Albino Luciani, il Papa “dolce e risoluto”: intervista al collaboratore della sua causa di beatificazione


INTERVISTA A DON DAVIDE FIOCCO, COLLABORATORE DELLA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DI GIOVANNI PAOLO I, A POCHI GIORNI DALL’APPROVAZIONE DEL MIRACOLO OTTENUTO A BUENOS AIRES GRAZIE ALL’INTERCESSIONE DI ALBINO LUCIANI (1912-1978)

Di Giuseppe Brienza

Il 28 settembre di 43 anni fa moriva in Vaticano Giovanni Paolo I, dopo soli 33 giorni di pontificato. Nato Albino Luciani nel piccolo paese della montagna bellunese di Canale d’Agordo il 17 ottobre 1912, il futuro Papa con i genitori, un fratello, una sorella e due sorellastre, hanno vissuto in condizione di estrema povertà arrivando, talvolta, ad andare a letto affamati. Nel terribile anno 1917 il piccolo Albino fu persino mandato in giro per il suo paese con un cestino per chiedere la carità, un’esperienza che non dimenticherà mai.

Presso il Centro di Spiritualità e cultura Papa Luciani di Santa Giustina (Belluno), abbiamo incontrato don Davide Fiocco, direttore di questa benemerita opera, che ha collaborato alla causa di beatificazione di Giovanni Paolo I.

Sacerdote della diocesi di Belluno-Feltre, don Fiocco ha conseguito il Dottorato in Teologia alla Pontificia Università del Laterano e la licenza in Teologia e scienze patristiche all’Augustinianum (Roma). Insegna attualmente Patrologia presso gli ISSR di Bolzano e di Treviso ed ha collaborato alla “Positio” nella Causa di Canonizzazione di Papa Luciani. Gli abbiamo rivolto alcune domande per inFormazione Cattolica.

Nel suo libro Papa Luciani. Briciole di attualità (Tipi Edizioni, Belluno 2020), Lei ci ha dimostrato che la testimonianza di Papa Luciani ha un valore anche per la Chiesa e per la società di oggi. Ad oltre quarant’anni dalla sua morte, potrebbe sintetizzarci i motivi di questa sua affermazione?

Una causa di canonizzazione non è solo uno studio accademico: essa vuole soprattutto mettere in evidenza il segno lasciato nel suo tempo da un uomo di Dio, perché sia un segno valido anche negli anni venturi. Ne è finalmente venuto un ritratto che va oltre i cliché del “Papa del sorriso”, del “parroco del mondo” e oltre la letteratura noire, che sulla repentina morte ha intessuto i suoi ricami, dimenticando i precedenti 66 anni di una vita spesa al servizio di Cristo. 

Luciani è stato uno schivo prete di montagna, che ha fissato nell’umiltà la virtù specifica del discepolo di Colui che si è detto «mite e umile di cuore»; è stato il dottore in teologia, che però evitava la magniloquenza verbale perché – come gli aveva insegnato il suo parroco – anche la vecchietta dalle mani tremolanti potesse comprendere uno scritto; è stato il vescovo, che scelse di riparare con giustizia il danno economico recato da due preti della sua diocesi; è stato il pastore, attento alle vertenze sindacali degli anni Sessanta, che per primo in Italia volle un contratto sindacale per i sacrestani, perché ricordava i principi di giustizia dettati dal padre socialista; è stato il teologo, che ha rinunciato ad alcune aperture d’avanguardia, per essere leale al dettato di Papa Paolo VI dopo la pubblicazione di Humanae vitae; è stato il porporato che, per salvaguardare la comunione ecclesiale con la Conferenza episcopale italiana, ha saputo anche essere severo e impopolare nei marosi culturali e politici degli anni Settanta.

Cosa dire del ruolo e della partecipazione di Albino Luciani al Concilio Vaticano II?

