Il cardinal Varela: “Carmen Hernández aveva una personalità forte e indomabile”


del card. Antonio Maria Rouco Varela*

IL CAMMINO NEOCATECUMENALE E’ INSPIEGABILE NELLA SUA ORIGINE, NEL SUO SVILUPPO E NEL SUO IMPIANTARSI IN TUTTI GLI ANGOLI IN CUI LA CHIESA È OGGI PRESENTE, SENZA IL CORAGGIO DI UN’APOSTOLA COME CARMEN HERNANDEZ

Se dopo la nostra attenta lettura – fatta non di rado con emozione – dell’eccellente biografia di Carmen Hernández Barrera (che Dio l’abbia in gloria!), brillantemente scritta dal Prof. Cayuela, ci venisse chiesto di esprimere in poche parole qual è la chiave credente – intellettuale ed esistenziale – per comprenderla e valorizzarla in tutto il suo significato ecclesiale, diremmo che ci troviamo con la storia cristiana di un’anima in cui si è realizzato quanto insegna il Concilio Vaticano II nella sua Costituzione sulla Chiesa (LG 12): Lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, e ad adornarlo di virtù, ma «distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui» (1Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici (opera vel officia) utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa secondo quelle parole: «A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio» (1Cor 12,7).

Carmen Hernández Barrera è stata una donna dalla personalità forte e indomabile, una cristiana “preparata e disposta” con uno di quei charismata clarissimacarismi straordinari», nello stesso testo di LG 12) per contribuire a rinnovare e a edificare sempre più la Chiesa nel periodo storico del Vaticano II, in fedele e obbediente sequela e armonia con la sua dottrina e con i suoi principi ecclesiologici, spirituali e pastorali, orientati a una “messa a punto” (un “aggiornamento”) di una nuova evangelizzazione dell’uomo e del mondo contemporaneo. Questi ultimi, appena usciti dalla terribile esperienza di dolore e morte causate dalla seconda guerra mondiale avevano bisogno di Cristo, il Crocifisso e Risorto, il Redentore dell’umanità, il Signore del perdono e della misericordia, il Signore della vita e della gloria. Ne avevano bisogno con un’urgenza come forse mai era successo prima nei due millenni di storia cristiana.

All’umanità bisognosa di Cristo, il «Redentore dell’uomo» (San Giovanni Paolo II), la Chiesa vuole mostrarsi in Cristo come «sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1). Quanto più fedelmente la Chiesa renderà presente (J.A. Möhler, 1796-1832) “il Cristo che continua a vivere” e lo vivrà come suo “Corpo” – come “suo Popolo” – tanto più sarà vicina alle ferite dell’anima e del corpo degli uomini di una società che culturalmente ha volto le spalle al Dio della vita, il Dio dell’amore: Padre, Figlio e Spirito Santo.

Il contributo di Carmen Hernández, insieme a Kiko Argüello e nell’unione dei due, sarà “l’inizio” del Cammino Neocatecumenale: un itinerario di iniziazione cristiana per i battezzati immersi in una vita di peccato, con la fede morta, la speranza arida e la carità spenta; e, naturalmente, anche per i non battezzati che, toccati ora dalla grazia dello Spirito Santo, hanno sentito e accolto “il kerygma”, l’annuncio dell’Incarnazione, della vita e della passione, morte e risurrezione di Nostro Signore e son voluti entrare nel cammino che porta alla vita, nella Chiesa. La Chiesa, vivendo con nuova freschezza spirituale e pastorale il Mistero pasquale di Cristo – la sua Parola, i suoi sacramenti, l’Eucaristia, suo fonte e culmine (LG 11) – si rinnova interiormente nella grazia e nella santità e viene rafforzata evangelicamente per la sua missione nel mondo.

