Albino Luciani sarà Beato: ecco il miracolo avvenuto a Buenos Aires


INTERVISTA A DON DAVIDE FIOCCO, COLLABORATORE DELLA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DI GIOVANNI PAOLO I, A POCHI GIORNI DALL’APPROVAZIONE DEL MIRACOLO OTTENUTO A BUENOS AIRES GRAZIE ALL’INTERCESSIONE DI ALBINO LUCIANI (1912-1978)

Di Giuseppe Brienza

Presso il Centro di Spiritualità e cultura Papa Luciani di Santa Giustina (Belluno) risiede don Davide Fiocco, sacerdote della diocesi di Belluno-Feltre, che ha collaborato alla causa di beatificazione di Giovanni Paolo I. Gli abbiamo rivolto diverse domande sulla vita e sull’insegnamento di Albino Luciani (1912-1978) e, con le domande e risposte che seguono, concludiamo l’intervista pubblicata ieri nella prima parte su inFormazione Cattolica.

A seguito del miracolo recentemente avvenuto in Argentina, Papa Francesco ha potuto finalmente decretare la beatificazione di Albino Luciani. Ma cos’è successo precisamente a Buenos Aires?

Attesa la delicatezza del caso, preferisco citare tra virgolette quanto pubblicato dalla Congregazione. Come prescritto, per la beatificazione di Giovanni Paolo I, nel 2016 la Postulazione presentò «all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, di una bambina affetta da “grave encefalopatia infiammatoria acuta, stato di male epilettico refrattario maligno, shock settico”. L’evento è accaduto il 23 luglio del 2011 a Buenos Aires […] La bambina il 20 marzo 2011, all’età di undici anni, iniziò ad accusare un forte mal di testa che continuò sino al 27 marzo, quando si manifestarono febbre, vomito, disturbi comportamentali e della parola […] Dopo gli esami e le cure del caso, fu formulata la diagnosi di “encefalopatia epilettica ad insorgenza acuta, con stato epilettico refrattario ad eziologia sconosciuta”. Il quadro clinico era grave [e] il 26 maggio 2011 la piccola venne trasferita, con prognosi riservata, nel reparto di terapia intensiva di un ospedale di Buenos Aires. Il 22 luglio 2011 il quadro clinico peggiorò ulteriormente per la comparsa di uno stato settico da broncopolmonite. I medici curanti convocarono i familiari, prospettando la possibilità di “morte imminente”. Il 23 luglio 2011, inaspettatamente, vi fu un rapido miglioramento dello shock settico, che continuò con il successivo recupero della stabilità emodinamica e respiratoria. L’8 agosto 2011 la paziente venne estubata; il successivo 25 agosto lo stato epilettico apparve risolto e il 5 settembre la paziente venne dimessa con prescrizione di terapia farmacologica e riabilitativa. La bambina riacquistò la completa autonomia fisica e psico-cognitiva-comportamentale». L’iniziativa di invocare Giovanni Paolo I fu del parroco a cui apparteneva il complesso ospedaliero, che «si recò al capezzale della piccola e propose alla madre di chiedere insieme l’intercessione del venerabile servo di Dio, al quale era molto devoto». Per i teologi che hanno esaminato il caso si è quindi dimostrato chiaro «il nesso causale tra l’invocazione a Giovanni Paolo I e il viraggio favorevole del decorso clinico e la guarigione della bambina».

È stata difficile la conduzione della causa di beatificazione di Giovanni Paolo I? Abbiamo già la data della celebrazione della Santa Messa per l’elevazione all’onore degli Altari di Papa Luciani?

La causa di canonizzazione ha impegnato la nostra diocesi di Belluno-Feltre dal 2003 al 2006; poi venne richiesta un’integrazione della documentazione prodotta. Nel 2012 il vescovo Giuseppe Andrich [dal 10 febbraio 2016 emerito della diocesi di Belluno-Feltre, n.d.r.] mi incaricò di aiutare la dott.ssa Stefania Falasca [giornalista, dal 2020 vicepresidente della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I, n.d.r.] nella redazione della “Positio”, il dossier documentale che mette in un preciso ordine il materiale raccolto nell’inchiesta. Da allora mi sono occupato della causa, mettendoci l’impegno del ricercatore, ma anche la passione e l’orgoglio del concittadino, perché sono anch’io di Canale d’Agordo. Non è stata una passeggiata, perché ha comportato la compilazione di oltre 3.600 pagine, secondo le regole di una ricerca tipicamente accademica.

