Il Libano è di nuovo sull’orlo del collasso


L’INCHIESTA GIUDIZIARIA SULL’ESPLOSIONE NEL PORTO DI BEIRUT CHE HA DEVASTATO GRAN PARTE DELLA CAPITALE LIBANESE POTREBBE SFOCIARE IN UN NUOVO SCONTRO CIVILE

Di Angelica La Rosa

L’inchiesta giudiziaria sull’esplosione nel porto di Beirut che ha devastato gran parte della capitale libanese potrebbe sfociare in un nuovo scontro civile.

Miliziani e simpatizzanti di Hezbollah hanno manifestato nei giorni scorsi per chiedere la destituzione del giudice, che addita il partito sciita come corresponsabile della catastrofe. L’evento si è concluso con una sparatoria, con cinque morti e almeno 20 feriti.

Le scene di violenza hanno ricordano la guerra civile (1975-1990) in uno dei suoi luoghi più emblematici: la rotatoria Tayouné a Beirut, uno dei punti critici della prima linea di demarcazione. Questo viale separa i quartieri prevalentemente cristiani di Aïn el-Remmaneh da quelli prevalentemente sciiti di Chyah.

Le violenze sono iniziate quando sono stati sparati colpi dai tetti di alcuni edifici contro i manifestanti di Hezbollah e Amal che si stavano recando in tribunale per chiedere la destituzione del giudice Tarek Bitar, incaricato delle indagini sull’esplosione nel porto che ha devastato la capitale libanese il 4 agosto 2020.

Nonostante la massiccia presenza dell’esercito, per tre ore sono proseguiti intensi scontri, anche con l’utilizzo di granate B-7, tra cecchini e miliziani del partito sciita. Il bilancio è di almeno 5 morti e una ventina di feriti.

La sparatoria ha causato il panico nelle strade e nei quartieri circostanti. Il grande collegio dei Fratelli delle Scuole Cristiane, situato in piazza Tayouné, è stato evacuato in un clima di panico. Molti residenti sono stati assistiti dalla Protezione Civile ed evacuati dalle zone più esposte.

L’inchiesta sulla tragica esplosione nel porto di Beirut sembra aver raggiunto un importante punto di svolta con il mandato di cattura emesso nei confronti dell’ex ministro delle Finanze Ali Hassan Khalil, braccio destro del presidente Nabih Berry, nonché la convocazione dell’ex capo del governo Hassane Diab. La situazione è aggravata dal fatto che il giudice istruttore, Tarek Bitar, agisce all’interno di una struttura giudiziaria eccezionale, la Corte di giustizia, la cui giurisdizione copre i reati contro la sicurezza dello Stato e la cui sentenza è definitiva.

I ministri sciiti, e i loro alleati, hanno minacciato di dimettersi se il giudice Bitar non sarà sollevato dal caso. Najib Mikati, capo del governo da circa un mese fa, ha spiegato che il Consiglio dei ministri non ha il diritto di rimuovere un giudice da un caso, secondo il principio della separazione dei poteri. Il Consiglio Superiore della Magistratura può farlo solo se riscontra una grave violazione dei doveri corrispondenti alla carica. Hezbollah accusa Bitar di “politicizzare le indagini”.

 

Nella foto l’esplosione avvenuta presso il porto di Beirut il 4 agosto dello scorso anno


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