Quale risposta alla sofferenza degli innocenti?


di Gianmaria Spagnoletti

INTERVISTATO DA FABIO FAZIO, PAPA FRANCESCO HA REPLICATO CHE “NON C’È RISPOSTA” ALLA DOMANDA SULLA SOFFERENZA DEGLI INNOCENTI. L’ESEMPIO DI DON CARLO GNOCCHI (1902-1956), BEATO, CHE AFFRONTÒ IL DRAMMA DEI SUOI “MUTILATINI” CON  L’OSSIGENO DELL’AMORE, TESTIMONIANZA PER IL NOSTRO MONDO CHE HA RESO IL DOLORE UN “TABÙ”

L’intervista di Fabio Fazio a Papa Francesco, trasmessa sabato sera su Rai Tre nella trasmissione “Che Tempo che Fa”, ha fatto grande sensazione: non solo di per sé, ma anche per alcune risposte date dal Papa.

Una frase del Pontefice, in particolare, ci ha colpito: “Perché soffrono i bambini? Non ho spiegazione, non c’è risposta”. Quello appena intravisto nelle parole del Papa è un tema sconfinato, perché la sofferenza dell’innocente pone all’uomo la domanda di senso praticamente da sempre.

Un momento prima, Fabio Fazio gli aveva domandato: “Perché Dio che tutto può, non interviene sul dolore degli innocenti?”. La risposta del Papa è stata, in sintesi: “perché l’uomo è libero”, e spesso usa la sua libertà per causare guerre, disuguaglianze, povertà, che finiscono sempre per coinvolgere degli innocenti. Ma anche cercando di rimuovere le cause di guerre, disuguaglianze e povertà con tutta la buona volontà, la domanda resta, perché quello che fa veramente impazzire è che il male colpisce tra gli innocenti del tutto alla cieca, senza un “criterio”, anche là dove noi vogliamo trovarlo. Pensate al testo che, primo fra tutti, pone la domanda della sofferenza dell’innocente: il Libro di Giobbe.

Giobbe è un uomo giusto, ricco, felice e che non manca di onorare Dio. Ma per una sorta di “sfida” tra Dio e il Diavolo (il quale vuole dimostrare che la venerazione di Giobbe è pura formalità e dura solo finché le cose gli vanno bene), perde in successione tutti i beni, tutti i figli (sette maschi e tre femmine) e viene colpito dalla malattia, restando solo e povero, seduto sulla cenere. Giobbe è un sant’uomo, e non bestemmia mai Dio né maledice, nemmeno quando ma gli amici insistono a dirgli: «Devi pur aver fatto qualcosa!», alla ricerca di una spiegazione semplice e immediata alla serie di disgrazie che lo colpiscono, nonostante siano evidentemente immeritate. Giobbe però accetta tutto quello che gli succede, per un semplice motivo: egli si fida di Dio, e sa che Dio non può volere il male, né la morte delle sue creature. Per questo, alla fine, Dio lo ricompensa restituendogli il doppio dei suoi averi e concedendogli di nuovo sette figli e tre figlie. Il Libro di Giobbe sottolinea una prima cosa importante: il male viene dal Diavolo, non da Dio. Tuttavia lascia la domanda aperta sul perché della sofferenza.

Colpisce l’atteggiamento piuttosto irritante degli amici di Giobbe, che insistono nel cercare per forza una ragione alle sue disgrazie: è un meccanismo di buona azione = premio e cattiva azione = punizione che si sente usare spesso, ma non tiene conto della complessità del reale. Persino i discepoli di Gesù, davanti al cieco nato (Gv 9), Gli domandano: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?» (la cecità veniva ritenuta peggiore delle altre infermità, perché impediva di leggere le Scritture).

Alla domanda dei discepoli Gesù risponde: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio», anticipando il miracolo che avrebbe compiuto di lì a poco. Gesù guarisce il cieco per insegnare che vedere la sofferenza come punizione non ha senso. Ma non solo: quell’episodio insegna che il cieco nato attraversa una trasformazione ancora più importante della sua guarigione fisica: è l’unico a fare atto di fede in Gesù, mentre i farisei dimostrano di essere i “veri” ciechi non volendo credere al miracolo, seppure evidente. Dio non può eliminare dal mondo la sofferenza, non solo perché ha creato l’uomo libero, e perché il male non è opera Sua, ma anche per ricordarci che siamo sulla Terra “di passaggio”, e la nostra vera destinazione è il Cielo, dove ogni male sarà sradicato.

Ad ogni modo, tramite l’opera di Cristo sulla terra, Dio ha dimostrato che non abbandona l’uomo  ai suoi mali, non solo perché Gesù non ha mai negato il suo aiuto, tanto da arrivare a sera “stanco per aver guarito”, ma anche perché ha sbaragliato definitivamente la logica della “sofferenza-punizione” salendo il Calvario e facendosi carico di ogni umana sofferenza nella morte di croce. Questa è bene o male la spiegazione, anche se è giusto e rispettoso ricordare che ogni persona toccata da qualsiasi male fisico o spirituale trova la propria spiegazione “personalizzata”. Forse non ce ne rendiamo mai conto, ma la sofferenza è un mare vastissimo.

I bambini in cura nei reparti pediatrici sono quelli che colpiscono subito, ma i cosiddetti “disabili” (parola che non amo molto, ma la uso per farmi capire) sono molti di più di quelli che possiamo contare con uno sforzo di immaginazione, anche perché ci sono disabilità che non sono visibili a occhio nudo. L’assurdo “culto del corpo” poi, ci spinge a ignorare chi abbia un pur minimo difetto fisico. Oggi siamo arrivati al punto di voler fare leggi che consentano di sopprimere chi lo chiede, in quanto afflitto da sofferenze intollerabili – ma intanto, si approva senza battere ciglio la pratica di “liberare” i Paesi del nord Europa dai bambini Down o con qualsiasi altra imperfezione ritenuta inaccettabile.

Per paradosso, si potrebbe parlare di un tentativo di “uccidere” la sofferenza, eliminando però anche il sofferente…Assurdo, ma forse spiegabile col fatto che la sofferenza è diventata ormai un “tabù” e incute a tanti un sacro terrore. Per non parlare della disabilità, altro tema incompreso, soprattutto perché per “comprenderlo” bisogna farne esperienza sulla propria pelle o su quella di una persona cara…Come diceva il Sommo Poeta Dante Alighieri: «Intender non lo può chi non lo prova».

Sicuramente, molti si saranno posti la stessa domanda di Fabio Fazio sul perché della sofferenza dei bambini. Per venire loro in aiuto, vale la pena di rispolverare la storia di un “gigante” della carità: Don Carlo Gnocchi (1902-1956).

Nato nel piccolo Comune di San Colombano al Lambro, in provincia di Milano, già in giovane età il Beato subì dolorose perdite: il padre morì per silicosi quando lui aveva 5 anni, e in seguito entrambi i fratelli morirono di tubercolosi. Consacrato sacerdote nel 1925, dimostrò di essere anche un ottimo educatore, tanto da essere nominato assistente spirituale del prestigioso Istituto Gonzaga di Milano. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, volontariamente, volle seguire anche al fronte i giovani che aveva accompagnato, prima in Albania, poi in Russia, sempre in reparti alpini.

Nacque in questo periodo il suo primo libro, «Cristo con gli Alpini», dove il cappellano militare testimoniava di aver rivisto la Passione del Signore nelle vicende, e in particolare nelle sofferenze e nella morte dei suoi soldati in battaglia. Fu proprio durante la tragica ritirata nella steppa che il giovane don Carlo cominciò a maturare la sua futura vocazione: assistendo senza posa i soldati italiani costretti a camminare a piedi nell’immensità del territorio russo, che morivano a decine per lo sfinimento, le ferite, il gelo polare, don Gnocchi ne raccoglieva le confessioni e le ultime volontà. Molti, destinati a essere abbandonati lì dove si accasciavano, gli raccomandavano i figli piccoli.

Rientrato dalla Russia “miracolosamente” (come ci riuscì è una incredibile storia a sé!), dopo la Resistenza e il termine del conflitto fu profondamente colpito dai numerosi casi di bambini che rimanevano gravemente feriti e mutilati dagli ordigni inesplosi di cui era letteralmente disseminata l’Italia. L’impegno profuso da don Gnocchi a favore dei suoi giovani, chiamati affettuosamente “mutilatini”, si concretizzò nella fondazione di ben nove “collegi”, in realtà vere e proprie cliniche che si occupavano della rieducazione, scolarizzazione e riadattamento dei piccoli degenti, riunite nel soggetto giuridico “Pro Juventute”, in seguito denominato “Fondazione don Gnocchi”.

Don Gnocchi raccontò questa esperienza in Pedagogia del dolore innocente, le cui bozze corresse sul letto di morte e che uscì nel 1956 per l’Editrice La Scuola, dopo la morte dell’autore. È straordinario leggere quest’opera in parallelo con l’enciclica Salvifici Doloris» (1984) e vedere che ha precorso molte osservazioni sullo stesso tema fatte da Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica parecchi anni più tardi.

Pedagogia del dolore innocente è un libro bellissimo, che dovrebbe essere reso obbligatorio non solo nelle scuole, ma anche nelle Facoltà universitarie, specialmente in quella di Medicina.

Colpito dalle tribolazioni di questi piccolissimi pazienti, che la guerra aveva sfigurato strappando braccia e gambe, il sacerdote scriveva: «Io credo che, quando si arriva a comprendere il significato del dolore dei bimbi, si ha in mano la chiave per comprendere ogni dolore umano e chi riesce a sublimare la sofferenza degli innocenti è in grado di consolare la pena di ogni uomo percosso e umiliato dal dolore».

La prima radice della sofferenza di un bambino, secondo don Gnocchi, è che «soffre in quanto uomo, partecipe quindi dell’umanità […] della colpa originale e quindi coinvolto nella sua espiazione»; ma oltre ad avere una solidarietà con Adamo nel Peccato Originale, ne ha un’altra, «altrettanto obbligante», con i suoi simili. Infatti, scrive ancora don Gnocchi, «la maggior parte degli uomini […] accetta volentieri la solidarietà positiva con tutta l’umanità, quando si tratta di dividere le conquiste e i vantaggi della scienza e del progresso, della civiltà e della fraternità […] ma al contrario si ribella alla solidarietà negativa che coinvolge tutti gli uomini nei fenomeni sociali di crisi, di decadenza, di sventura e di cattiveria collettiva e, quando un innocente è chiamato a parteciparvi, se ne scandalizza e grida all’ingiustizia».

Il dolore dei bambini è il “caso limite” che colpisce, che spinge a interrogarsi più di ogni altro dramma umano. Non è un pensiero astratto ma estremamente “vivo”, radicato nell’esempio di Gesù Cristo: «Se il dolore, secondo il Vangelo, rivela la presenza di Cristo nell’uomo, in nessuno questa trasparenza si fa più chiara, evidente ed immediata come nel fanciullo. E per questo Gesù ha detto: “Tutto quello che avete fatto a uno di questi piccoli lo avete fatto a me».

Per don Gnocchi la sofferenza del bambino, come quella del soldato che muore al fronte, «trae il proprio valore di grazia dalla sua intima inserzione su quello di Cristo» prima in forza del Battesimo e poi della propria responsabilità personale, che va coltivata tramite l’educazione cristiana. «La pedagogia cristiana del dolore», continua don Gnocchi, è insegnare ai bimbi «che il dolore non è da tenere per sé, ma bisogna farne dono agli altri e che il dolore ha un grande potere sul cuore di Dio, di cui bisogna avvalersi a vantaggio di molti». Non è un vago sentimento di filantropia a muovere don Gnocchi, ma la coscienza che il dolore dei bambini serve alla corredenzione dell’umanità intera.

Don Gnocchi è stato proclamato beato con una cerimonia nel Duomo di Milano il 25 ottobre 2009, con grande concorso di popolo. Sarebbe stato bello sentire citare qualche sua frase da papa Francesco, ma pazienza. Dispiace che sia caduto nel dimenticatoio l’esempio del prete brianzolo, che non aveva la “sua” risposta sul dolore umano, ma se ne faceva carico sapendo che era come un’altra Passione. Don Gnocchi definiva la sofferenza «enigma per il non credente, mistero per chi si affida a Dio». Il mondo di oggi, senza più la fede che faceva dire a San Paolo «Compio ciò che manca ai patimenti del Cristo nella mia carne» (Col 1,24), considera la sofferenza “un peso e basta”.

 


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