Le forme dell’orazione da conoscere


L’ORAZIONE ELEGGE LA SOLITUDINE, CHE È ASSENZA DI RELAZIONE, A LUOGO PRIVILEGIATO DELLA RICERCA DI DIO

Di Giuliva Di Bernardino

Che cos’è l’orazione? Potremmo dire che l’orazione è una semplice preghiera. Il termine orazione, infatti, viene direttamente dal latino oratio –onis che significava “discorso” nel latino classico, venivano chiamati così i discorsi dei grandi oratori e retori antichi.

Con la venuta del cristianesimo l’orazione divenne sempre di più il discorso che veniva fatto in onore di un defunto, poi passò a indicare anche una predica solenne. Nella liturgia, perciò, viene detta orazione ogni formula di preghiera con la quale il ministro si rivolge a Dio in nome dei fedeli. 

Nella liturgia della  celebrazione eucaristica, cioè della messa, ci sono 3 orazioni liturgiche, che sono anche dette “orazioni presidenziali” perché vengono pronunciate dal presidente della celebrazione a nome di tutta l’assemblea riunita e di tutto il popolo dei battezzati. Esse sono: l’orazione di colletta, posta all’inizio della celebrazione, l’orazione sulle offerte, al momento della messa che chiamiamo “offertorio”, e l’orazione detta “dopo la Comunione”. La terza edizione del Messale Romano, entrata in vigore ufficialmente il 4 Aprile 2021, introduce per il periodo di Quaresima un altro genere di orazione: l’orazione “super populum” recitata nei riti di conclusione prima della benedizione e del congedo dell’assemblea. Certamente questo tipo di orazione non è una novità assoluta nella celebrazione perché è presente anche nei diversi messali, ma la novità del nuovo messale sta nel fatto che l’orazione “super populum” è presente in ogni giorno esclusivamente nel periodo della Quaresima, ma ovviamente è sempre il celebrante che presiede la messa a valutare, per i giorni feriali, se utilizzarla o no.

In breve possiamo solo accennare alcune caratteristiche proprie dell’orazione “super populum”, dato che essa ha una sua originale ritualità che la differenzia dalle altre orazioni. Innanzi tutto questa orazione viene preceduta da un invito affidato al diacono, e in sua assenza allo stesso sacerdote che presiede, in cui si invita l’assemblea a mettersi in un atteggiamento particolare di ricezione della preghiera, nella formula: “Inchinatevi per la benedizione”.

Le parole dell’orazione, inoltre,  vengono pronunciate dal celebrante con le mani stese sull’assemblea. L’altra particolarità di questa orazione liturgica è che essa non è formulata non con il “noi”, come le altre tre orazioni, ma è una preghiera rivolta a Dio da chi presiede per i presenti che, concluso il rito liturgico, ritornano alla loro vita quotidiana. 

Oltre alle orazioni liturgiche, però, nella teologia cattolica, che ha percorso il lungo cammino della storia occidentale, si sono sviluppate altre forme di orazione che potremmo definire più “personali”. Già dall’inizio del Cristianesimo, e poi sempre più in epoca medioevale, si cominciò infatti a distinguere diversi tipi di orazione personale o individuale: l’orazione mentale, l’orazione vocale, e poi, in epoca più moderna, l’orazione che potremmo definire “riformata”, sorta in seguito alla Riforma Cattolica, che seguì il Concilio di Trento (1545-1563). 

Nasce così una forma di orazione più profonda, che potremmo chiamare orazione del cuore, o orazione d’amore, proposta da una grande santa che la liturgia ci fa ricordare ogni anno il 15 ottobre: Santa Teresa d’Avila (1515-1582).