Nello studio biografico della vita di Carmen Hernández, così meticolosamente ricercato ed elaborato dal Prof. Aquilino Cayuela, si scopre con chiarezza ciò che l’ha segnata e determinata nella parte più intima e sostanziale della sua vita interiore: l’elezione e la vocazione alla consacrazione definitiva di tutto il suo essere ed esistere femminili al servizio del Signore, come suo provvidenziale strumento per quella che sarà la caratteristica più tipica del tempo postconciliare della Chiesa nella sua dimensione più decisamente missionaria: la nuova evangelizzazione.

Quest’ultima, già visibile e preconizzata nell’orizzonte intellettuale dell’ecclesiologia rinnovata teologicamente e pastoralmente dal Concilio Vaticano II, formulata da San Paolo VI in modo inequivocabile nei suoi contenuti e per quanto riguarda gli ambiti umani e culturali della sua realizzazione nella società di passaggio dal secondo al terzo millennio dell’era cristiana, fu proclamata e promossa con straripante ardore apostolico da San Giovanni Paolo II, illuminata con chiaroveggenza e perfezionata teologicamente da Benedetto XVI e, infine, enunciata e presentata come «la gioia del Vangelo» da Papa Francesco.

Carmen sente e accoglie questa chiamata a partire da un amore a Gesù Cristo, appassionatamente coltivato e praticato nel recinto più segreto della sua vita interiore e solo delicatamente manifestato – quasi con modestia – all’esterno. Un amore “in crescendo” che costituisce l’anima della sua vita di preghiera e che spiega molto autenticamente tutte quelle decisioni che hanno segnato la traiettoria della sua libertà nel processo di abbandono alla volontà del Signore, incondizionatamente distaccata da ogni affetto e stima umana.

Un’offerta oblativa e totale del suo essere a quel “Gesù che lei ha amato”, sempre, dalla sua prima comunione fino alla morte: l’amore dei suoi anni di alunna nella Scuola della Compagnia di Maria a Tudela; di quelli universitari spiritualmente inquieti e apostolicamente impegnati nell’Università Complutense di Madrid; passando per il suo entusiasmo missionario posto nella prima ora della fondazione e nei primi passi dell’Istituto delle Missionarie di Cristo Gesù a Navarra e a Valencia, attraverso il suo desiderio di una buona formazione teologica, di vera qualità universitaria e, soprattutto, nel doloroso periodo della crisi, non solo umana ma anche spirituale, quando fu costretta a lasciare l’Istituto, nel quale era entrata con tanto entusiasmo missionario e aveva amato tanto e, nella conseguente ricerca più immediata, più distaccata dagli affetti umani, del “volto di Gesù” nella sua Parola meditata nella Sacra Scrittura, nel suo passaggio dalla storia salvifica dell’Antico al Nuovo Testamento, dal tempo della Profezia a quello del suo straripante compimento nel Mistero pasquale dell’Incarnazione e della morte e risurrezione del Figlio di Dio, fatto uomo nel seno della Vergine Maria per la nostra salvezza. Meditazione che è esperienza concreta, vista, toccata e sentita nella stessa geografia della Terra Santa in cui Gesù visse e morì. E così via, fino al punto di maturazione della sua formazione liturgica, iniziata con Pedro Farnés a Barcellona, e del suo incontro con Kiko a Madrid negli anni Sessanta, gli anni tipicamente conciliari, gli anni della scoperta di ciò che significava la Chiesa come comunità di liberazione dei popoli, iniziando un nuovo tempo per concepire e realizzare la missione apostolica della Chiesa, nella Chiesa, e per il mondo come “evangelizzazione”.

Esperienza che si attualizza nella nascita di quella comunità, così singolare, così evangelicamente povera, di Palomeras a Vallecas, in cui si verifica poco meno che fisicamente la potenza trasformatrice dell’uomo che scaturisce dall’annuncio e dall’ascolto del kerygma: dalla Parola del Crocifisso e Risorto. Poi sarebbe venuto il riconoscimento teorico, messo in pratica, che la sua concezione e la sua forma di configurazione ecclesiale di comunità cristiana, catecheticamente radicata nella comunione della Chiesa, non poteva e non voleva essere confusa con una formula comunitaria socio-politica e culturale di una liberazione esistenziale, ideata e praticata in modo intramondano, puramente materialista e temporale.