Luciani era vescovo da 29 giorni, quando il 25 gennaio 1959 Papa Giovanni XXIII annunciò il Concilio Vaticano II. Il Concilio fu per lui il “noviziato episcopale”: aveva cinquant’anni, ma si immerse nel New Deal ecclesiale studiando ancora e visse l’assise vaticana come un periodo di trasformazione. Partecipò ai lavori di tutte le quattro sessioni conciliari. Sempre presente in aula, prendeva appunti, annotava impressioni, interventi, appuntamenti su un quaderno, spesso in latino, così come quasi tutti parlavano in aula. Dopo il Concilio, i grandi temi dei documenti divennero l’ispirazione della sua predicazione. Però la ricezione del Concilio generò anche una crescente polarizzazione tra progressisti e tradizionalisti. Luciani commentava con amarezza: «Dopo la primavera cominciano i temporali estivi». In una famosa predica ai seminaristi di Belluno nel 1969 stigmatizzò la contrapposizione tra il “prete Vaticano I” e il “prete Vaticano III”: gli pareva di stare come in mezzo “a tre Concili”, tra preti che erano nel modo più assoluto attaccati al Vaticano I, altri che andavano decisamente oltre ciò che il Concilio aveva stabilito, e, in ultimo, quelli che erano in sintonia, seguendo in modo corretto le indicazioni del Papa regnante, Paolo VI.

Come vedeva la collegialità episcopale Albino Luciani? Possiamo annoverarlo fra quei cardinali e vescovi che hanno considerato pressappoco questo principio in un’estemporanea novità introdotta dal Concilio Vaticano II?

Assolutamente no! Basti dire che l’unico intervento che mons. Luciani fece al Concilio – per iscritto – fu proprio a sostegno della collegialità episcopale. Lo sosteneva con un argomento semplice, ma teologicamente dirimente: nella storia della Chiesa la collegialità c’è sempre stata. Per provarlo – scrive – basta osservare la «prassi costante della Chiesa», per cui nei tanti Concili della storia «l’esercizio della suprema potestà collegiale si è sviluppato parallelamente con l’esercizio della suprema autorità primaziale». È curioso che a sostegno della tesi Luciani abbia richiamato un passo di Mauro Cappellari, il monaco camaldolese che poi fu Gregorio XVI, il primo Papa bellunese.

In che senso, come Lei ha avuto modo di affermare in alcune occasioni, il messaggio di Papa Luciani “prelude” al magistero spirituale di Papa Francesco?

Questa ricerca di paralleli tra i due Papi sta diventando un cliché che, se mi appassionava, ora mi sembra consunto. Propongo comunque un esempio: ogni volta che si parla della misericordia di Dio, si sentono bofonchiare i figli maggiori della parabola evangelica: «Basta con questa misericordia, è ora di chiamare peccato ciò che è peccato e di chiamare i cristiani alla responsabilità». E pensare che l’apostolo Giacomo aveva scritto: «La misericordia ha sempre la meglio nel giudizio». Anche Luciani sapeva di qualche prete che preferiva mettersi di fronte al popolo di Dio nei quaresimali con la «prosopopea di Natan», con il cipiglio del fra’ Cristoforo manzoniano di fronte al perfido don Rodrigo.  Ma la misericordia di Dio è il cuore del Vangelo e nella lettera di Illustrissimi indirizzata a Charles Péguy, Luciani commenta: «Nessun peccato è troppo grande: una miseria finita, per quanto enorme, potrà sempre essere coperta da una misericordia infinita […] Dio non solo si chiama Padre, ma padre del figliol prodigo, che ci scorge quando siamo ancora lontani, che si intenerisce e, correndo, viene a gettarsi al nostro collo e a baciarci teneramente».

La vita ecclesiale di Albino Luciani prima di essere eletto al Soglio di Pietro dimostra la sua indiscussa lealtà verso il Papa regnante. Come ricordare e riproporre questa virtù ai cattolici durante questo contestato pontificato di Jorge Mario Bergoglio?

Il 29 maggio 2019, in piazza Duomo a Milano, mentre un noto politico italiano brandiva un rosario a mostrare la sua devozione, si sono avvertiti tra la folla un crescente borbottio e poi fischi che salivano all’indirizzo di Papa Francesco. In quel giorno ho provato amarezza, proprio perché molti in quella piazza, pur con i loro distinguo, si dichiaravano cattolici. Qualche mese dopo il card. Angelo Scola – proprio lui che dopo il conclave del 2013 è stato descritto (troppo!) come capofila di una cordata alternativa a Bergoglio – ha testimoniato: «fin da bambino ho imparato che “il papa è il papa”». Fa parte dell’essere cattolico anche il rispetto dovuto a Pietro.

Può descrivere e commentare per i nostri lettori l’episodio “profetico” accaduto a Venezia fra San Paolo VI e l’allora Patriarca Albino Luciani?