Ci dica qualcosa sul rapporto fra Albino Luciani e la devozione popolare in generale. Poi, in particolare, vorremmo sapere se troviamo in lui una influenza della religiosità popolare tradizionale vissuta ai suoi tempi nella Valle del Biois (Belluno)…

Nel 1977, Albino Luciani scriveva: «Sono un gran teologo, un cristiano maturo, che respira Bibbia a pieni polmoni e suda liturgia da tutti i pori, e mi si propone il rosario? Eppure, anche i quindici misteri del rosario sono Bibbia, e anche il Pater e l’Ave Maria e il Gloria, Bibbia unita a preghiera, che fa bene all’anima». Negli insegnamenti di Luciani non troviamo i voli di una spiritualità eccezionale, ma la devozione semplice e schietta del popolo, oltre naturalmente al breviario e alla celebrazione eucaristica.

Quali furono le priorità di Giovanni Paolo I, vescovo di Roma?

Sono le sei linee che dettò nel primo discorso pronunciato in latino la mattina del 27 agosto:

  1. Dare continuità all’eredità del Concilio;
  2. Custodire la grande disciplina della Chiesa, cioè gli esempi di santità;
  3. «Ricordare alla Chiesa che la sua prima missione è l’evangelizzazione […] per annunciare la salvezza, che instilla negli animi l’inquietudine di cercare la verità»;
  4. «Dare continuità all’impegno nell’ambito ecumenico»;
  5. Continuare il dialogo con il mondo contemporaneo;
  6. «Favorire tutte le iniziative, che possano tutelare e incrementare la pace in questo mondo inquieto». 

Alcune di queste linee brillano nel suo breve pontificato: la sua volontà di un dialogo ecumenico è suggellata dall’incontro del 5 settembre 1978 con il metropolita Nikodim di Leningrado, che morì tra le braccia del Papa; la volontà di favorire la pace è segnata dai numerosi sostegni dati ai colloqui di Camp David che si tenevano in quei giorni per la pace in Medio Oriente. Il presidente americano Carter ringraziò il Papa per il suo appoggio.

Ci piacerebbe che sintetizzasse l’insegnamento del futuro Beato sulle virtù cardinali, ovvero la Fede, la Speranza e la Carità, riflesse nella società e nella Chiesa del suo tempo…

Papa Luciani poté tenere soltanto quattro udienze generali. La prima venne dedicata all’umiltà, la virtù che sentiva indispensabile per sé e per ogni cristiano che vuole essere discepolo di colui che fu «mite e umile di cuore». Poi ripropose l’attualità e la bellezza della vita cristiana fondata sulle tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Sulla fede disse: «Non si tratta solo di credere alle cose che Dio ha rivelato ma a Lui, che merita la nostra fede, che ci ha tanto amato e tanto fatto per amor nostro».

Per spiegare la speranza, attinse da Agostino la definizione per cui la speranza è «fame di amore di Dio». Per attualizzare la carità citò con emozione un passo di Paolo VI: «I popoli della fame interpellano in maniera drammatica i popoli dell’opulenza. La Chiesa trasale a questo grido d’angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello». È quel grido di angoscia che è rimasto inascoltato e che oggi è diventato il fenomeno migratorio che bussa alle porte dei popoli dell’opulenza.

Don Davide, Lei che è anche direttore dell’ufficio comunicazioni sociali della Diocesi di Belluno, come valuterebbe dal punto di vista “tecnico” della comunicazione il linguaggio adottato e le modalità delle uscite pubbliche di Albino Luciani in quanto Vescovo e Papa?

Nel predicare e nello scrivere (allora questi erano gli strumenti di comunicazione) Luciani aveva sempre la preoccupazione di sminuzzare le idee per farle arrivare con facilità a tutti. Anche da Papa disse che «se ritornasse San Paolo, oggi farebbe il giornalista». La scelta del sermo humilis aveva un retroterra teologico in Agostino, per il quale la verità proposta dal predicatore deve essere adeguata alle possibilità di ricezione dell’uditore, perché sia ricevuta per la sua salvezza: se l’ascoltatore non capisce, non gli serve a nulla.

