I cristiani di fronte al mistero della morte


PER QUALE MOTIVO BISOGNA PREGARE I DEFUNTI O PREGARE PER LORO?

Di Giuliva Di Bernardino

Il tema che tratterò oggi è il mistero della morte.
La liturgia della Chiesa Cattolica, soprattutto in questi anni della pandemia, ha esteso l’indulgenza per i defunti, che normalmente è conferita solo nella festa di tutti i santi e nel giorno di commemorazione per i defunti, a tutto il mese di novembre. 

Sappiamo che è importante per la nostra fede pregare per i defunti e con i defunti, ma… fermiamoci a riflettere un attimo: per quale motivo bisogna pregare i defunti o pregare per loro? Perché pregarli, se essi sono stati colpiti dalla morte e non sono più vivi come noi? Perché in qualche modo ci rendiamo complici della morte pregando i morti?

Certamente tutti cerchiamo di evitare il tema della morte, proviamo in tutti i modi di non parlarne, perfino vedere un morto non si fa più, come si faceva un tempo, quando la salma del morto restava esposta alla venerazione delle persone che venivano a fargli visita. Perché oggi invece la morte ci provoca un senso di repulsione e di tristezza cupa?

Sicuramente la morte fa paura, e questo è normale! Così come il disprezzo della morte è un sentimento naturale che sorge nell’essere umano, tanto che è proprio l’avversione della morte che ci porta a cercare modi e possibilità per superare tale ripugnanza.

Potremmo dire che perfino la morte diventa un’occasione per l’essere umano di mettersi in ricerca di un superamento, il superamento dalla paura di non esserci più. Anche Gesù ha rifiutato l’idea di morire, nel corso della sua agonia nell’orto degli ulivi a Gerusalemme. In quell’occasione, sapendo di andare incontro alla morte, anche Lui ha colto l’occasione di manifestare tutta la sua paura, chiedendo al Padre che gli fosse allontanato il triste passaggio della morte che avrebbe docuto vivere, per di più, nella sofferenza.

Eppure Gesù trova la sua strategia, quella che ci trasmette il Vangelo: dalla morte non si fugge, si sta e si attraversa, nella fiducia che il Padre non ci abbandonerà mai.

È per questo esempio di Gesù che i cristiani, pur sapendo che la morte non è opera di Dio (perché Dio è il Vivente, l’Eterno!), di fronte alla morte, pur trovandosi a vivere  la naturale paura, cercano di esercitare la fede, esercitandoci a vivere l’esperienza della morte con un certo sentimento di penitenza, la sofferenza e il dolore per la morte delle persone che amano.

Solo la fede e la speranza ci possono mostrare un’altra faccia della morte, perché il Vangelo ci annuncia che Gesù, proprio nello stesso momento in cui mostra la paura della morte, avvertendo la fragilità fino alle profondità della sua persona, assunse su di sé tutto il dolore e la sofferenza del mondo, in modo che perfino la sua morte fosse uno strumento nelle mani di Dio Padre per «liberare quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita» (Eb 2,15).

In virtù dell’annuncio di gioia che è il Vangelo, i credenti in Gesù arrivano a percepire che in verità la comunione con Cristo è il fondamento della vita terrena, ma, come scrive San Paolo in 2Cor 5,6-7, rispetto alla comunione che vivremo dopo la morte, qui sulla terra «siamo in esilio, lontano dal Signore».

Questo desiderio di comunione con Cristo, che sia in vita o che sia dopo la morte, può coesistere con il timore naturale della morte, come osserviamo nella tradizione spirituale della Chiesa. Ci sono state nel corso della storia, infatti, alcune figure di santi che giunsero a lodare Dio per la morte.

Ricordiamo, per esempio, la famosa lode della morte che  San Francesco d’ Assisi inserisce nel “Cantico delle Creature”: “Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare...

Ora, ciò che è importante capire è che la lode della morte che ne hanno fatto i santi e così come tanti altri credenti, uomini e donne di preghiera, mistici e a volte anche dottori della Chiesa, non si fonda, in alcun modo, su una valorizzazione positiva della morte, ma sulla speranza di possedere il Signore passando attraverso la morte.

La morte si considera allora come un “passaggio”, una “porta” che introduce nello spazio della piena comunione, dopo la morte, con Cristo. Questa è la morte per i cristiani. Non è la liberazione dell’anima nei confronti di un corpo che si deve portare in questa terra come un peso. Ce lo insegna bene la tradizione cristiana dell’Oriente e tutta la teologia ortodossa. Questa, a partire dalla Parola di Dio, lascia risuonare nella liturgia, in modo frequente, il pensiero che la morte è condizione e unica via verso la futura risurrezione gloriosa, perché è inserita nel mistero pasquale di Cristo e quindi nella Sua gloriosa Risurrezione: “Per la tua risurrezione dai morti, o Cristo, la morte non ha più potere su quanti muoiono piamente, perciò chiediamo con fervore: Dona il riposo nei tuoi atri e nel seno di Abramo a tutti i tuoi servi che, da Adamo sino ad oggi, ti hanno reso culto con purezza. Ai nostri padri e fratelli, con gli amici e i parenti; ad ogni uomo che abbia compiuto fedelmente il suo servizio nelle cose di questa vita e a chiunque sia passato a te in ogni forma e modo, o Dio: rendili degni del tuo regno celeste. Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.” (Liturgia del Vespero del sabato delle anime)

Il cristiano, quindi, custodisce e nutre, per fede, uno sguardo positivo della morte perché nessuna realtà è nemica all’uomo che custodisce nel cuore la Speranza, la Fede e l’Amore di Dio. 

