Ecco chi sono santa Lucia e Santa Odilia (Ottilia)


di Mariella Lentini*

I SANTI MANIFESTANO IN DIVERSI MODI LA PRESENZA POTENTE E TRASFORMANTE DEL RISORTO” (BENEDETTO XVI)

Santa Lucia

 

Ricca, bella, coraggiosa, Lucia, nata a Siracusa verso la fine del III secolo, è una fanciulla stupenda ma anche amorevole e di buon cuore. Soprattutto i suoi occhi splendidi attirano sguardi ammirati. La sua famiglia è nobile e agiata. La leggenda narra che rimasta orfana di padre in tenera età, Lucia (il cui nome significa “luce”, dal latino lux) viene promessa sposa a un giovane pagano siracusano, destinata quindi a diventare moglie e madre di famiglia, come si usava a quei tempi, anche se la ragazza desidera seguire Gesù e il Vangelo. La madre Eutichia, ammalata, è afflitta da una continua emorragia contro la quale non si riesce a trovare rimedio. Lucia, affranta, con fede si reca in pellegrinaggio con la madre a Catania presso la tomba di Sant’Agata, patrona della città, per chiedere la grazia di una guarigione.

Lucia, mentre fiduciosa prega, sente una voce che le dice: «Lucia perché mi chiedi quello che tu stessa sei in grado di fare accadere? La tua grande fede ha salvato tua madre». È la voce di Sant’Agata. Mamma Eutichia guarisce mentre Lucia decide di fare voto di castità e povertà. La ragazza intende dedicare la sua vita al Signore, mettendo in pratica le parole di Gesù. Rinuncia al matrimonio, elargisce la sua cospicua dote ai poveri di Siracusa e inizia ad assistere con dedizione e spirito caritatevole i bisognosi, gli orfani e le vedove. Il fidanzato, lasciato da Lucia, non si rassegna a perdere la bellissima e agiata fanciulla, forse interessato, più che altro, alle ricchezze della sua illustre famiglia. In preda all’ira, medita vendetta e così denuncia Lucia allo spietato console Pascasio che intende fare rispettare severamente la persecuzione dei cristiani, ordinata dall’imperatore romano Diocleziano. La ragazza viene arrestata e di fronte al suo rifiuto di rinnegare la propria fede, Pascasio la condanna a essere esposta tra le prostitute, ma la tradizione narra che Lucia sia diventata talmente pesante da non poter essere spostata nemmeno da decine di uomini, e perfino da due buoi. Allora i romani cercano di bruciarla, ma miracolosamente il fuoco non tocca la fanciulla. Infine un soldato la uccide con la sua spada il 13 dicembre del 304.

La tradizione narra che a Lucia siano stati strappati gli occhi proprio perché stupendi, dei quali si era innamorato anche il suo fidanzato, ma che siano tornati miracolosamente al proprio posto. Ecco perché Lucia viene rappresentata con in mano un piccolo vassoio che porta i suoi occhi. Il culto di Santa Lucia si diffonde quasi subito da Siracusa in tutta la Sicilia e poi nel Nord Italia (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige). Patrona di Siracusa e di Venezia insieme a San Marco, generazioni di bambini hanno imparato ad amarla perché ogni 13 dicembre, secondo un’antica tradizione,  la stupenda e dolce fanciulla, coperta da un candido velo, porta loro caramelle, dolci e giocattoli, accompagnata da un asinello e dal suono di una campanella. I bimbi scrivono una lettera a Lucia chiedendo i doni che desiderano ricevere e, prima di andare a dormire,  la lasciano vicino alla finestra, con un po’ di biada per l’asinello e biscotti per la santa siciliana. Al mattino, appena svegli, i bimbi trovano sotto la finestra i doni portati dalla bella e buona Lucia. Secondo la tradizione popolare, intorno al XIII secolo, a Verona una grave malattia agli occhi colpisce i bambini della città.