Era il 16 settembre 1972. Sulle passerelle di piazza San Marco c’erano uno di fronte all’altro Paolo VI e il Patriarca di Venezia, il Papa regnante e il suo successore, che – come dirà – divenne «tutto rosso davanti a ventimila persone». Papa Montini stava andando a Udine dove si teneva il Congresso eucaristico nazionale; volle fare una sosta a Venezia e lì compì quel gesto. Spesso è stato visto come un gesto profetico, un’investitura. Certo, la Provvidenza può certamente essersi servita di quel gesto come segno profetico.

A mio modo di vedere però Paolo VI, con la sua tipica finezza, stava soltanto rispondendo ad alcuni preti e intellettuali veneziani che, dall’autunno del 1971, avevano scritto a Roma, chiedendo la rimozione del nuovo Patriarca: perché era fermo nella dottrina cattolica contro alcuni insegnanti d’avanguardia in seminario; perché era troppo semplice nel parlare e… scriveva lettere fittizie ai morti (le lettere di Illustrissimi), perché non sapeva parlare con i vivi! Tra l’altro, Luciani lo venne a sapere e mai si rivalse contro i firmatari. Ed ecco che Paolo VI sulle passerelle di piazza San Marco ribadì: questo è il vostro vescovo! È un’interpretazione che mi sembra più fondata storicamente rispetto alle ipotizzate preveggenze di Paolo VI.

Quale il pensiero di Albino Luciani sull’identità e sul futuro dell’Europa?

Meglio lasciare la parola all’interessato che nel 1978, considerando la neonata Comunità Economica Europea [CEE, oggi UE, n.d.r.], scriveva: «troppo poco accontentarsi della situazione attuale (del 1978!); nella quale, in pratica, i governi nazionali rimangono i veri depositari di ogni volontà decisionale. Bisogna mirare a uno dei tanti sistemi federali, che la storia mostra realizzabili. In esso il potere dei singoli stati deve mollare qualcosa; applicando il “principio di sussidiarietà”, al singolo stato resti il potere di fare ciò che le proprie forze gli consentono; ciò, invece, che supera le sue possibilità venga demandato alla comunione europea».

Potrebbe richiamare qualche riflessione o giudizio particolare di Luciani come Patriarca di Venezia sui vari episodi dell’attualità politica così drammatica degli anni Settanta nel nostro Paese?

Negli anni di piombo, soprattutto nel contesto del “delitto Moro”, Luciani intervenne a più riprese. Mi ha colpito laddove faceva notare che l’uso della violenza era cominciato con le armi improprie, come le bottiglie molotov, che erano state sottovalutate: in poco tempo si era arrivati alle «armi vere usate con crudeltà cinica e terrificante». E raccomandava agli intellettuali e ai giornalisti: «ogni pensiero, ogni parola è un seme dal quale può nascere un frutto buono o malvagio: quanto viene detto, recitato, scritto, trasmesso non cade in terra di nessuno, ma opera su uomini vivi, permea situazioni di esistenza e decisioni di vita». Le parole possono diventare pallottole e anche bombe: basti pensare ai social.

Lo stile episcopale di Albino Luciani costituisce, secondo alcuni, una sorta di “ponte” tra fedeltà al modello antico e l’apertura al “nuovo” modello ecclesiale. Cosa ne pensa?

Si levano spesso nelle parrocchie le lamentazioni dei nostalgici di tempi in cui non era così e dei ruminanti delle gloriose tradizioni passate. Le cose cambiano e il cristiano – discepolo del Signore – sa di dover cogliere anche i segni dei tempi, le novità a cui Dio chiama la sua Chiesa. Dovrà soprattutto archiviare la rituale antifona di tante liturgie parrocchiali: «Si è sempre fatto così». Perché non dice il vero: ogni tradizione ha cominciato a essere e proprio papa Luciani – si dice, ma non saprei indicarne la fonte – avrebbe una volta sentenziato: «La tradizione la facciamo noi». È meglio essere pronti a cogliere e gustare la novità, piuttosto che trovarci a rimpiangere le cipolle di Egitto, in un passato che certamente a noi sembra più roseo di quello che era.


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Mah….articolo molto confuso e confondente. Tra Luciani e Bergoglio c’è un abisso!
Tobia