Proclamata Dottore della Chiesa nel 1970 da papa Paolo VI, che per la prima volta proclamava una donna col riconoscimento ufficiale di “Dottore della Chiesa universale”, Santa Teresa divenne la grande maestra spirituale che offre a tutto il mondo cattolico la dottrina sull’orazione. Se infatti l’orazione vocale si presenta come una “preghiera che si esprime esteriormente con parole”, l’orazione mentale, appare come una preghiera “non parlata” ma “pensata”, considerata, quindi, come una sorta di pio “esercizio” per elevare la mente a Dio. Ora, Santa Teresa d’Avila, che chiamavano anche Teresa di Gesù o “la grande Teresa”, approfondisce l’orazione mentale fino a farla diventare, come dicevo, orazione “del cuore o orazione d’amore“, come l’ho chiamata io. L’orazione quindi, ogni tipo di orazione personale è sempre una preghiera intima che necessita di silenzio e solitudine. Certamente si tratta di una forma di preghiera che, ovviamente, non è per tutti, ma la profondità di questa pratica, di questa via che Santa Teresa di Gesù ha offerto alla Chiesa universale, è riconosciuta da tutti i cattolici come una forma di preghiera valida, che porta alla realizzazione della persona umana, perché guida la persona a diventare una presenza significativa nella realtà in cui essa vive.

A pensarci bene, la dottrina di Santa Teresa oggi potrebbe esserci molto d’aiuto perché ci può mettere in condizione di non soffrire più il grande male della nostra società, che è la solitudine. L’orazione, infatti, elegge la solitudine, che è assenza di relazione, a luogo privilegiato della ricerca di Dio. E, in fondo, questa forma di preghiera non è altro che  una meravigliosa strategia ispirata da Dio, che ci porta ad incarnare la fede e a far tornare a nostro vantaggio perfino la solitudine che a volte soffriamo, e che, il più delle volte, subiamo. 

Ecco come Santa Teresa ci insegna a vivere l’orazione: «Anzitutto si fa il segno della croce, poi l’esame di coscienza, indi si recita il Confiteor. Poi, siccome siete sole, dovete cercarvi una compagnia. E ve n’è forse una migliore di quella del Maestro che vi ha insegnato la preghiera che state per recitare? Immaginate, quindi, che vi stia vicino, e considerate l’amore e l’umiltà con cui vi istruisce in quello stato il vostro cuore si sentirà intenerire, e allora non solo lo guarderete ma vi verrà pure di parlargli (…), non con preghiere studiate, ma con parole sgorganti dal cuore , che sono sempre quelle che Egli stima di più (…)». Dopo aver letto queste parole, comprendiamo subito che l’orazione, così come ce la insegna Santa Teresa di Gesù, ha la forza di liberare la nostra mente dalle ansie che la turbano ogni giorno e può offrirci la sapienza che ci occorre per non lasciarci vincere dagli inganni del male, e non sentirci più vittime delle nostre solitudini. Fondamentale, per ottenere questa sapienza che ci libera, è la perseveranza. Ogni giorno, secondo questa grande maestra spirituale, dobbiamo intrattenerci con Dio, senza mollare mai, perché solo così potremo restare sempre in uno stato di pace e ci renderemo più disponibili alla carità, all’accoglienza degli altri e alla benevolenza nei loro riguardi. 

Per concludere questa mia ricerca sull’orazione, vi lascio con alcune parole di Santa Teresa perché ci incoraggino a vivere in unione con Dio: «Dico soltanto quello che so per esperienza: cioè che chi ha cominciato a fare orazione non pensi più di tralasciarla , malgrado i peccati in cui gli avvenga di cadere. Con l’orazione potrà presto rialzarsi, ma senza di essa sarà molto difficile. (…)Quanto a coloro che non hanno ancora incominciato, io li scongiuro per amore di Dio a non privarsi di un tanto bene.(…) Anche se non facessero progressi, né si sforzassero di essere così perfetti da meritare i favori e le delizie che Dio riserva agli altri, guadagnerebbero sempre con l’imparare il cammino del cielo; e perseverando essi in questo santo esercizio, ho molta fiducia nella misericordia di quel Dio che nessuno ha mai preso invano per amico; giacché l’orazione mentale non è altro, per me, che un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui dal quale sappiamo di essere amati (….) Desidero avvertirvi che per inoltrarsi in questo cammino e salire alle mansioni a cui tendiamo, l’essenziale non è già nel molto pensare, ma nel molto amare, per cui le vostre preferenze devono essere soltanto in quelle cose che più ci spingono ad amare» (Mans. IY 1,7).


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