da quanto abbiamo purificato lo sguardo interiore che poniamo sulla nostra stessa esperienza del corpo, tutto dipende da quanto abbiamo permesso al corpo di uscire dall’illusione, per mettersi in relazione con l’altro, non per funzionalità o per esercizio di potere, ma per ri-conoscenza della verità che ci rende responsabili gli uni degli altri, perché si prende cura del corpo dell’altro. Il corpo ci insegna a crescere liberi ma non divisi, non scissi, perché ci indica il nostro destino ultimo, che è la risurrezione e la vita, per l’eternità. La fede cristiana professa che il corpo è destinato alla resurrezione, alla fine dei tempi, non perché sia uno specifico della fede cristiana, ma perché questa è un verità universale, che  è creduta fin dai tempi antichi da tanti popoli della terra. Che il corpo ci indica un destino ultimo comune a tutta l’umanità è una verità che portiamo iscritta dentro la vita stessa del corpo, non dentro la morte. Questo possiamo sperimentarlo anche nel nostro piccolo: quando ci feriamo, per esempio, il corpo si attiva in modo da ripristinare tutto. Certamente noi possiamo disinfettare la ferita, ma l’attività di cicatrizzazione il corpo lo attua da sè. Questo principio di vita il corpo lo produce senza giudicare, siamo noi che ci giudichiamo quando ci facciamo male, ma il corpo non giudica, si mette semplicemente in azione per la guarigione.  Questo vuol dire che siamo tempio dello Spirito Santo, che possiamo imparare dal corpo a comprendere le dinamiche dello Spirito Santo che agisce in noi e attraverso di noi, intorno a noi. E la dinamica dello Spirito santo è sempre dinamica di risurrezione! Impariamo allora dalla concretezza del nostro corpo a risorgere, impariamo che si può creare e ri-creare, ri-generare ogni cosa, senza giudicarci e senza giudicare, ma mettendoci in azione con fiducia, accogliendoci l’un l’altro con amore e misericordia. Concludiamo allora insieme questa meditazione ringraziando Dio per il nostro corpo che, come scrive San Paolo, “è stato riscattato dalla schiavitù a caro prezzo”, sulla croce in cui Gesù ha dato la vita per noi. Per questo il nostro corpo può esprimere la lode al Signore, Salvatore e Redentore di tutta l’umanità. Il corpo ci parla di questa lode che viene dalla croce, perché, se ci facciamo caso, il corpo umano è cruciforme e forse è per questo che la croce è diventato il simbolo dell’amore universale, che si estende verso tutti e si dona a tutti. Allora facciamo insieme questo esercizio che ci fa prendere coscienza di quanto siamo abitati dallo Spirito di Dio per poter vivere nell’amore che ci ha insegnato Gesù, l’amore che si dona sempre e che sempre ridona vita nuova. Ci curviamo fino a terra perché veniamo dalla terra, ma pian piano ci spingiamo verso l’alto, rialziamo la colonna vertebrale e la testa. Poi, per la forza dell’amore di Dio che è lo Spirito di Dio effuso da Gesù sulla croce, respiro per accogliere il Soffio di Dio che apre le mie braccia e mi prepara ad accogliere l’amore misericordioso di Dio che mi guarisce, mi rigenera a vita nuova e mi rende capace di accogliere gli altri come fratelli e sorelle perché insieme possiamo glorificare Dio nel nostro corpo. Amen.


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