Le profezie sulla fine del mondo vengono regolarmente smentite, coprendo di ridicolo chi le diffonde


COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 14 NOVEMBRE 2021

Di Don Ruggero Gorletti

XXXIII Domenica per annum

Dal vangelo secondo san Marco 13,13-32

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

COMMENTO

«E di nuovo verrà nella gloria». Lo ripetiamo tutte le domeniche nel Credo. La Chiesa ci insegna che la seconda venuta di Cristo porrà fine alla storia dell’uomo, alla realtà così come la conosciamo. È una verità di fede, e la Chiesa ce la insegna con certezza traendo il suo insegnamento direttamente dal Vangelo. Questa pagina ci dice che la storia del mondo, la storia dell’uomo, la storia di ciascuno di noi non è un insieme irragionevole e confuso di fatti, alcuni piacevoli altri tristi, ma comunque scollegati tra loro. È invece una strada che ci conduce a una meta precisa, che ha un nome: Gesù Cristo, che è il centro del tempo e della storia (tanto che computiamo gli anni a partire dalla sua nascita) e sarà anche la fine della storia, della realtà così come la conosciamo.

Per farci capire che la realtà, così come ora la conosciamo, è destinata a finire, a trasformarsi in qualcosa d’altro, il brano riprende la prima pagina della Bibbia, del libro della Genesi, la pagina della Creazione. Il sole, la luna, le stelle, che hanno contrassegnato con il loro accendersi l’inizio del mondo, ne contrassegnano ora, spegnendosi, la conclusione. E quello che avviene per la storia dell’intera umanità avviene per ciascuno di noi. Al termine del nostro percorso terreno ci troveremo davanti a Cristo, che «verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti», a giudicare ogni persona che è, che è stata e che sarà. La conclusione del brano fa riferimento alla distruzione di Gerusalemme.

Per comprendere meglio questa pagina un po’ oscura dobbiamo cercare di entrare nella mentalità degli Ebrei del tempo di Gesù. Gerusalemme, per loro, si identificava con il mondo intero. La profezia «non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga» è riferita a Gerusalemme, che verrà rasa al suolo dai Romani una trentina di anni dopo la morte e la resurrezione di Gesù. E la distruzione di Gerusalemme è simbolo di quello che accadrà all’umanità, al singolo uomo, che non si convertirà a Dio. Il riferimento alla data è invece riferito alla fine del mondo: nessuno saprà quando accadrà. Né gli angeli del Cielo, e neppure il Figlio. Ma solo il Padre. È inutile lambiccarsi il cervello con questioni inutili. Non ci interessa sapere quando. Questo non è rilevante per la nostra salvezza. Sappiamo che la realtà così come la conosciamo, non durerà per sempre. Il resto sono favole, le profezie sulla fine del mondo vengono regolarmente smentite, coprendo di ridicolo chi le diffonde. A noi interessa sapere che tanto il mondo quanto la nostra storia personale un giorno finiranno, e quindi dobbiamo organizzare la nostra vita non come se fossimo destinati a vivere eternamente su questa terra, ma in vista dell’ingresso nel Regno dei Cieli. E proprio perché non conosciamo né il giorno né l’ora, né della fine del mondo né della nostra morte, dobbiamo vigilare, stare attenti a non farci trovare impreparati. E l’umanità intera, e ciascuno di noi in particolare, siamo attesi all’incontro con Cristo. Per cui dobbiamo sin d’ora coltivare una intensa amicizia con Lui, che è morto per amore nostro, per riscattarci dai nostri peccati. «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».

La realtà è come la conosciamo è destinata a scomparire, anche la nostra vita sarà trasformata, con la nostra morte, nella beatitudine o nella dannazione eterna. Nulla rimarrà uguale a come è adesso. Salvo le parole del Signore. Sono esse l’unica certezza stabile della nostra vita. Abbiamo visto, nei decenni scorsi, tramontare ideologie, modi di pensare, che si pensavano eterni, invincibili. Sono passati. Le parole del Vangelo no. I frati Certosini hanno come motto la frase «stat crux dum volvitur orbis», la croce sta salda mentre il mondo gira. Ogni realtà, ogni pensiero di questo mondo è destinato, prima o poi, a mostrare i suoi limiti, a deluderci in qualche modo. Gesù Cristo no.

Fondiamo la nostra vita, le nostre attese, le nostre speranze sull’Unico di cui ci possiamo fidare, Gesù Cristo. Lui solo era ieri, è oggi, sarà per sempre. Vigiliamo nell’attesa dell‘incontro con Lui. Chiediamo a Dio di aiutarci a corrispondere al suo amore per noi, che è solido ed eterno, che è l’unica cosa davvero affidabile della nostra vita, con la fermezza della nostra fede e con una fedeltà costante.

 


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