L’antica concezione ebraica dello sheol e la vita dopo la morte cristiana


È DIFFICILE AFFERMARE CON CHIAREZZA ED EVIDENZA LA FEDE DEI FIGLI DI ISRAELE A PROPOSITO DELL’AL DI LÀ…

Di Giuliva Di Berardino

LEGGI QUI LA PRIMA PARTE DELLA RIFLESSIONE

Nella Bibbia sempre si insiste sul fatto che la vita è un dono di Dio. L’essere umano la riceve da Dio come una grazia, ma per accoglierla al meglio essa deve anche essere un compito da sostenere in solidarietà con gli altri e con la terra, affidata alla responsabilità degli esseri umani.

Nella Bibbia, poi, la vita è certamente una vocazione, perché mostra e trasmette l’alleanza tra Dio e le sue creature. Una vita senza qualità, o meglio una convivenza senza qualità, vale a dire senza un cammino di umanizzazione, secondo la Bibbia non ha senso, è ingiustificabile, non corrisponde alla volontà di Dio.

Eppure nella vita si manifesta anche la malattia, l’angoscia, la vecchiaia e la morte. Ora, l’insegnamento biblico non è mai unico, ma ammette letture diverse perciò è normale che, davanti al male, alla sofferenza e alla morte, il credente dell’Antico Testamento avverta la morte come la fine delle relazioni, dei legami e quindi si accetta come possibile il senso di ingiustizia che si vive di fronte alla morte. Tuttavia ci sono dei maestri che già da epoca antica, più o meno contemporanea a Gesù di Nazareth, avevano un’interpretazione diversa della morte, perché esisteva una certa lettura dei testi che accoglieva la possibilità della vita eterna.

È difficile affermare con chiarezza ed evidenza la fede dei figli di Israele a proposito dell’al di là, della vita oltre la morte.

Il popolo d’Israele, fin dai primi stadi della sua storia che ci sono noti, pensava che qualcosa degli uomini sussistesse dopo la morte in un luogo indefinito e indefinibile, chiamato lo sheol. L’antica concezione ebraica dello sheol nel suo primo stadio di evoluzione era piuttosto imperfetta. Si pensava che, in contrapposizione al cielo, esso stesse sottoterra.

Gli abitanti dello sheol erano i  refaim, parola ebraica che, come si può notare è priva di singolare, per indicare una massa anonima, con la medesima sorte,  separati da Dio e impossibilitati a lodarlo. Simultaneamente a questa rappresentazione cominciò ad apparire la fede israelitica, la quale crede che l’onnipotenza di Dio possa liberare qualcuno dallo sheol (1Sam 1,6; Am 9,2 ecc.).

Attraverso questa fede viene preparata l’idea di risurrezione dei morti, espressa in Dn 12,2 e in Is 26,19, e che al tempo di Gesù, come accennavo, prevale ampiamente tra gli ebrei, tranne tra i sadducei, che non credevano nella risurrezione dei morti (cf. Mt 12,18).

È stata la fede nella risurrezione che cambiò anche il modo di comprendere lo sheol: non più il comune domicilio dei morti, ma un luogo in cui appare una distinzione tra i giusti e gli empi. Solo al giudizio ultimo sarà pronunciata la sentenza definitiva, ma già in questa prima distinzione nello sheol i morti ricevono, in modo iniziale, la dovuta retribuzione. Questo modo di concepire appare nell’Henoch etiopico 22 e si presuppone in Lc 16,19-31.

Nel Nuovo Testamento, quando si insegna una sopravvivenza immediatamente dopo la morte come tema diverso dalla risurrezione, si afferma un certo stadio intermedio che però mai si pone in connessione con la morte, perché tutto ciò che avviene dopo la morte è sempre in relazione alla comunione con Cristo.

In virtù di questo lo stesso Gesù crocifisso promette al buon ladrone: “In verità (ameìn) ti dico: oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23,43), dove il termine paradiso si fa risalire a un termine tecnico ebraico, che corrisponde all’espressione Gan Eden. Eppure, ciò che desidera trasmettere il testo evangelico è semplicemente l’idea che Gesù vuole accogliere il buon ladrone in comunione con sé, immediatamente dopo la morte.

Anche nel Libro degli Atti degli apostoli troviamo Stefano, il primo martire, che, durante la lapidazione, afferma: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio” (At 7,56), e infine prega: “Signore Gesù, accogli il mio spirito” (At 7,59), manifestando la speranza di essere accolto immediatamente da Gesù nella sua comunione.

Anche il quarto vangelo, e la particolare teologia che ne deriva, lascia intendere in più episodi l’ambiguità sul fatto che alcuni discorsi e parole di Gesù s riferiscano al tempo della morte dei discepoli, o al tempo della parusia. Ciò che resta centrale anche in Giovanni è sempre l’idea di vivere in comunione con Cristo.

Per esempio: troviamo interessante la somiglianza verbale tra monai (posti) e il verbo menein (rimanere) in Gv 14,23, dove Gesù afferma: “se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora (moneìn) presso di lui”, che sembra rivolgersi a uno stato possibile su questa terra.

Anche in  Gv 15,4 Gesù esorta: “Rimanete in me, e io in voi”, e più avanti, “rimanete nel mio amore” (v. 9). L’idea del rimanere e del posto, fa pensare a un rapporto di stabilità nella relazione in questa vita terrena, ma ci fa percepire che questa “dimora”, che è la comunione, divenga più intensa oltre la morte.

La comunione dopo la morte diventa più intensa e perciò è desiderabile quello stato dopo la morte, e lo stato dopo la morte è desiderabile solo perché esso implica sempre unione con Cristo. Nella stessa Lettera ai Filippesi, San Paolo afferma: “per me vivere è Cristo e morire un guadagno” (Fil 1,21) e continua spiegando in modo molto chiaro che il desiderio di essere “staccato dal corpo per vivere con Cristo” non è altro che la sua speranza nella parusia del Signore. Questa dichiarazione di Paolo ci fa cogliere che esiste uno stato intermedio, che però è concepito come transitorio, e che può essere senza dubbio desiderabile sempre a causa dell’unione che anche questo stato implica con Cristo. In ogni caso, sia sulla terra da vivi, che altrove da morti, la speranza suprema rimane sempre la risurrezione dei corpi, la risurrezione della carne, alla fine dei tempi, nella parusia.

DOMANI PUBBLICHEREMO L’ULTIMA PARTE DELLA RIFLESSIONE


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