La liberazione dei poveri autenticamente evangelica era un’altra cosa. Nasceranno così le innumerevoli comunità del Cammino Neocatecumenale in tutta la geografia universale della Chiesa nell’ultimo terzo del XX secolo e nei primi due decenni del XXI secolo, suscitate da lei stessa, insieme a Kiko e a padre Mario, e sempre sostenute dalla sua presenza, dalla sua parola e dalla sua testimonianza offerta attraverso un’itineranza fisicamente estenuante e ininterrotta, ma animata con fervore – e sempre lontana da uno scoraggiamento interiore – dal sì incondizionato alla vocazione ricevuta dal Signore che la chiamava a servire la Chiesa del Concilio Vaticano II, incarnando un carisma singolare, straordinario, chiarissimo, attraversato dallo spirito evangelico proprio del tempo presente della Chiesa e fecondo per il suo futuro: un futuro di salvezza e di pace per il nuovo mondo del terzo millennio della storia cristiana!

Carmen sarebbe andata a incontrare il Padre che sta nei Cieli dopo anni di malattia e sofferenza, con il suo “io ti amo Gesù!”; come aveva detto da bambina, da adolescente, da giovane universitaria, da religiosa, da missionaria, con l’anima e il coraggio di apostola del Cammino Neocatecumenale, essendo inspiegabile quest’ultimo senza di lei, nella sua origine, nel suo sviluppo e nel suo impiantarsi in tutti gli angoli in cui la Chiesa è oggi presente.

Non meraviglia pertanto che i Papi, da San Paolo VI a San Giovanni Paolo II (con un accento straordinariamente significativo per la valutazione ecclesiale e pastorale del Cammino Neocatecumenale) fino a Benedetto XVI e a Papa Francesco, abbiano riconosciuto il valore dell’itinerario di iniziazione cristiana aperto dal Cammino Neocatecumenale per la nuova evangelizzazione e abbiano espresso la loro riconoscente stima ai suoi iniziatori con un apprezzamento, molto sentito, alle loro persone e, molto esplicitamente, a Carmen Hernández Barrera.

Carmen e la storia della sua vita meritano certamente una biografia che resti come memoria scritta, ben fondata nella scienza della storia della Chiesa, di ciò che ha significato per la Chiesa del Concilio Vaticano II la traiettoria umana, spirituale e apostolica di una donna che si è donata a Cristo e alla sua Chiesa, imitando e accettando l’amore di sua Madre – di Cristo e della Chiesa – fino ad offrire la sua vita per Lui, consacrata al suo amore per l’evangelizzazione dell’uomo del nostro tempo (post-moderno?), così affamato e assetato della grazia di Dio. Troviamo questa meritatissima biografia nel libro del Prof. Aquilino Cayuela, concepito e scritto con il rigore metodologico di un buon professore universitario e con la calda “simpatia” personale ed ecclesiale di chi l’ha conosciuta e stimata direttamente e personalmente.

Una buona e ottima lettura non solo per tutti quelli che “camminano” nelle Comunità Neocatecumenali, ma anche per tutta la comunità ecclesiale che avrà qui, nel libro che noi presentiamo, un’occasione d’oro per conoscere con straordinaria vividezza uno dei capitoli spiritualmente e apostolicamente più palpitanti – e probabilmente più fecondi – della storia contemporanea della Chiesa: quella del Concilio VaticanoII! Laus Deo.

*Cardinale e arcivescovo emerito di Madrid     

          Presentazione al libro: “Carmen Hernández. Note biografiche” di Aquilino Cayuela


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