Il card. Zuppi: “l’abbandono scolastico è aumentato e chi aveva difficoltà ne ha ancora di più”


di Matteo Zuppi*

L’EDUCAZIONE È SEMPRE UN ATTO DI AMORE CHE SUSCITA AMORE

«Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore» (San Giovanni Bosco, Lettera circolare. Dei castighi da infliggersi nelle case salesiane, 29 gennaio 1883).

Per parlare dell’esperienza di Portofranco mi piace partire da questa frase di San Giovanni Bosco che, a mio avviso, è una parafrasi perfetta della frase che troviamo scritta in caratteri cubitali all’ingresso dei locali dell’associazione: «I ragazzi non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere». E solo il cuore, che accende la mente e la tiene viva, può accendere i cuori anziché riempirli, spesso in maniera disordinata.

Maria Montessori diceva che «più dell’elettricità, che fa luce nelle tenebre, più delle onde eteree, che permettono alla nostra voce di attraversare lo spazio, più di qualunque energia che l’uomo abbia scoperto e sfruttato, conta l’amore: di tutte le cose esso è la più importante». E l’educazione è sempre un atto di amore che suscita amore e che non lo possiede, come il vero amore.

Questo centro di aiuto allo studio che aiuta gratis almeno quattromila ragazzi in tutta Italia, con una cinquantina di sedi e un giro di ottocento volontari, è «una rete larga ma nascosta», scrive l’autore, fatta di «gesti così normali e quotidiani» che può passare inosservata, come la foresta che cresce senza fare rumore: «È raro che compaia sui giornali quando si parla dei giovani, della scuola, dell’“emergenza educativa”». Ma è lì e continua ad illuminare tante tenebre e preparare il futuro, specialmente ai tanti che, purtroppo, ancora oggi “restano indietro”. Lo abbiamo visto nella pandemia: l’abbandono scolastico è aumentato e chi aveva difficoltà ne ha avute ancora di più.

Cardinale Giacomo Biffi

 

Le cose importanti nascono sempre da quello che appare un caso e che è soltanto «il travestimento assunto da un Dio che vuol passeggiare in incognito per le strade del mondo», diceva il Cardinale Biffi. Dio aiuta le cose grandi proprio con le piccole, Lui che è il più grande e che si fa piccolo. Spesso le persone pensano il contrario e disprezzano gli inizi umili, cercando le prove immediate, stancandosi, arrendendosi alle prime difficoltà. Qui, come vedremo più avanti, tutto è nato nel novembre 2000 grazie a una cena tra amici: «A capotavola, don Giorgio, prete sanguigno, figlio – più che allievo – di don Giussani e a sua volta educatore tenace di centinaia di ragazzi, da responsabile di Gioventù Studentesca e da rettore dell’Istituto Sacro Cuore di Milano. Intorno, un gruppetto di insegnanti. Discussione calda, appassionata. E il sacerdote ha un’intuizione che lui stesso, poi, così: “Se dobbiamo aiutare i ragazzi, qual è il punto in cui fanno più fatica, il bisogno che esprimono di più? La scuola. Bene, cominciamo da lì”».

Educare, insegnare, far crescere è solo una questione intellettiva e di apprendimento o è un’esperienza che coinvolge l’aspetto relazionale, affettivo, emozionale, amicale? C’è spazio per il cuore nell’esperienza educativa? Direi che Portofranco ci aiuta a dare una risposta chiara, perché ci mette di fronte ad una realtà che, all’apparenza, si presenta come un grande e strutturato “doposcuola” mentre, di fatto, si caratterizza per essere una vera e propria scuola di vita e di relazione, in cui “insegnanti” e “alunni” condividono non solo le nozioni e le conoscenze, ma un tratto della propria vita. Non è, in realtà, sempre così l’educazione? Quando non c’è condivisione o relazione, a cosa si riduce? Non a caso Portofranco, anche nella sua stessa denominazione, è un luogo libero. L’educazione rende liberi ed è frutto di tanta e vera libertà, così diversa dal vivere slegati.

Don Giorgio Pontiggia

 

L’intuizione di don Giorgio Pontiggia non fu quella di dar vita ad una seconda scuola, ma ad un’esperienza in cui l’“insegnante”, spesso un professore in carica o in pensione o uno studente universitario, si relaziona uno ad uno con l’“alunno”, in un rapporto che diventa una condivisione di vita, un legame profondo, un aiuto reciproco. È la comunicazione che non salta ambiguamente i ruoli, non li confonde, ma li rende comunicanti, pieni; tanto che chi insegna si accorge che sta imparando, e chi deve imparare diventa lui stesso un insegnante.

“Fuochi accesi” è un libro di storie, di persone, di fatti, di creatività originale, che ci parlano di incontri, di fatiche, di diffidenze, di gioie, di soddisfazioni, di riconciliazione, di fuoco e di passione. Storie vere, che ci aiutano a leggere i nomi, i volti, le provenienze, senza nessun pregiudizio, ed a capire e valorizzare la ricchezza nascosta in ognuno.

Sono storie all’apparenza semplici, mai banali, anzi che ci aiutano a vedere le tante presenze dello Spirito di Dio nella vita ordinaria delle persone. Storie sussurrate e non enfatizzate; storie a volte tragiche, ma a lieto fine. Storie dove tutti sono uguali e tutti originali. In questo senso Portofranco realizza quello che papa Francesco indica con la sua enciclica Fratelli tutti, grande sogno che prepara il futuro per la nostra casa comune, convinti che siamo sulla stessa barca e che solo insieme se ne esce. A Portofranco, tutto ciò è una realtà.

