Ecco chi è san Giovanni Giuseppe della Croce, “Padre centopezze”


di Mariella Lentini*

I SANTI MANIFESTANO IN DIVERSI MODI LA PRESENZA POTENTE E TRASFORMANTE DEL RISORTO” (BENEDETTO XVI)

 

Cosa spinge un uomo ricco ad occuparsi dei poveri? Forse una madre che gli insegna a essere generoso con i derelitti? Forse un maestro che gli insegna il catechismo? Oppure la lettura dei libri che parlano di Gesù e dei santi? O, ancora, un’inclinazione personale per la carità verso i più deboli? Potrebbe essere una voce che arriva dal Cielo e che parla al cuore: prima sussurra piano, poi alza il tono, infine urla per farsi ascoltare. Urla che c’è gente che soffre ed ha bisogno d’aiuto.

Tutto questo è capitato a Carlo Gaetano Calosirto, un bambino nato nel 1654, nell’isola d’Ischia (Napoli), da una nobile famiglia che vive in un castello. Mamma Laura Gargiulo gli insegna a essere buono con i poveri. Il bambino si rifugia in una stanza da solo, per pregare e leggere Libri Sacri, ma anche per creare, con del filo, bottoni da rivendere per aiutare i poveri. Non sopporta le cattive parole e, quando un fratello gli dà uno schiaffo, invece di reagire, s’inginocchia e prega. A soli quindici anni, cambiando il suo nome in Giovanni Giuseppe della Croce, entra nel Convento di Santa Lucia al Monte di Napoli.

Il ragazzo indossa il ruvido saio dei monaci francescani: solo e sempre lo stesso, per tutta la vita, tanto rattoppato da essere soprannominato “Padre centopezze”. Viaggia a piedi scalzi sotto la pioggia anche d’inverno; si nutre di pane, acqua e legumi. Tutto ciò che possiede il convento è per i poveri di Napoli. E quanti miracoli compie Fra Giovanni Giuseppe! Ogni volta che i frati si privano di pane, vino e verdure per sfamare i poveri, il cibo si moltiplica, oppure generosi benefattori si fanno avanti. Il santo cammina sollevato da terra mentre prega, ha visioni della Madonna che gli porge Gesù Bambino; guarisce zoppi e ciechi e resuscita un fanciullo.

Il sacerdote non si risparmia: confessa, guida decine di conventi, cura gli ammalati, va a cercare i poveri nei tuguri e li annota in un elenco. Come maestro dei novizi è molto amato: non ordina, chiede con dolcezza. Per dare l’esempio svolge i lavori più umili: lava i piatti o spazza le stanze. Il santo muore nel 1734 a Napoli. A Piedimonte d’Alife (Caserta) si trova il piccolo Convento “La solitudine”, fatto costruire dall’umile frate in mezzo al bosco e tuttora meta di tanti pellegrini.

 

* Autrice del libro
“Santi compagni guida per tutti i giorni”


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