L’Europa ci vuole tutti al verde


“FIT FOR 55” L’ULTIMA FOLLIA AMBIENTALISTA DEI BUROCRATI EUROPEI CHE CI RENDERA’ TUTTI PIU POVERI E ANCOR MENO LIBERI

A cura di Pietro Licciardi

 

 

A Glasgow si è conclusa la prima parte della Cop26, la Conferenza delle Nazioni unite sul clima in cui i leader di oltre 200 Paesi hanno discusso sul da farsi per combattere gli effetti del cambiamento climatico. Tra i provvedimenti in discussione un tetto all’innalzamento delle temperature: non più di +1,5°C fino al 2050.

L’Europa, che intende lanciare il suo Great reset, vuole essere ancora una volta la prima della classe e ha già messo mano all’opera sfornando una lunga serie di misure all’interno di un European Climate Action che intende rendere il continente climaticamente “neutro” entro il 2050. La Commissione Europea ha così emesso una serie di nuove proposte ambientaliste note come “Fit for 55” o “Green Package” per accelerare l’attuazione del cosiddetto Green Deal, approvato nel dicembre 2019. In particolare, intende ridurre del 55% (ecco il perché del nome) le emissioni dei cosiddetti gas serra.

Gli esperti però avvertono che una riduzione del 55% dei gas serra entro il 2030 è un obiettivo molto ambizioso che richiederà misure molto severe che peseranno ancor di più sulla già sovraccaricata economia europea. Per dare un’idea: dal 1990 al 2020 le emissioni sono state ridotte solo del 20%. Il salto a una riduzione del 55% richiederà interventi massicci, tanto che la stessa Commissione definisce il “Fit for 55” come a un «programma colossale» e a farne le spese ovviamente saranno i cittadini.

Come avverte un documento pubblicato dal Centre for European Policy Studies (CEPS) di Bruxelles: «Con il programma Fit for 55, la politica climatica dell’UE peserà direttamente su tutti i cittadini europei, condizionando la loro vita in modo significativo. Questa politica di cambiamento climatico sarà molto costosa (…) I contribuenti dell’UE dovranno finanziare con le proprie tasche l’acciaio “verde”, il cemento “verde”, gli appalti pubblici “verdi”, le infrastrutture “verdi” e le misure di compensazione per l’industria. I contribuenti europei pagheranno addirittura i costi extra delle importazioni, a causa del meccanismo di adeguamento dei dazi».

Ma questo significa che la nuova agenda verde colpirà soprattutto i cittadini sotto la soglia di povertà, secondo Martha Myers, coordinatrice della Right to Energy Coalition, che ammette: «Le leggi proposte potrebbero rendere più povere le persone a basso reddito, al di là delle difficoltà finanziarie dovute alla pandemia. Molte vite umane sono in gioco» Si stima infatti che entro il 2026, la famiglia media europea dovrà pagare 429 euro all’anno per finanziare questa follia ambientalista, un fardello troppo grande per molte famiglie.

Questo senza contare che nel corso degli anni l’economia europea ha perso competitività nei confronti degli Stati Uniti e in particolare della Cina comunista – che non applica quasi nessuna normativa ambientale –proprio a causa dei troppi vincoli “verdi”. L’attuazione della “Fit for 55” potrebbe aumentare in modo significativo i costi di produzione ed è facile immaginare l’ulteriore perdita di posti di lavoro a causa della chiusura delle aziende o della loro delocalizzazione, magari in paesi dove Greta Tumberg e i suoi seguaci gretini non hanno il coraggio di manifestare.

Oltretutto ciò avverrà nonostante gli analisti facciano presente che “Fit for 55” è inutile, perché l’Unione Europea è già sulla buona strada avendo raggiunto nel 2020 gli obiettivi previsti nel 2008, e avendo già approvato nel 2019 il piano decennale noto come Green Deal.