Il libro è una miniera «dove, lavorando, si trovano, un po’ incrostate e nascoste, piccole o grandi pepite», come dice uno dei ragazzi parlando di questo posto. E ci aiuta a farlo in luoghi che avremmo pensato privi di valore. È vero: aspettavano solo qualcuno che le scoprisse. E il segreto è la gratuità. L’amore non possiede ed è prezioso quando non ha altro interesse. Julián Carrón ricorda che l’educazione è «un’opportunità strepitosa», a patto che a coglierla siano adulti «senza volontà di possesso, animati solo dal desiderio di condividere quello che abbiamo ricevuto con i giovani». Ecco, questo è un buon esempio. Così i ragazzi «si stupiscono e diventano capaci di cose belle. E l’incendio di un cuore è sempre un miracolo», dice uno dei volontari.

Michele, ormai all’università, racconta che ora cerca di «splendere come una fiaccola»; Giovanni gioisce, perché finalmente non si sente trattato «come un deficiente»; Nurgul, ora educatrice, ha trovato in Portofranco un aiuto non solo allo studio, ma alla vita. Ma Portofranco è anche la storia, mischiata a quella dei ragazzi, di tanti volontari, che vedono ogni giorno i miracoli del voler bene, dell’accoglienza, della disponibilità, come Giovanni che riassume il suo servizio in una frase densissima: «L’essere amati fa fare cose straordinarie».

Alessandra, una degli universitari, racconta che «guardando i loro volti ho iniziato a commuovermi. Ho sperimentato di essere bisognosa di un posto così. Mi sono resa conto che non erano solo i ragazzi ad aver bisogno di me, ma io di loro e di un posto in cui il mio “io” venisse così sfidato». È proprio vero: troviamo il nostro io non collezionando le sue infinite interpretazioni, ma nell’incontro, con emozione, dell’altro. Sempre Alessandra aggiunge che «Portofranco mi ha aiutata a capire anche la mia vocazione: io non ho fatto Lettere con l’idea che sarei andata a insegnare, ma stando con i ragazzi mi sono accorta di una contentezza strana». Portofranco sa che l’educazione ha bisogno di pazienza; non è digitale, non serve nemmeno verificarla con  indicatori e coefficienti immediati, perché l’amore è sempre una creazione originale e ha bisogno di tempo.

Ad esempio, Enrica racconta di Megla, ragazza sveglia, arrivata a Scholé (il Portofranco di Bologna) quando faceva la seconda superiore, che «ha fatto un percorso altalenante, perché a volte si legava ad amicizie un filo trasgressive… Ma anche questo era un modo per coinvolgersi con la realtà. E qui è sempre venuta». Al punto che, osserva l’autore, «negli anni, è maturato un rapporto di fiducia, di condivisione». Negli anni. Gratuità e fedeltà.

I ragazzi che “sbarcano” a Portofranco come ultima spiaggia vi trovano una seconda casa e gli insegnanti che, dopo ore di lezione o di studio non vedrebbero l’ora di andare a casa, ritornano a “far scuola” gratuitamente, sapendo che lì sono attesi. Questo vale anche per tanti insegnanti, ormai in pensione, come il compianto Benedetto che, dopo aver iniziato l’esperienza di Portofranco a settant’anni, scriveva: «È arrivata la pensione e credevo di aver finito, che sciocco; adesso ho uno stuolo di ricercatori». Anche Giovanni, parlando dei colloqui con i genitori dei ragazzi, dice: «Vedo due cose: il bisogno che i figli si sentano accolti, e lo stupore quando si rendono conto che qui può succedere».

Portofranco è un luogo in cui i ragazzi vengono accolti come persone, in cui si intraprende la lotta alla dispersione che, spesso, significa disoccupazione, in cui si impara a vivere l’impegno scolastico come un’occasione di crescita umana, attraverso una forte esperienza di condivisione e di integrazione sociale. Portofranco è un faro, come si vede nel logo dell’associazione, che traccia la via e dà sicurezza a chi è perso e non sa che direzione prendere; che illumina l’oscurità che, a volte, avvolge chi ha perso fiducia nelle sue capacità; che rimane stabile e fermo, sempre presente ed accogliente verso chi chiede aiuto.

I ragazzi di Barbiana affermavano di aver bisogno di insegnanti che fossero capaci di amare: insegnanti che possano «appassionarsi alla scuola, amare i ragazzi e essere amati. E soprattutto aver la gioia d’una scuola che riesce». Era la passione di un educatore come don Milani, che diceva di sé: «Non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare». I ragazzi dicevano di lui che «voleva che noi si capisse: “Tu vali! Tu sei importante!”». È la stessa preoccupazione che si vede qui, in azione. «Continuate così», conclude la sua lettera un ragazzo, dopo aver parlato della realtà di Portofranco. «Continuate così», è anche il mio augurio.

* Cardinale e Arcivescovo di Bologna
Prefazione al libro di Davide Perillo
Fuochi accesi. I ragazzi di Portofranco. Un’esperienza di educazione e integrazione
(Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2022, pp. 144, euro 14)

 


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