La passione per la cosa pubblica: la lezione di Dante contro l’ignavia di oggi


NON SI PUÒ RESTARE INERTI DI FRONTE ALLE INGIUSTIZIE, MA OCCORRE RECUPERARE IL RAPPORTO TRA DIRITTO, POLITICA ED ESSERE

Di Daniele Trabucco

 

Chi si appassiona oggi della politica? Pochi. Il quadro è desolante perchè, da un lato, gli stessi partiti politici non sono in grado di selezionare adeguatamente la classe dirigente, dall’altro la prevalenza dell’economico sul politico, a seguito della globalizzazione, ha relegato la sfera della politica a longa manus delle grandi elite globaliste (alta finanza, banche etc.).

Tuttavia, questa situazione così deprimente non puó sottrarci alle nostre responsabilità, al nostro impegno per una riforma della società che tenda alla giustizia da intendersi non come mera applicazione di disposizioni normative convenzionalmente accettate dalle parti, ma quale “scoperta di ció che è (cit. Minosse di Platone), ossia relazione con l’essere. Da qui l’attualità della lezione di Dante.

Come traspare, infatti, dalla sua produzione letteraria (non solo la “Commedia”), il sommo poeta rifugge la concezione di una vita chiusa in se stessa, autoreferenziale, incentrata sulla mera coltivazione dei propri interessi, proponendo, invece, un modus vivendi teso a “seguir virtute e canoscenza” (canto XXVI dell’Inferno).

Il riferimento al vessillo bianco, che gli ignavi sono condannati ad inseguire, simboleggia il vuoto di una vita vissuta in maniera passiva, senza slanci, senza alcuna presa di posizione nel bene o nel male, quando, in realtà, l’uomo è stato chiamato a dare una risposta in tale senso; quel vessillo bianco, condanna per le anime di coloro che “che mai non fur vivi” (canto III dell’Inferno) e che ormai “non hanno speranza di morte”, vuole essere al tempo stesso monito per tutti gli uomini che ancora hanno un’esistenza terrena, affinché siano spronati ad avere degli ideali, a non essere indifferenti, a non restare inerti di fronte alle ingiustizie, a recuperare il rapporto tra diritto, politica ed essere, evitando che la “veritas” ceda definitivamente il passo all’ “auctoritas” del facitore delle leggi.

 


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