Per chiedere la grazia della guarigione a Santa Lucia, i genitori decidono di recarsi in pellegrinaggio, senza mantello e a piedi nudi, presso la Chiesa di Sant’Agnese, dedicata anche alla martire siracusana, dove oggi sorge il Palazzo Comunale. Il freddo pungente non invoglia i fanciulli a lasciare il calduccio delle abitazioni, così i genitori, per indurre i figli ad uscire di casa, promettono che al loro ritorno avrebbero trovato dei doni lasciati da Santa Lucia. I piccoli accettano con entusiasmo, partecipano al pellegrinaggio e la malattia sparisce. Così da quel giorno, ogni 13 dicembre, i bambini aspettano Santa Lucia che con il suo asinello porta i doni. In Sicilia in questo giorno si usa mangiare un dolce tipico: la “cuccìa”, grano intero bollito e condito con ricotta e cioccolato, a ricordo di un miracolo compiuto dalla santa nel 1646: durante una carestia approda una nave carica di grano che, per fame, il popolo mangia così com’è, senza macinarlo. Le spoglie della santa oggi si trovano a Venezia, presso la Chiesa dei Santi Geremia e Lucia, sul Canal Grande, non lontano dalla stazione ferroviaria, meta di moltitudini di fedeli provenienti da tutto il mondo.

Santa Lucia, festeggiata anche nel Nord Europa (Russia, Polonia, Finlandia, Danimarca e Svezia), protegge la vista, considerata il bene più prezioso e viene invocata contro cecità, malattie degli occhi, dissenteria ed emorragie. È patrona di ciechi, oculisti, ottici ed elettricisti. A lei si chiede la “luce”, non solo per illuminare gli occhi, ma anche la mente e il cuore.

Santa Odilia (Ottilia)

 

Il duca franco dell’Alsazia Adalrico e la moglie Bersvinda aspettano con trepidazione un bambino. Il nobile desidera assolutamente un maschio, affinché tramandi la casata nobiliare di famiglia. Ma il sesso del nascituro non si può scegliere. Così, nel 660, ad Obernai (Alsazia, Francia), il destino fa arrivare, al nobile superbo e orgoglioso Adalrico, una bambina. Il duca è deluso e diventa furibondo quando viene a sapere che la bambina è cieca. La odia e intende farla uccidere perché per lui rappresenta una vergogna. La moglie ha il cuore lacerato dal dolore e tenta di salvare la figlia. Riesce a convincere il marito a risparmiare la bambina, ma le condizioni dettate dal nobile sono dure: la piccola deve essere allontanata per sempre dal castello e nessuno dovrà sapere chi sono i genitori. La moglie, affranta, accetta le richieste del marito. Mamma Bersvinda affida la bambina a una contadina e poi la fa accogliere in un convento dove le suore provvedono alla sua educazione. Una notte il vescovo Erardo fa un sogno: deve recarsi nel convento dove vive una bambina non vedente, battezzarla e imporle il nome di Odilia che significa “figlia della luce”. Il vescovo decide di concretizzare il sogno. Incontra la ragazzina che ha compiuto dodici anni. Appena l’acqua benedetta bagna il capo della bambina, ecco avvenire la miracolosa guarigione. La fanciulla vede bene da entrambi gli occhi e, come nel sogno, viene chiamata Odilia. Il padre, venuto a conoscenza del prodigio, si pente.

Odilia viene riammessa al castello ma appena viene a sapere che il padre sta per combinare il suo matrimonio con un duca, rifiuta di sposarsi e, invece, chiede al genitore di donarle un monastero. Infatti Odilia ha in mente di dedicare la sua vita ad aiutare gli ammalati e i disabili, come lo era lei da bambina, e anche i poveri, gli anziani abbandonati, gli orfani. Il padre, per rimediare all’abbandono della figlia appena nata, acconsente e Odilia diventa badessa del Convento di Hohenburg (Alsazia) che sorge su una vetta oggi chiamata MontSainteOdile. La regola seguita dalle suore è severa: pane, acqua e verdure, preghiera, poco sonno e servizio a malati e disabili. Odilia muore intorno al 720. Ancora oggi il Monastero di MontSainteOdile è meta di pellegrinaggi. La santa è protettrice degli oculisti e invocata contro cecità, malattie degli occhi, delle orecchie e della testa. Santa patrona dell’Alsazia, Odilia in Italia viene festeggiata a Tovena (Treviso).

 

 

* Autrice del libro
“Santi compagni guida per tutti i giorni”


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