Le stupidaggini della nuova religione “verde”


LE BUFALE AMBIENTALISTE NON FANNO SEMPRE BENE ALL’AMBIENTE MA SPESSO E VOLENTIERI UCCIDONO SIA LA NATURA CHE GLI UOMINI…

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A cura di Pietro Licciardi

 

L’ecologia e il clima sono ormai la fissazione dell’uomo moderno, la sua nuova religione, e guai a metterne in dubbio i dogmi. Eppure gli ambientalisti di cantonate ne hanno prese, e continuano a prenderne, veramente tante ma non demordono e continuano a pretendere che tutti noi ci si adegui, svuotando il portafogli a causa di sempre nuove e più esose tasse “ecologiche”, cambiando stile di vita e consolidate tradizioni per omaggiare la mitica Gaia e Pachamama, che ha ormai fatto il suo ingresso anche dentro il recinto vaticano.

Tutto deve diventare “green”, ecosostenibile, rinnovabile e su che cosa lo è o non lo è non si ammettono dubbi. Ad esempio, le auto elettriche, su cui l’Europa intende puntare sono ormai universalmente ritenute le più amiche dell’ambiente perché producono poco CO2. Invece l’impatto ambientale, della sua batteria e della ricarica, soprattutto dove questa viene fatta usando combustibili fossili come in Germania, non è poi così “amichevole” dal momento che nel 2019 il centro studi tedesco CEsifo ha messo a confronto le emissioni di una Tesla Model 3 con quelle di un Mercedes diesel di ultima generazione arrivando alla conclusione che, mentre la Tesla immette nell’ambiente tra 155 e 180 grammi di CO2 per chilometro, il Mercedes ne immette solo 141.

Un altro mito ambientalista è la produzione di energia mediante fonti rinnovabili, sole e vento innanzitutto. Ebbene, a parte lo scarso rendimento dei pannelli solari e delle pale eoliche rispetto alle tradizionali centrali energetiche, per i pannelli esiste il non trascurabile problema che per produrre quantità significative di energia hanno bisogno di enormi estensioni di terreno, sul quale ovviamente non si coltiva un bel niente; mentre per l’eolico – ogni impianto ha una vita al massimo 25 anni – a parte il solito problema dell’impatto paesaggistico, c’è il problema dello smaltimento a fine ciclo produttivo. Gli Stati Uniti prevedono di doverne rinnovare circa 8.000 all’anno nei prossimi quattro anni, l’Europa circa 3.800 all’anno e, dopo il 2022, molte di più.

Le pale delle turbine eoliche di media taglia sono lunghe da 20 a 50 metri e superano i 50 metri nel caso di quelle più grandi. La turbina MHI Vestas V164 ha tre pale lunghe 80 metri, ciascuna del peso di 33 tonnellate, è alta 220 metri – oltre due terzi della Torre Eiffel – e pesa 5.900 tonnellate – più di 10 Airbus 380 a pieno carico -. La off shore Adwen AD-180 pesa 86 tonnellate e le sue pale sono lunghe 88,4 metri.

Il primo problema, per smaltirle, è portarle via. Vanno tagliate ma sono fatte di materiali che devono resistere alle difficili condizioni ambientali e climatiche in cui operano e il non facile lavoro di segarle va fatto all’aperto, considerate le dimensioni, usando speciali seghe diamantate che liberano una quantità di microfibre di vetro, resine epossidiche derivate dal petrolio e altri materiali inquinanti. Una volta fatte a pezzi c’è il problema di che farne. Per il momento vengono quasi sempre portate in discariche create apposta dove sono interrate per evitare che inquinino l’ambiente. Ma ciò vuol dire accumulare quantità enormi di rifiuti non biodegradabili. Alcune pale in Europa vengono bruciate nelle fornaci che producono cemento o nelle centrali elettrice, ma l’energia che se ne ricava è poca e irregolare e bruciare fibre di vetro inquina.

Passando al altro: quanti si ricordano ancora del famigerato “buco nell’ozono”? Ebbene il “buco” non c’è più perché si è scoperto che le sue cause erano del tutto naturali ma intanto è sparito il Cfc, il gas che secondo gli ambientalisti era la causa del flagello. Ma il Cfc era essenziale nell’industria del freddo, che ha a sua volta un’enorme importanza per l’umanità soprattutto nel trasporto e nella conservazione dei prodotti alimentari. Il ricorso al Cfc fu un passo avanti rispetto all’uso di altre sostanze pericolose ed infiammabili.

L’ultima crociata dei talebani dell’ambiente è contro la plastica. Sono già riusciti a far scomparire le borse che una volta si usavano per la spesa e siccome quelle “ecologiche” che ne hanno preso il posto non sono buone a niente essendo incapaci di reggere il peso, sono state sostituite da borse sempre di plastica però riutilizzabili. Ma anche quelle dopo un po’ vanno in discarica e se prima ad essere buttata era, quanto? 30 o 60 grammi di plastica? Adesso se ne getta un etto per volta e se anche si tratta di borsoni in qualche modo “bio”  quanto petrolio è stato bruciato per far funzionare i macchinari che l’hanno prodotta? Insomma, possiamo dire che queste buste (presunte) eco sono quella cosa che con la quale o senza la quale si rimane tali e quali.

Ci dicono che anche le bottiglie andrebbero sostituite. Non le vogliono di Pet ma di Pla; entrambi polimeri ottenuti dal petrolio il primo e da un processo agricolo il secondo. Ma siccome l’ignoranza ambientalista ha deciso che l’agricoltura è natura e che tutto ciò che è natura è buono per definizione, allora viva il Pla e abbasso il Pet. Ma non è natura anche il petrolio?

Ah già. Le bottiglie di plastica devono sparire perché inquinano gli oceani e per convincerci ecco immancabili le immagini di immense isole di rifiuti che galleggiano in mare. Ma evidente mente le vestali di Gaia e madre terra non sanno che la plastica è riversata in mare dalle piene dei fiumi e dalle inondazione che periodicamente si abbattono qua e là nel mondo, che questa plastica proviene per lo più da quei paesi che dell’ambiente se ne infischiano e dove la raccolta dei rifiuti è quantomeno approssimativa come pure l’educazione civica degli abitanti, che disseminano le aree urbane di discariche a cielo aperto e che se i rifiuti venissero regolarmente e massicciamente bruciati negli inceneritori non finirebbero in mare. Così finirà che noi faremo a meno del Pet e gli oceani continueranno a riempirsi di plastica mentre qualche bambino africano morirà di fame perché sul quel terreno dove prima coltivavano il necessario per riempirgli la ciotola adesso coltivano i polimeri che sostituiscono il Pet.

Ma siccome la stupidità ambientalista è grande almeno quanto la loro ignoranza al posto delle bottiglie in Pet ecco arrivare il vetro o, secondo l’ultima moda, le borracce in alluminio. Ma se per produrre 1000 bottiglie in Pet occorrono 100 litri di petrolio, per produrre le stesse in vetro di litri di petrolio ne occorrono 250. Insomma, ad essere ambientalisti virtuosi si dovrebbe preferire il Pet al vetro e anche alle borracce.

Altra battaglia sfortunatamente vinta dagli ecologisti è stata quella contro il DDT. La conseguenza è stata che là dove la malaria non era ancora stata debellata ha ripreso piede e ad oggi l’Organizzazione mondiale della Sanità stima un milione di morti all’anno. Un’altra ecatombe si ebbe all’indomani del devastante maremoto che nel 2005 devastò le coste dei Paesi del Sud Est asiatico a causa del ristagno delle acque in qui climi caldi, paradiso delle zanzare. Come scrisse allora il New York Times la carneficina fu spaventosa ma ogni anno la malaria uccide 20 volte le persone che sono state uccise dallo tsunami: perché dunque non tornare a spruzzare il vecchio affidabile DDT? Il DDT era stato messo al bando nel 1972 dalla Agenzia per la Protezione dell’Ambiente statunitense perché potenzialmente cancerogeno eppure all’epoca un giudice esperto della stessa agenzia aveva certificato la sua innocuità: «Il DDT non è una minaccia cancerogena per l’uomo»,  aveva scritto, «Il DDT non è una minaccia mutagenica o teratogenica per l’uomo… L’uso del DDT secondo le debite regole non ha un effetto deleterio sui pesci d’acqua dolce, sugli organismi degli estuari, sugli uccelli selvatici o su altra fauna selvatica».

L’elenco delle bufale ambientaliste sarebbe ancora molto lungo e comprende il riciclaggio della carta, la raccolta differenziata, l’elettrosmog… ma vogliamo chiudere sfatando uno dei miti forse più cari agli ecologisti.

Ogni liturgia “verde” che si rispetti prevede che si piantino alberi; rito al quale non si sottraggono personaggi dello spettacolo, industrie – che ogni tanto pubblicizzano i loro prodotti promettendo la piantumazione di nuovi germogli ogni tot prodotti acquistati – e perfino capi di stato. Ma nel 2019 uno studio guidato dal ricercatore olandese Richard Fuchs, dell’università di Wageningen, ha ricostruito in che misura il territorio europeo è stato occupato durante il secolo scorso da foreste, coltivazioni, aree abitate e così via. Come ha raccontato Fuchs al Washington Post, «oltre 100 anni fa il legname veniva usato per quasi tutto: come combustibile per il fuoco, per la produzione di metalli, mobili, la costruzione di case. Per questo intorno al 1900 erano rimaste pochissime foreste in Europa. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, diverse nazioni hanno poi cominciato diversi piani di riforestazione che sono ancora oggi in corso». Nello stesso periodo, si legge ancora, lo spazio dedicato ai terreni agricoli è diminuito a causa dell’innovazione tecnologica, il che ha consentito di produrre la stessa quantità di cibo con meno spazio. Morale: oggi l’Europa è un continente ben più verde e coperto di foreste di quanto non fosse un secolo fa. E non grazie alle ridicole liturgie stile Wwf e Greenpeace ma a quel progresso tecnologico che i “verdi” vorrebbero annientare per tornare ad un fantomatico stato di natura.

 


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