Nell’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, ci viene trasmessa una beatitudine che si fonda già nella fede del popolo d’Israele, e che perciò siamo chiamati a vivere nel quotidiano come popolo di Dio. È scritto, quindi, in Apocalisse 14,13: “Beati fin d’ora i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono”. Chi sa “morire nel Signore” è beato “fin d’ora”, cioè fin da questa esperienza terrena, perché è l’esperienza terrena che ci è utile per orientarsi verso la comunione con Cristo dopo la morte. Questo ci rende beati, cioè felici, non perché ci facciamo complici della morte, né perché ci offre il modo per eliminarla fisicamente, ma perché possiamo guardarla “dall’alto in basso”, cioè a partire da una prospettiva diversa, che ci rialza dall’umiliazione della fragilità. “Morire nel Signore” ci fa alzare lo sguardo verso un “oltre” che ci attende, ci mette in movimento verso la comunione, nella fiducia.

Il cristiano è testimone di questa realtà, è nel mondo colui, o colei, che conferma con la vita ciò che la Parola di Dio ci ha mostrato, cioè che può esserci un modo nuovo non solo di vivere, ma anche di morire. Un modo nuovo, pieno di speranza, che ogni giorno di più ci mette in comunione, perché anche io e te possiamo partecipare al mistero pasquale di Cristo, il Signore Risorto e vivo, giorno dopo giorno, per sempre. In questo percorso di vita, in questa via di felicità impariamo cosa vuol dire “morire nel Signore”, cioè a vivere nella prospettiva dell’eternità.

Per questo esistono i sacramenti, che la Chiesa ci offre proprio per disporci all’eternità da questa vita. In particolare il sacramento del Battesimo è per i credenti garanzia di partecipazione alla risurrezione di Cristo, ma anche il sacramento dell’eucaristia, così come in particolare lo considera la tradizione della Chiesa Cattolica, definito «medicina d’immortalità», ci accompagna nella vita terrena in forza dello stretto legame col sacramento del battesimo. San Paolo ce lo spiega bene quando scrive ai Romani 6,3-11 queste parole: “O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a Lui, nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di Lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.”

La Preghiera eucaristica III sottolinea a sua volta il realismo della risurrezione dei morti (insieme certamente all’idea della trasformazione gloriosa), la sua relazione con la risurrezione dello stesso Cristo e la sua indole futura: «[…] come per il battesimo l’hai unito alla morte di Cristo, tuo Figlio, così rendilo partecipe della sua risurrezione, quando farà sorgere i morti dalla terra e trasformerà il nostro corpo mortale a immagine del suo corpo glorioso».

Una questione interessante sulla vsione cristiana della morte emerge dal Libro dell’Apocalisse, in particolare in quattro riferimenti precisi: Ap 2,11:“Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la morte seconda, ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui quei mille anni.”; 20,14-15: “Poi la morte e l’Ades furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la morte seconda, cioè lo stagno di fuoco. E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco.”; 21:8: “Ma per i codardi, gl’increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loroparte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda.”; dove compare l’espressione: “morte seconda”, di cui scrive lo stesso San Francesco d’Assisi nel Cantico delle Creature, nel testo che segue a quello già citato prima: “guai a quelli che morrano ne le peccata mortali; Beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male”.

Nella tradizione religiosa si riscontra che la morte prima è morte del corpo, mentre la morte seconda è morte dello Spirito e, non la prima, ma la seconda porta con sé la sentenza finale nel giorno del giudizio universale. Così, dopo la morte, si riscontra: un primo giudizio temporaneo di Dio appena morti, poi un secondo alla fine dei tempi, infine quello universale (anche se non si capisce perché questo doppio grado di valutazione che peraltro non muta dal momento che i dannati nel primo resteranno tali anche nel secondo!). La cosa che ci incoraggia è che mai si trova una condanna feroce, ineluttabile e soprattutto eterna, almeno quì sulla terra. Ecco perché il tema della morte è molto cara alla tradizione cristiana: essa ci rimanda all’urgenza di fare una scelta decisiva per la vita e a non rimandare a dopo la morte la felicità che è possibile vivere da subito, da oggi! Pensare alla morte con lo sguardo di fede ci porta aiuta a scegliere la vita con un certo “buon senso”, nel rispetto delgi altri, delle cose e di se stessi, perché ci aiuta a  lasciare i nostri egoismi e i nostri protagonismi per cogliere la gioia di vivere per la comunione, e anche per la felicità di chi verrà dopo di noi. Nella liturgia, celebrando la piena comunione tre liturgia celeste e liturgia terrena, in un certo senso ci alleniamo a varcare la soglia della morte per gustare, nella fede quella gioia della comunione che vivremo in eterno, dopo la morte.  Per questo unirsi alla liturgia della Chiesa significa anche unirsi a tutti i santi e anche a tutti i nostri defunti. Tuttavia è necessario mettere in chiaro delle precise indicazioni che la Chiesa Cattolica raccomanda circa la comunione con i morti. Brevemente ne indico i più importanti:

– La Chiesa, anche se raccomanda d’invocare le anime dei beati, si pone decisamente «contro ogni forma di evocazione degli spiriti». Questa posizione così chiara e decisa viene da una costante proibizione di questa pratica spiritica che ha origine biblica. Si trova infatti in diversi testi biblici (Dt 18,10-14; cf. anche Es 22,17; Lv 19,31; 20,6.27), e in modo eloquente nel  noto racconto dell’evocazione dello spirito di Samuele (‘obot) da parte del re Saul (1Sam 28,3-25), alla quale la Scrittura attribuisce il rifiuto, anzi anche la morte di Saul: «Così Saul morì a causa della sua infedeltà al Signore, perché non ne aveva ascoltato la parola e perché aveva evocato uno spirito per consultarlo. Non aveva consultato il Signore; per questo il Signore lo fece morire e trasferì il regno a Davide figlio di Iesse» (1Cr 10,13-14). Nel Nuovo Testamento anche gli apostoli mantengono questa proibizione, rifiutando tutte le arti magiche (At 13,6-12; 16,16-18; 19,11-20).  La Institutio generalis(Princìpi e norme per l’uso) del Messale romano, dopo il rinnovamento liturgico postconciliare, spiega molto bene il senso di questo molteplice consorzio di tutti i membri della Chiesa, che raggiunge il suo culmine nella celebrazione liturgica dell’eucaristia: attraverso le intercessioni «si esprime che l’eucaristia viene celebrata in comunione con tutta la Chiesa, sia celeste sia terrestre, e che l’offerta è fatta per essa e per tutti i suoi membri, vivi e defunti, i quali sono stati chiamati a partecipare alla redenzione e alla salvezza acquistata per mezzo del corpo e del sangue di Cristo».

– Un’altra raccomandazione che la Chiesa chiede ai fedeli  è mantenere ferma la fede nella Risurrezione finale dei corpi. Nel modo di pensare di molti uomini del nostro tempo, questa vita terrena è percepita come troppo breve per poter porre in atto tutte le possibilità di un uomo o perché possano essere superate o corrette le mancanze commesse in essa. Così molti lasciano riemergere dottrine antichissime che erano proprie del paganesimo, come la reincarnazione. È vero che la vita è troppo breve perché vengano superate o corrette le mancanze commesse, però è vero anche che la persona è unica e il corpo non è uno strumento tale da poter essere abbandonato dopo ogni esistenza terrena, per prenderne un altro del tutto diverso. L’anima è una delle realtà più profonde del nostro essere ed essa non si può salvare attraverso il proprio sforzo, ma grazie all’aiuto del corpo e degli altri corpi, ma soprattutto con l’appartenenza al corpo di Cristo, mediante il quale siamo salvati. E’ vero che forse l’aspetto positivo che si può trovare nella numerosa adesione alle teorie della reincarnazione è che tante persone ormai sentono il bisogno di liberarsi dall’esasperato materialismo che ci circonda, ma questo non basta, perché si tratta di una dimensione «spiritualista» che manca di realismo e che perciò contraddice a pieno il messaggio evangelico, per cui i cristiani credono che la la vita umana non si può ripetere: Dio creò l’uomo a sua «immagine e somiglianza» (Gen 1,26). Questo implica che lo fece capace di conoscere Dio e di amarlo. Questa è la capacità su cui si fonda sulla spiritualità dell’anima umana: riconoscere che tutto esiste come atto concreto dell’amore creativo di Dio. E poiché non solo Dio creò l’uomo, ma lo pose nel paradiso (Gen 2,4), crediamo che già il primo essere umano fu costituito in vicinanza e amicizia con Dio.

A conclusione di questa riflessione sul tema della morte, vi consegno un’orazione che appartiene alla liturgia ortodossa e che viene direttamente dalla tradizione popolare, molto antica. Viene usata quindi tra i credetìnti come formula di preghiera per un moribondo, quando sembra ormai prossimo il momento della morte: «Parti, anima cristiana, da questo mondo in nome di Dio Padre onnipotente che ti creò, in nome di Gesù Cristo Figlio di Dio che patì per te, in nome dello Spirito Santo che fu infuso in te; sia oggi il tuo luogo nella pace e la tua abitazione assieme a Dio nella santa Sion». 

 


Subscribe
Notificami
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments