Luce da luce, carne da carne


di Padre Giuseppe Tagliareni*

CHI SI AVVICINA A DIO DIVENTA CREATURA DI LUCE

“Dio è luce” (1 Gv 1,5): “Padre della luce” (Gc 1,17), Figlio che è luce da luce, Spirito Santo: luce che dai Due uniti insieme promana. Chi si avvicina a Dio diventa creatura di luce; nessuno più di Maria di Nazareth. Il Verbo, Figlio di Dio, in lei “si fece carne” (Gv 1,14) senza perdere il Suo essere luce. Anche la Sua carne, nata da Maria, fu fatta di luce per essere rivestimento degno di Dio. Per questo Maria fu resa idonea al compito: fu concepita senza macchia di peccato; fu ripiena di grazia (= luce divina) fin dal seno materno; visse sempre avvolta della luce dello Spirito Santo, che al momento giusto la rese feconda e madre di Gesù. Quel corpo che naturalmente è fatto di terra, per mirabile disposizione di Dio fu reso santo, degno di Dio fatto uomo e della sua degnissima Madre Maria.

Così, se il Verbo è luce da luce, come noi affermiamo nel “Credo”, analogamente si può dire che anche Maria è “luce da luce”. Ma mentre il Verbo è luce increata ed eterna, in tutto uguale al Padre, Maria è luce creata, infinitamente distante da Dio, tanto quanto la creatura dista dal Creatore. Eppure essa è la più vicina a Dio, più degli stessi Angeli, che sono creature senza corpo fatte di purissima luce (creata). Maria li supera tutti per una grazia più grande: quella di essere la Madre del Verbo incarnato, che perciò da lei doveva prendere carne. Egli prese la sua carne umana dalla carne benedetta di Maria: carne da carne, carne santa da carne santa. L’anima santissima di Gesù dall’istante della sua creazione nel grembo della Vergine cominciò a rivestirsi di carne nel grembo immacolato di sua Madre: carne degna di un Dio.

Cosa fu infatti, il corpo umano sia per Gesù che per Maria? Fu un semplice velo che ricopriva l’anima invisibile di qualcosa di visibile, che la localizzava nel tempo e nello spazio, secondo le disposizioni della divina Volontà: a Nazareth, a Betlemme, a Gerusalemme, etc. fin tanto che a Dio piacque così. Dopo la loro morte e risurrezione, quel corpo santissimo fu rivestito di gloria immortale e imperitura, che è la vita divina voluta da Dio per l’uomo. Dio infatti vuole che tutto l’uomo sia salvato e abiti in Cielo, sia la sua anima che il suo corpo. In Gesù e Maria per primi si realizzò il disegno di Dio. Essi sono i capostipiti della nuova umanità, quella umanità che sarà ammessa alla visione di Dio nell’eternità.

Quali sono le caratteristiche del corpo divinizzato è difficile immaginare e conoscere. Nei Vangeli pasquali si afferma che Gesù risorto aveva veramente un corpo molto simile al primo eppur diverso; conservava le fattezze del figlio di Maria eppure era molto trasformato tanto da passare i muri ed entrare a porte chiuse nel cenacolo. Conservava le stimmate, ma queste non erano più causa di morte. Questo corpo ormai non poteva più morire. San Paolo parla di un “corpo spirituale” (1 Cor 15,44), incorruttibile, glorioso, che anche tutti i redenti riceveranno alla risurrezione, a somiglianza di quello di Cristo. Solo allora potremo anche noi cantare l’inno di vittoria sul peccato e la morte (cfr. 1 Cor 15,54-55).

Prima della glorificazione, il santo corpo di Gesù (e di Maria a lui tanto legata) non fu soltanto il segno visibile della sua presenza. Colui e Colei che non conobbero peccato furono anche pane e offerta per il sacrificio. Gesù fu “pane” quando sfamò le folle con la parola di sapienza, quando saziò la fame di Dio e di verità assoluta dei suoi interlocutori; quando diede il perdono di Dio ai pentiti, la consolazione divina agli afflitti, la liberazione ai prigionieri, il lieto annunzio ai poveri, la guarigione ai malati, la vita ai morti. Come buon pane, cotto al fuoco dell’ amore, si lasciò mangiare da tutti fino all’esaurimento. Tante volte si dava senza misura, tanto da non aver tempo di prendere cibo con i suoi (cfr. Mc 3,20).

Questa volontà di darsi agli altri per nutrirli di ciò che dava loro vita vera, quella che viene da Dio, Gesù la concretizzò in modo mirabile e impensabile nel dono dell’Eucaristia nell’ ultima Cena. Lì egli prese il pane, lo consacrò e disse “Questo è il mio Corpo dato per voi. Prendete e mangiate” (cfr. Mt 26,26; Mc 14,22; Lc 22,19; 1 Cor 11,23). E come sappiamo da allora la Chiesa ha celebrato il “Memoriale del Signore” non solo per far memoria della sua Passio-ne, ma anche per nutrire i fedeli col Corpo di Cristo come vero cibo, che dà la vita divina a coloro che lo assumono nelle dovute disposizioni (cfr. 1 Cor 11,23-33). Col cibo eucaristico non solo veniamo nutriti con la sostanza del corpo di Cristo, ma la sua stessa Persona divina si trasferisce in noi, si fa nostro ospite Dio stesso e ci dà la Sua vita divina, ben di più che ai suoi ascoltatori durante la sua vita terrena in Palestina. Egli ci nutre nel corpo e nell’anima e ci divinizza fin da ora; il suo Corpo è caparra di vita eterna.

Ma il Corpo di Gesù (e di Maria) è anche offerta del “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rom 12,1), che ogni cristiano imitando proprio il Maestro, dovrebbe fare per dare gloria a Dio, Autore della vita. È Lui che ci fa vivere. È per Lui che bisogna vivere. E Gesù ci insegna che questo è il significato della vita. “Tu non hai gradito sacrificio e offerta, un corpo invece mi hai preparato;… allora ho detto: Ecco, Io vengo, o Dio, per fare la tua volontà” (Eb 10,5.7). La grandezza di questo sacrificio di valore infinito è tale che può dare salvezza eterna al mondo intero, in particolare a chi fedelmente imita il suo Signore, così come fece la Vergine Maria, che si unì al sacrifico del Figlio suo fino al Calvario e alla morte di croce. Fu lì che il Corpo santissimo del Figlio venne immolato; fu lì che l’unione della volontà della Madre a quella del Figlio fu sigillata in eterno.

Il vero cristiano è colui che si nutre di Cristo e unito a lui fa della sua vita un sacrificio di amore a Dio e al prossimo. Allora, in qualche misura anche lui diventa “pane” per gli altri e “ostia” per Dio.  Anche noi, nutrendoci di Gesù, possiamo diventare luce da luce e carne da carne e così continuare la sua incarnazione. “Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri;… ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio… Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore” (Rom 6,12.14.22-23).

 

 

 

 

* Padre Giuseppe Tagliareni
(29 luglio 1943 – 25 gennaio 2022),
è il fondatore dell’Opera della Divina Consolazione


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