Il vescovo di Rimini: “Gesù ci affida la sua Chiesa, casa con crepe e brecce da riparare”


“SONO LA BELLEZZA DI 50 ANNI CHE SONO PRETE, E MI SENTO DI CONFIDARVI CHE SONO STATI DAVVERO 50 ANNI DI LIMPIDA BELLEZZA”

Di monsignor Francesco Lambiasi* 

 

Carissimi Fratelli e Amici,
vengo a voi per raccontarvi il mio stupore. Oggi, 25 settembre, ricorre il 50° della mia ordinazione sacerdotale. Permettetemi una cordiale franchezza: non desidero una celebrazione solenne dell’evento. La mia contrarietà è determinata dal rischio – che non vorrei affatto correre
– di far diventare protagonista un piccolo pastore come me e non il “Pastore grande delle pecore” (Ebr 13,20).

Dunque sono la bellezza di 50 anni che sono prete, e mi sento di confidarvi che sono stati davvero 50 anni di limpida bellezza. No, non sono stati un mezzo secolo di bella vita, ma di una vita semplicemente bella. Nonostante limiti e fragilità, colpi e contraccolpi, ansie e angosce, slanci e rovesci, sono e rimango stupito, perché, ad oggi, il saldo della partita doppia dell’attivo e del passivo, nel bilancio di questa povera vita mia, mi risulta alla fine sorprendentemente positivo.

Sono stupito, perché mi sento teneramente e tenacemente amato da Gesù, il Pastore innamorato del suo gregge e dei suoi pastori. Mi sento ancora cercato da lui. Da lui, di nuovo, chiamato e mandato. Sì, sono stupito perché Gesù continua a cercarmi. Lui non può tollerare che “anche uno solo dei suoi fratelli più piccoli si perda” (cfr Mt 18,14). Lui è tutto suo Padre. Un Padre-Abbà che non si accontenta di avere in casa un figlio su due, cioè il 50%, come nella parabola del padre misericordioso. Non si accontenta neppure del 90%, come nella parabola delle dieci monete. Di più: neanche del 99%, e per questo se ne va in cerca anche di una sola pecorella smarrita. Chissà, forse, se avesse dovuto sostenere l’esame di matematica, il Maestro di Nazaret avrebbe rischiato una solenne bocciatura. Per lui 1 = 99. Di più, perché “ci sarà più gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7). Pertanto, se gli mancassi anche solo io o solo tu o un altro fratello o sorella, gli mancherebbe tantissimo. Tanta cura e premura mi commuove. E questo basta alla mia gioia.

Sono stupito perché Gesù continua a chiamarmi. Noi siamo cercati da Dio, che ci ha ‘chiamati’ dall’eternità. È la ‘vocazione’. Il Padre Abbà mi ha scelto. Mi ha voluto. Mi ha invitato ad esistere. Mi ha inviato nel mondo per essere un’altra “copia bella” – unica, originale, irripetibile – dell’immagine perfetta del Figlio suo. Sentirsi scelti è una delle esperienze umane più liete e gratificanti. Mentre il sentirsi dimenticati e disattesi è spesso la fonte amara da cui fuoriescono a fiotti tante nostre tristezze. Ne rimango incantato. E questo è più che sufficiente per la mia gioia.
Sono stupito perché Gesù continua a mandarmi in missione.

Siamo stati chiamati per andare a servire, a seminare, non a mietere successi. Non a compiere prodigi spettacolari. Neppure a produrre effetti speciali. Noi non siamo né i giganti dei nostri miraggi né i fantocci dei nostri incubi. Siamo solo servi inutili, non perché il nostro servizio non serva a niente, ma perché siamo chiamati a servire e basta. Senza riserve e senza pretese. Senza abbagli di premi e medaglie. Senza i brividi di minacce e castighi. Perciò non stiamo lì a romperci la testa con la doppia colonna degli oneri e degli onori, degli investimenti e dei fatturati. Mi basta sapere che sono stato chiamato non perché me lo sono meritato, ma perché sono stato amato. Ma è proprio questo che basta alla mia gioia. Non è il caso di esserne felicemente sorpresi?!

Sono stupito perché Gesù continua ad associarmi alla sua opera di salvezza, operando due passaggi nella mia vita. Il primo lo definirei così: ‘decentramento’. Il bel Pastore mi ha piantato nel cuore un ideale sognato ad occhi aperti. Questo: lasciarmi decentrare. Lasciarmi espropriare di me, della mia propria vita per prendermi cura della vita degli altri. Essere prete per gli altri. Prete della gente, per la gente. Prete per la vita della gente. Questo dico a me stesso ogni mattina, quando mi sveglio: “Questa giornata che il Signore mi regala non è per me. È per la mia gente”.

