La battaglia contro la follia dell’utero in affitto è tutt’altro che vinta


COMMISSIONARE UN ESSERE UMANO È UNA BARBARIE

Di Dalila di Dio

Gestazione per altri, maternità surrogata, gestazione solidale: sono queste le espressioni volutamente neutre con le quali i progressisti tentano di far passare per normale, anzi buona, l’abominevole pratica dell’utero in affitto.

Ma nessun equilibrismo lessicale è in grado di cancellare la realtà: commissionare un essere umano, pagare perché una donna venda un suo ovulo, fecondarlo e impiantarlo nell’utero di un’altra donna, appropriarsi del frutto del concepimento, un neonato, strappandolo via dalla madre appena dopo il primo vagito è una barbarie e tale rimane da qualunque parte la si guardi. Senza eccezioni di sorta. 

A confermarcelo, quotidianamente, è la cronaca che, nelle ultime ore, riporta solo l’ultima di una serie di storie tristissime di donne mercificate e bambini venuti al mondo solo per soddisfare i desideri degli adulti e poi abbandonati, contesi o rifiutati perché non rispondenti alle aspettative: ha solo 15 mesi la piccola appena riportata in Italia dal Servizio per la Cooperazione Internazionale e dalla Croce Rossa, dopo essere stata abbandonata in Ucraina dai “genitori” italiani che prima l’avevano voluta e poi, semplicemente, ci avevano ripensato lasciandola alle cure di una baby sitter ucraina (che, fortunatamente, se ne è presa cura, come una madre, per oltre un anno).

Ha solo 15 mesi ma ha già sperimentato sulla sua pelle i frutti avvelenati delle peggiori perversioni progressiste, a mente delle quali ogni desiderio deve assurgere a diritto, ogni aberrazione tecnicamente realizzabile deve essere considerata lecita. 

Così, mentre tutto il mondo progressista tace sulla sentenza di Bibbiano – 4 anni di reclusione in primo grado al guru Claudio Foti e 17 rinvii a giudizio – e su quei bimbi strappati a famiglie sane e genitori amorevoli di cui pare importare a pochi, la storia di questa piccola giunge come uno schiaffo in pieno volto a darci la sveglia, a ricordarci che la battaglia contro la follia dell’utero in affitto è tutt’altro che vinta.

Ma se su Bibbiano la sinistra tace, sulla triste vicenda della piccola abbandonata in Ucraina riesce a compiere un’azione mistificatoria rivoltante ma, bisogna ammetterlo, di rara fattura.

Il solito Lorenzo Tosa parla di storia straziante dietro a una foto meravigliosa e loda il lieto fine perché “l’amore è l’unica cosa che conta. Il resto – polemiche e sciacalli compresi – non conta nulla”. 

Non una parola sul fatto che questa storia straziante sia nata dall’abominevole idea di acquistare su commissione un essere umano. Non una parola sullo sfruttamento delle donne, in Ucraina, uno dei Paesi più poveri d’Europa. Quello non conta. Quello è sciacallaggio, chi pone il tema è uno sciacallo. Un po’ come chi usa questa tragica storia per farne – incredibile ma vero! – uno spot a favore dell’utero in affitto: “Sconvolge certamente tutti la storia della bimba ucraina abbandonata dai genitori, ma al contrario della direzione in cui sta andando il dibattito, il problema non riguarda la tecnica in questione”, dichiara al Fatto Quotidiano Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni. “Siamo d’accordo che occorra arginare ogni forma di abuso e illegalità, scongiurando discriminazioni e violazione dei diritti fondamentali. Ed è proprio per questo che occorre regolamentare la realizzazione della tecnica di fecondazione assistita con gravidanza per altri. Solo una legge evita scenari di incertezza, che i proibizionisti invece di ostacolare continuano a fomentare”, conclude. 

Capito? 

L’abbandono di una neonata da parte di chi l’aveva commissionata mediante utero in affitto dimostrerebbe, ad avviso di Gallo, che serve più utero in affitto e che serve anche in Italia!

Gioverebbe ricordare alla signora Gallo che in Italia il legislatore ha già scelto di pronunciarsi sulla questione in maniera chiara ed inequivocabile – senza alcun pericolo di generare “scenari di incertezza” – e ha sancito, con la legge 40/2004 che la pratica dell’utero in affitto è vietata e la sua realizzazione, organizzazione e pubblicizzazione costituiscono reato e sono punite con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600mila a un milione di euro. 

Ora, sappiamo bene che lor signori non concepiscono minimamente che il Paese non assecondi tutti i loro desiderata ma una regolamentazione della materia in Italia esiste: l’utero in affitto è semplicemente vietato. E la storia della piccola rifiutata dai suoi genitori/committenti chiarisce perfettamente, se ancora ce ne fosse bisogno, le ragioni di questo divieto.

Questa è il motivo per cui ogni tentativo di introdurre tale pratica nel nostro Paese deve essere combattuta.

A cominciare dalla proposta di legge sulla gravidanza solidale – la neolingua che tutto edulcora colpisce ancora – depositata dalla deputata Guia Termini (di concerto con l’associazione Luca Coscioni) che considera gravi errori gli “inopportuni divieti” posti dalla legge 40.

Nella battaglia tra chi vuole proteggere la sacralità della vita e chi pretende che tutto ciò che è tecnicamente possibile – compresa la produzione e commercializzazione di esseri umani – sia lecito noi sappiamo da che parte stare.

E scegliamo di schierarci dalla parte di chi – come Fratelli d’Italia – si batte affinché l’utero in affitto sia considerato reato universale e punibile ovunque commesso. 

E pazienza se questo scontenta i progressisti italici, quelli al di sopra della legge, quelli che possono decidere quali prescrizioni osservare e su quali sorvolare, quelli per cui i divieti valgono se a porli sono loro, altrimenti diventano “proibizionismi”.


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