Il Papa rappresenta in terra Gesù Cristo e ne esercita il potere spirituale su tutti i credenti


di Padre Giuseppe Tagliareni*

TU SEI PIETRO E SU QUESTA PIETRA…

 “E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18).

La solenne promessa di Gesù fatta a Cesarea di Filippo, dopo la confessione della sua messianicità: “Tu sei il Cristo!”, mette Pietro a fondamento della Chiesa e promette che le potenze dell’Inferno non ce la faranno a distruggerla. Gesù cambia il nome di Simone in “Kefa”, roccia, e gli affida le chiavi del Regno di Dio cioè lo fa suo Vicario in terra, col potere di “legare e di sciogliere” cioè di giudicare: una potestà che lo pone al di sopra e a capo di tutti gli Apostoli. Questo è ciò che ha inteso la Chiesa fin dalle origini e questo si conserva integralmente nella Chiesa cattolica.

Perché “roccia”? La roccia indica stabilità e fermezza. Qui è chiaramente riferito all’apostolo, nonostante la sua umana debolezza. Certo, il vero e indefettibile fondamento della Chiesa è Gesù: egli è la “Pietra angolare” posta da Dio (cfr. Mt 21,42; Ef 2,20) e nessuno potrà porre altro fondamento alla famiglia dei figli di Dio e alla sua casa sulla terra e nei cieli. Ciò che rende forte Pietro è la sua fede in Gesù Messia di Dio, una fede che la preghiera di Gesù renderà incrollabile, come gli promise all’Ultima Cena (cfr. Lc 22,32). In verità, così è stato: l’apostolo, superata la debolezza della notte dell’arresto di Gesù, è stato fedele al Signore fino alla morte di croce, costituendo il centro visibile della prima comunità di credenti. Questa stabilità della fede messianica è propria di Pietro ed è trasmessa ai suoi successori.

Perché “le chiavi”? Le chiavi del Regno di Dio indicano sia le porte della città santa, sia il potere giudiziario proprio del Vicario del Re. Se il Re è colui che detiene legittimamente ogni potere, il maggiore rappresentante del Re, ricevutane l’investitura, ne fa le veci e quindi esercita tutta la sua potestà, secondo le disposizioni del Re. Solo a lui dovrà rispondere e in nome suo legifera e giudica, “apre e chiude” (cfr. Is 22,22) come vuole e nessuno può contrastarlo. Il possesso delle chiavi dunque, indica non solo la potestà giudiziaria ma anche la supremazia del suo potere su tutti i vassalli e sudditi del Re. Queste “chiavi” sono passate da Pietro ai suoi successori: i vescovi di Roma e cioè i Romani Pontefici. Il Papa rappresenta in terra Gesù Cristo e ne esercita il potere spirituale su tutti i credenti.

Dopo la sua risurrezione, Gesù chiese a Pietro una triplice professione di amore in riparazione del rinnegamento la notte della Passione. Ottenutala, gli affidò il suo gregge per pascerlo come buon pastore, ad immagine di quanto aveva fatto Gesù stesso in quei tre anni trascorsi insieme. Agnelli e pecorelle di Cristo sono i suoi fedeli, che Pietro quale primo pastore deve curare nell’interesse del suo padrone. Dio è il padrone delle anime e Cristo è colui che le ha riscattate; ma gli Apostoli con a capo Pietro sono preposti a pastori, cioè a guide sicure perché siano condotte ai pascoli ubertosi della Parola di Dio e dell’Eucaristia, sia protette dai lupi rapaci (eretici, negatori, oppositori, operatori di scandali, persecutori, etc.) e da pericoli mortali (allontanamento dalla comunità, corruzione, perdita della fede, scandali, etc.).

Un compito molto importante e tipico di San Pietro è quello magisteriale a riguardo della fede in Cristo, proprio perché a lui fu rivelato dal Padre dei Cieli l’identità di Gesù. A Pietro in primis appartiene insegnarlo e testimoniarlo davanti a tutti, come fece subito dopo la Pentecoste a Gerusalemme (cfr. At 2,14-36), poi nella prima comunità di credenti, poi ad Antiochia e infine a Roma, dove morì crocifisso all’ingiù per amore di Cristo. Se a tutti gli Apostoli Gesù diede il compito d’insegnare alle genti ciò che Lui aveva insegnato loro, questo vale a maggior ragione per Pietro, capo degli Apostoli e fondamento dell’unità del gruppo. Nel libro degli Atti si vede la sua posizione dominante, che denota le disposizioni date da Cristo stesso perché vi fosse unità sia nella disciplina che nella dottrina.

La “cattedra” di San Pietro indica propriamente il suo magistero in materia di fede e di costumi, secondo gli insegnamenti di Cristo. Gesù non volle affidare tale importantissimo compito a persone dotte e competenti come erano i dottori della Legge e gli scribi, né a persone aderenti alla setta dei Farisei, tanto attaccati alle tradizioni mosaiche. Egli invece, scelse delle persone semplici del popolo e dopo averli formati nella sua dottrina e sequela, li inviò come maestri di fede cristiana, mettendo a capo supremo Pietro, il pescatore di Galilea. Egli non deve insegnare astruse dottrine e misteri incomprensibili ai piccoli, né operare riti esoterici e inizia-zioni riservate a pochi adepti. Egli deve fare ciò che faceva Gesù e portare anime e cuori a Dio: con l’esempio di una fede cristallina e incrollabile, con una testimonianza a tutta prova, con un amore al Maestro così grande da convincere tutti della sua presenza viva tra noi.

Il pescatore di Galilea guida la barca della Chiesa: sia per operare pesche miracolose, sia per attraversare tempeste impetuose. È una nave che non va a fondo, anche se venti e marosi si scatenano contro; anche l’acqua vi entra da improvvide falle non sempre scoperte e riparabili in tempo. Stranamente la barca va e non affonda, anche se la ciurma sonnecchia o si divide: in essa c’è una presenza nascosta che nessuno potrà cancellare e che è la ragione del successo finale. Le porte degli Inferi non prevarranno, sta scritto. Perché in questa barca di Pietro c’è Cristo dentro, sempre pronto ad operare il prodigio che fa tornare la bonaccia. A Pietro tocca svegliare la ciurma, assegnare i posti, ridestare la fiducia, donare questa certezza, la sua, che Cristo è con noi, è veramente risorto ed ha vinto il peccato e la morte.

Il ruolo di Pietro continua nel Romano Pontefice: egli è il sommo maestro vivente della fede cristiana, il Pastore dei pastori, colui che “conferma i suoi fratelli” secondo l’esplicito comando di Gesù (cfr. Lc 22,32) e tutti orienta verso la testimonianza da rendere a Cristo. Nel momento di tante defezioni e abbandoni, egli ripete le parole di San Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna! Noi abbiamo creduto e conosciuto che Tu sei il Santo di Dio” (Gv 6,68-69).

Gesù attende questa professione di amore e di fedeltà dei suoi, mentre la grande apostasia svuota le chiese e si moltiplicano gli idoli di vanità. Siamo ormai sotto il dominio di Babilonia, la grande meretrice, e i nemici di Dio cantano vittoria. Tocca a noi tutti svegliare il divino Dormiente e gridare: “Maestro, non t’importa che periamo?” (Mc 4,38).

 

 

 

 

* Padre Giuseppe Tagliareni
(29 luglio 1943 – 25 gennaio 2022),
è il fondatore dell’Opera della Divina Consolazione


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