Ma i talebani dell’ambiente vogliano correre, così hanno imposto un cambio di ritmo senza consultare ulteriormente gli Stati membri. Infatti, “Fit for 55” è stato votato in modo del tutto casuale nel corso di una “riunione informale” dei ministri dell’UE e adesso la Commissione Europea pretende che tutti gli Stati membri lo rispettino.

Ma cosa prevedono le proposte?

Un primo punto riguarda l’efficienza energetica, che dovrebbe migliorare del 39% rispetto al 1990 in seguito alla ristrutturazione di tutti gli impianti esistenti, senonché parte del denaro per questa rimodulazione verrà dal Recovery Fund il quale, votato per aiutare le economie europee e le famiglie nell’era post-COVID, sarà usato dall’Europa per imporre l’agenda verde.

Un secondo punto riguarda le energie rinnovabili, che dal 32% dovrebbero arrivare al 40% entro il 2030. Ciò significa che entro quella data il 65% dell’elettricità dovrà provenire da fonti rinnovabili, circa il doppio dell’attuale capacità installata. Molto problematico, considerando la scarsa efficienza della tecnologia disponibile e il notevole impatto ambientale e paesaggistico, sempre che faccia piacere vedere le nostre colline e campagne tappezzate da pale eoliche e pannelli solari.

Un terzo elemento riguarda il cosiddetto “Emission Trading System”, cioè la quantità di emissioni prodotte dalle strutture realizzate dall’uomo, il cui tetto è abbassato di una certa percentuale ogni anno, secondo un sistema di quote. Se una struttura non raggiunge gli obiettivi per un certo periodo, dovrà essere rottamata. Nel frattempo, deve pagare tasse extra. È la cosiddetta mentalità “chi inquina paga”, che crea un onere economico eccessivo per le imprese vulnerabili, che finiscono per chiudere o delocalizzare con perdita di posti di lavoro. Invece l’impatto sui trasporti pubblici e privati sarebbe enorme, con la sostituzione entro il 2035 dei veicoli a diesel e a benzina con quelli elettrici.

E qui si apre uno scenario da incubo per i cittadini europei i quali sarebbero costretti ad acquistare costosissime auto elettriche, dalla scarsa autonomia e inquinantissime una volta rottamate a causa delle batterie le quali oltretutto sono prodotte con materiali – litio chimico, cobalto chimico e grafite sferica – attualmente quasi monopolio della Cina comunista, che si ritroverebbe in mano l’intero mercato automobilistico. Senza contare il fatto che non abbiamo la disponibilità energetica per alimentare tutti i veicoli.

Ma il Green Deal proposto dalla Commissione Europea e rafforzato dall’agenda “Fit for 55”, non riguarda solo il clima e l’economia. Per raggiungere la “neutralità climatica” entro il 2050, la Commissione è determinata a cambiare la società europea, modificando la stessa mentalità dei cittadini. Leggiamo nel sito del Consiglio Europeo: «L’UE si è impegnata a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Raggiungere questo obiettivo richiederà una trasformazione della società oltre che dell’economia europea, che dovrà essere giusta e socialmente equilibrata”. Allo stesso modo si legge nella «Nuova agenda strategica» approvata dalla Commissione nel 2019: «L’UE può e deve aprire la strada, impegnandosi in una profonda trasformazione della propria economia e della società per raggiungere la neutralità climatica»

Parole che a qualcuno potrebbero sembrare anche “belle” e appropriate ma che nascondono un chiaro intento totalitario: imporre ancora una volta alla società comportamenti pianificati a tavolino senza tener conto della realtà. Ci hanno già provato i giacobini nella Francia rivoluzionaria e i comunisti in Cina e Urss e abbiamo visto i risultati. Ma la storia non insegna nulla; come stiamo costatando in questo tempo di dittatura sanitaria in cui moltitudini di tremebondi hanno accettato di tutto: dalla perdita delle libertà costituzionali al proporsi come topolini da laboratorio per la sperimentazione di sieri miracolosi. Oggi lo hanno fatto mossi dalla paura del Covid, domani per il cambiamento climatico.

 


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