Ci vogliono schiavi? Rispondiamo da Cattolici!


di Matteo Castagna

IL LIBERAL-CAPITALISMO CHE SI SERVE DELLA PANDEMIA PER RIMODULARE SE STESSO HA FALLITO

Più passa il tempo, e mi accorgo che, ormai, sono passati ben due anni dall’inizio dello stato di emergenza e della sospensione di quella vita normale che tutti rimpiangono.

Ci viene detto che quello stile di vita non tornerà più. Dovremo abituarci ad una “nuova normalità”, fatta di identità digitali, serrati controlli, cittadini virtuosi e non, secondo i paradigmi del liberal-capitalismo, che si serve della pandemia per rimodulare se stesso, in quanto ha fallito.

Ritengo sbagliato l’approccio di chi teme la “nuova normalità” perché partire in difesa crea posizioni irragionevoli, alle volte schizofreniche, certamente prive di quel realismo tomista che dovrebbe guidarci, come cattolici e come cittadini. Il Sistema l’ha già prevista, pertanto ogni tentativo, seppur mosso da buona fede, è destinato a non essere realizzabile. Al contrario, sarà nella “nuova normalità” che la tradizione dovrà trovare il suo spazio. C’è stato un pensatore cattolico che aveva previsto, un secolo fa, questa deriva.

E’ Hilaire Belloc (1870-1953), nel suo libro “Lo Stato servile” del 1912.

L’avvento del cristianesimo ha coinciso con un graduale dissolvimento della schiavitù, ma nuove forme di schiavitù si sono affacciate con l’avvento dell’età moderna. Caratteristica di una societas cristiana, è l’attenuazione delle diseguaglianze (che esistono come dato della natura) per mezzo di una società gerarchica e corporata, dove la garanzia dei rispettivi interessi non deve essere disgiunta dal bene comune.

Papa Leone XIII, eletto al Soglio Pontificio nel 1878, vide che la vita di milioni di persone veniva sconvolta dalla rivoluzione industriale e dallo sviluppo tecnologico, che produsse drammatici scompensi economici e materiali e un profondo disagio morale tra le masse operaie e contadine.

Di fronte alle sfide dello stato liberale e alla minaccia socialista, Leone XIII propose il “cattolicesimo sociale”. Volle la presenza dei cattolici dentro la società, da protagonisti, non la loro esclusione o auto-esclusione sfiduciata e rinunciataria, quindi funzionale a ogni modello anticristiano, cui viene lasciato tutto il campo libero di agire. Delineò, altresì, una concezione cristiana dello Stato e della libertà, che trovano nell’Enciclica Rerum Novarum i punti cardine di un sempre attuale appello ai cristiani, nel rapporto con la politica ed il lavoro.

Belloc individua nel distributismo – cioè quella riforma dell’economia che punta ad incentivare la redistribuzione della proprietà secondo i dettami della dottrina sociale della Chiesa – una valida e umana alternativa al capitalismo e al comunismo. Peraltro, il modello economico distributista, era già ampiamente diffuso in epoca medievale: Belloc spiega come questo sistema inizia a dissolversi quando, con l’avvento della rivoluzione industriale, “al posto di una società nella quale un numero preponderante di famiglie era detentore di terra e capitale, la produzione veniva gestita da corporazioni autonome di piccoli proprietari e la miseria e l’indigenza del proletariato erano sconosciute, subentrò la spaventosa anarchia contro la quale oggi è diretto ogni impegno morale e che va sotto il nome di capitalismo”.

Sempre Belloc scrive un meraviglioso passaggio: “Man mano che la civiltà medievale si sviluppava, che la ricchezza aumentava e le arti fiorivano, progressivamente il carattere di libertà si faceva più marcato”, alla faccia dei soliti detrattori mainstream della più bella epoca che fu il Medioevo, culla di civiltà e espressione di magnificenza culturale, artistica, politica e sociale.

Successivamente, il modello capitalistico, che all’epoca peraltro era ancora agli albori, ebbe il demerito di reintrodurre la schiavitù sotto mentite spoglie. Ed è in questa precisa fase che Belloc abbozza il ritorno della società a quella condizione che definisce “Stato servile”, ovvero “l’ordinamento di una società nella quale il numero di famiglie e di individui costretti dalla legge a lavorare a beneficio di altre famiglie e altri individui è tanto grande da far sì che questo lavoro si imprima sull’intera comunità come un marchio”.

Belloc, individuava il ritorno dello “Stato servile”, sia in Inghilterra come in altre nazioni, nel distacco forzato di un numero crescente di persone dalla loro proprietà, un processo avviato con la Riforma protestante, allorché i Tudor e i loro alleati aristocratici espropriarono, non solo i beni dei monasteri, ma anche le proprietà di decine di migliaia di piccoli agricoltori, lasciandoli così bisognosi da renderli inevitabilmente destinatari e vittime del suo crescente dispotismo.

Oggi, sembrerebbe che un’altra rivoluzione industriale, quella della “tecnocrazia globalista”, parallelamente al mondialismo schiaccia popoli ed al keynesianesimo estremo (nella foto sopra John Maynard Keynes, economista britannico, padre della macroeconomia, considerato il più influente tra gli economisti del XX secolo) stessero prendendo piede, in una parvenza di democrazia, attraverso la malcelata volontà di una progressiva limitazione della proprietà (che inizia con l’imposizione delle patrimoniali) e la schiavitù dell’individuo verso le macchine e la scienza, divinizzata dalla televirologia e dalle istituzioni, nessuna esclusa, nell’ateismo di Stato, spacciato per laicità. Ai nuovi poveri (compresi i furbetti) vittime dell’ ultraliberismo contemporaneo si dà il “reddito di cittadinanza”, ovvero forme assistenzialiste, per mantenere il popolo in difficoltà e nel “debito di sudditanza”, più o meno permanente, verso lo “Stato servile”.

Ai tempi di Belloc, “i risultati furono le masse senza proprietà dei mezzi di produzione che divennero sempre più numerose in età moderna, fino ad essere un elemento centrale dell’odierna stagione ultraliberista. Gli individui sono sempre più soli di fronte allo Stato, privati di dignità ma anche di libertà personale, poiché un individuo privato della proprietà, soprattutto dei mezzi di produzione, è un individuo meno libero”.

Per Belloc, la soluzione non può essere la Stato comunista o socialista poiché fermamente convinto del valore della proprietà, la quale, nell’ottica distributista, serve a garantire non solo l’autosufficienza di ogni uomo, ma anche la capacità di difendersi contro gli sforzi dei governi di limitare la libertà con l’approvazione di leggi coercitive in nome della sicurezza sociale. Stando così le cose, si può ben dire con lo scrittore cattolico che “non esiste una società solida, libera ed equilibrata senza una proprietà diffusa, protetta, responsabile, dei mezzi di produzione” (in L’Occidentale, “il ritorno allo Stato servile” di Vittorio Leo, 21/11/2020).

In definitiva, si ritiene come il progressivo allontanamento dai principi cristiani e dal modello economico che quei principi avevano generato, ha prodotto non solo il ritorno alle vecchie schiavitù ma ne ha prodotte di nuove. Non resta che concludere, con il messaggio di speranza lasciato da Belloc nelle parole conclusive del suo libro: “tutto sommato, sono ottimista sul fatto che la fede tornerà a occupare il suo ruolo di intima guida nel cuore dell’Europa, così credo che questa regressione al nostro paganesimo originario (perché la tendenza allo Stato servile non è altro) sarà fermata ed invertita. Videat Deus”.

A noi la continua battaglia per il mantenimento della fiaccola viva della tradizione e dell’identità, a Dio la vittoria! Come scrisse Belloc ne “L’anima cattolica dell’Europa”: «L’Europa tornerà alla Fede o perirà. Perché la Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede».


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