Uscire da me per andare verso quanti ci sono affidati. Verso chiunque incontreremo, 24 ore su 24, 7 ore su 7. Poter andare per la strada, guardare negli occhi ogni persona e poterle dire: “Sorella, Fratello, ti voglio bene”. Sì, ti voglio bene. Perché la tua vita è più importante della mia.
Perché il tuo male mi fa più male del mio. Perché la tua salute è più preziosa della mia. La tua pace mi sta più a cuore della mia. Il tuo problema viene prima del mio.

Sono stupito perché Gesù ce la mette tutta per espropriarmi di me. A me tocca lasciarmi espropriare di me per permettergli di agire in me e attraverso di me. Questa ‘opzione fondamentale’ vale per ogni uomo che voglia vivere da fratello. In particolare vale per ogni cristiano. E in modo specialissimo per ogni prete. È il secondo passaggio. Ma perché non resti, per il prete, una pia intenzione o un vago, fumoso desiderio, bensì diventi vita nella nostra vita, allora occorre che noi preti facciamo una scelta preliminare. Quella di consegnarci al bel Pastore, che dà la vita per le sue pecorelle. Già la fede battesimale, ma ancora di più il ministero ordinato, consegna la persona a Dio, a Gesù, il quale diventa – per me, per te, fratello prete – il Signore della mia vita. Colui che la orienta, la difende, la guarisce. Colui che le dà colore, odore, sapore.

E allora si verifica il paradosso, che non finisce di sorprendermi. A farsi strumenti e servi di Cristo non solo non si diventa meno se stessi. Anzi lo si diventa ancora di più. La nostra stessa esistenza umana raggiunge così la sua strapiena, esuberante compiutezza. È la promessa del centuplo : “Chi avrà lasciato padre, madre, fratelli e sorelle, riceverà cento volte tanto…”.

Sono stupito perché Gesù non si stanca di farmi dono della sua Chiesa. Anche a noi oggi Gesù affida la sua Chiesa, questa casa con crepe e brecce, che ha continuo bisogno di essere riparata, come la Chiesa del tempo di Francesco d’Assisi, che era tutta in rovina. Noi non ci sentiamo affatto delle rocce, come Pietro-Kefas, ma solo delle piccole pietre, dei poveri sassetti.

Ma nessun sassolino al mondo è inutile, ricordava Fellini, nel film La strada. Altrimenti “tutto sarebbe inutile, anche le stelle”. Anzi in mano a Gesù ogni sassolino diventa prezioso. Perché lui è fatto così: prende il primo ciottolo che incontra per strada e lo colloca dove ne ha bisogno. Quel ciottolo sei tu, sono io, ognuno di noi. Lui ti guarda con infinita tenerezza e si mette a cesellare la tua povera vita. Getta via le cianfrusaglie, ma non mi fa fare brutta figura. E che m’importa, se mi mette sopra una volta che tutti ammirano o sotto il pavimento a cui nessuno bada? Ciò che importa è trovarmi nelle sue mani, malleabile, utile, per essere collocato là dove lui da sempre mi ha sognato, nel posto preparato proprio apposta per me. E tu, tutti noi, per quanto piccoli sassi, siamo però resi dal suo amore “pietre vive”, e dunque abbiamo una voce, e possiamo gridare a Dio la nostra felicità.

Sono stupito perché Gesù continua ad offrirmi tutta la sua misericordia. Ha scritto Bonhoeffer, teologo e pastore evangelico, ucciso dai nazisti: “Non ci interessa un divino che non faccia fiorire la vita. Un divino cui non corrisponda il rigoglio dell’umano non merita che ad esso noi ci dedichiamo”. È la novità umanamente insuperabile del cristianesimo. Non più un Dio che domanda agli uomini doni, offerte, sacrifici, come nelle varie religioni, ma un Dio che si dona lui stesso, che perde se stesso dietro e dentro le sue creature. Come lievito dentro il pane. Come pane dentro il corpo. Come parola dentro il cuore. Come vangelo e buona notizia dentro la vita. È vero: Dio usa anche le cesoie per potare, ma mai per amputare. Dio viene e interviene come libertà libera e liberante, come salvezza che promuove, non come tirannia che boccia e schiaccia. Non è un Dio che punisce e ferisce, ma che risana, rialza e rilancia. Un Dio capovolto. Non un sovrano implacabile che chiede sacrifici per sé, ma che si sacrifica, lui, per me, per te, per tutti. È la rivelazione e la rivoluzione della tenerezza.

Cari amici, un’ultima parola: grazie di cuore per il bene che mi volete e che mi fate con il dono della vostra testimonianza. Ma, vi prego, aiutatemi anche a dire grazie al Pastore buono per tutti i doni che mi ha fatto in questi 50 anni di vita e di ministero. Aiutatemi a dirgli che io non rimpiango nulla del passato. Sono contento di tutto, anche delle prove e delle sofferenze disseminate nel mio cammino. Aiutatemi a pregarlo di farmi arrivare a dire nella verità, almeno prima dell’ultimo respiro: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).

Vi abbraccio forte

 

*Vescovo di Rimini –  Lettera al presbiterio e ai fedeli
nel 50esimo anniversario di Sacerdozio


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