Cosa può dirci della Casa natale di Papa Luciani a Canale D’Agordo, visto che Lei è anche “compaesano” di Giovanni Paolo I?

Quando morirono i genitori, Albino Luciani lasciò i suoi diritti sulla casa paterna al fratello Edoardo, che aveva avuto una numerosa prole dal matrimonio con Antonietta, maestra elementare come lui, che ricordo con emozione perché è stata l’unica maestra che ho avuto nei cinque anni delle elementari: ho un debito di riconoscenza nei suoi riguardi. Dopo la morte di Edoardo, i figli hanno pensato di rendere disponibile la casa a un ente ecclesiastico che la potesse valorizzare come ricordo dello zio.

La diocesi di Belluno-Feltre non è stata in grado di acquisire l’immobile, anche perché è dal 2003 che è impegnata in modo rilevante nel sostenere la Causa di canonizzazione: l’impegno dei ricercatori, le loro spese vive, la produzione della documentazione… hanno comportato spese significative. Per questo la diocesi di Vittorio Veneto, che ha avuto Luciani come vescovo per undici anni, ha assunto l’iniziativa, grazie a un benefattore che recentemente si è saputo essere il card. Beniamino Stella. Grazie all’impegno della CEI, della stessa diocesi cenedese, e del Comune di Canale d’Agordo si è data la possibilità che alcune parti della casa – quelle che ancora conservano la fattura originaria – siano fruibili per i numerosi pellegrini che visitano Canale d’Agordo: dopo la chiesa parrocchiale e il Museo Albino Luciani, questo terzo sito chiuderà il percorso del pellegrino.

Concludiamo con una domanda che interessa molto ai nostri lettori, dato che la denuncia dei misfatti storici e la battaglia culturale e religiosa contro le logge massoniche costituisce una delle nostre principali caratteristiche come testata giornalistico-informativa. Alcuni osservatori e storici hanno scritto che Papa Luciani voleva cacciare in tutti i modi la massoneria dalla Chiesa, cominciando dal ristabilire la piena trasparenza dell’azione della Banca Vaticana dell’Istituto per le opere di religione (IOR). Per esempio, come confidò al suo fidato amico francescano p. Pacifico Maria Luigi Perantoni, Giovanni Paolo I manifestò quasi da subito la sua intolleranza per la gestione “opaca” dello IOR.

«Cosa ne facciamo noi dei soldi? Li diamo a Calvi!», ebbe modo di denunciare, manifestando anche in tale frase quel suo stile calmo ma risoluto che l’ha sempre connotato. Già da Patriarca di Venezia aveva fatto capire che non gli andava giù che la Banca Cattolica del Veneto fosse finita sotto il controllo del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Nel 1972 ebbe un aspro scontro con l’arcivescovo Paul Marcinkus, allora presidente dello IOR, circa la gestione del Banco San Marco e la vendita al Banco Ambrosiano del 37% delle azioni della Banca Cattolica, effettuata dall’Istituto senza informarne l’episcopato veneto.

Secondo alcune fonti, Luciani, appena eletto Papa, avrebbe manifestato la volontà di rimuovere Marcinkus dalla presidenza, perché secondo il suo punto di vista un vescovo non doveva dirigere una banca. Una delle frasi che in proposito gli si attribuiscono fu: «Il mio primo compito come pontefice è quello di scacciare la massoneria dalla Chiesa». Cosa può dirci in proposito?

Il lavoro di ricerca mi ha insegnato a trovare la fonte per ogni cosa. Con il “si dice” e con i ricami ipotetici non si può scrivere di storia. Purtroppo, constatiamo ogni giorno che il sospetto ha radici tenaci e che tanti preferiscono coccolare i sospetti, piuttosto che ascoltare le ragioni della ricerca scientifica. Ad ogni modo, la ricerca sul periodo veneziano è stata affidata al dott. Mauro Velati, ragione per cui non mi sento attrezzato per una risposta compiuta sul tema.


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