L'”Ecce Homo” di Guido Reni e il senso cristiano della sofferenza


di Aurelio Porfiri

IL CRISTO SOFFERENTE

 

Uno dei dipinti che su di me ha sempre fatto più impressione è il cosiddetto Ecce Homo di Guido Reni (1575-1642), un pittore di cui mi sono già occupati e che certamente è da considerare come uno dei vertici dell’arte pittorica nella sua epoca. Questo dipinto, che ora si trova al Museo del Louvre, è circa dell’anno 1640.

Bisogna dire che questo fu un soggetto molto sfruttato da Guido Reni e dai suoi discepoli, segno evidente che la sua idea ebbe molto successo. In effetti rimaniamo sempre ammirati davanti a questa immagine che comunica l’intensa sofferenza del Salvatore, con quegli occhi che sembrano a fatica guardare verso il cielo mentre la testa, circonfusa da una luce divina, è reclinata dall’altro lato per la fatica e il dolore.

Viene in mente il famoso testo di Isaia (53, 5-12) sul servo sofferente: “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte. Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca. Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”.

Alcuni vedevano in questo passaggio un elogio del Cristo sfigurato, ma in realtà esso è l’esaltazione della sofferenza che prepara alla bellezza, perché il giusto “dopo il suo intimo tormento vedrà la luce”.

Ci viene da pensare a questo osservando con attenzione il dipinto di Guido Reni, è evidente che da quel volto emana una strana bellezza, è come se quella sofferenza messa davanti a noi si ricomponesse in un senso più alto e più grande che ci diviene chiaro proprio pensando al quadro complessivo della redenzione.

Ecco in che modo il Cristiano riesce a fare senso della sofferenza, non è un masochista che gioisce della sofferenza in sé stessa, non sia mai. Essa ha un senso in vista di una risurrezione, altrimenti sarebbe una pena insopportabile. Ecco perché ogni malato si unisce alle sofferenze di Cristo, in attesa di risorgere con Lui, abitando una strana bellezza che solo occhi che si volgono in alto possono vedere.

 


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