Russia e Ucraina: quando il sogno imperiale e il nazionalismo si scontrano


di Pietro Licciardi

QUALCHE INTERESSANTE SPUNTO SU CUI RIFLETTERE DEL PROFESSOR PIERO SINATTI, PROFONDO CONOSCITORE DELLA STORIA DELL’UNIONE SOVIETICA E DELLA FEDERAZIONE RUSSA  

Il professor Piero Sinatti è uno studioso ed esperto dell’Urss e della Federazione russa avendo scritto per il Sole24Ore su questo immenso paese euroasiatico dal 1983 al 2008. Tra l’altro è stato lui, nel 1976, ben venticinque anni prima della pubblicazione con Einaudi, a portare in Italia i Racconti della Kolima di Varlam Shalamov, che per primo ha aperto una finestra sull’universo concentrazionario sovietico

Professore, è vero che in buona parte l’attuale crisi tra Russia e Ucraina ha le sue radici nel modo disinvolto col quale l’Urss ha gestito i confini delle repubbliche sovietiche?

«L’Ucraina, come formazione statale pressoché nei suoi confini attuali, risale agli anni cruentissimi confusi di formazione dell’URSS – tra il 1918 e il 1922 – come Repubblica Sovietica Socialista Ucraina (RSSU), con capitale Kiev. Ai territori storicamente etnicamente ucraini ne furono aggiunti altri russi, multietnici, russofoni: in particolare la grande regione mineraria e industriale del “Donbass” e le regioni rivierasche del Mar Nero dalla regione di Lugansk a Mariupol, da Kherson al grande porto di Odessa. Negli anni Venti del secolo  scorso sotto impulso di Lenin, la lingua ucraina moderna (quella formatasi a metà dell’800, per opera in particolare del grande poeta e scrittore Taras Shevchenko e di altri scrittori, poeti, linguisti) divenne lingua ufficiale da insegnare in tutti gli istituti d’istruzione e di cultura: si compilarono grammatiche e dizionari; in ucraino erano scritti documenti ufficiali, giornali, opere letterarie e teatrali. In altre parole, oppresso e repressa nell’800 imperiale, l’ucraino si affermò e consolidò negli anni Venti. Successivamente, quando la politica di collettivizzazione e di industrializzazione  a tappe  forzate, centralizzò l’URSS sotto la direzione del georgiano russificato Josif Dzhugazhvili, detto Stalin, il russo divenne di fatto lingua dominante nelle varie repubbliche dell’Urss, quindi anche in Ucraina. Le aspirazioni autonomiste anche in campo linguistico furono da allora duramente represse. Dopo la II Guerra Mondiale all’Ucraina furono annesse le regioni occidentali ucraino-polacche (Galytsina, centro Leopoli). Il leader post-staliniano del PCUS Nikita Khrushev regalò all’Ucraina l’isola multietnica e russofona della Crimea (1954)».

Quindi Putin quando vuole riportare l’Ucraina nei confini russi ha come modello l’ex Unione Sovietica?

«Assolutamente no. Putin, leader corrotto e corruttore – si pensi al suo favoloso “palazzo” di Gelendzhik sul Mar Nero, costo un miliardo di dollari -, criminale di guerra, oltre che anticomunista convinto, è un nazional-imperialista, anti-occidentale. Il suo modello è lo zar Alessandro III, antisemita, repressore di polacchi e ucraini, oltre che dei socialisti, dei democratici e dei liberali russi. Putin ama citare una fase celebre di questo zar: “La Russia nel mondo ha due soli amici: il suo esercito e la sua flotta”. Putin si rifà alle correnti slavofile e antioccidentali e antiliberali dell’800 e del 900 (Ivan Ilin).  Putin – strettamente legato alla Chiesa Ortodossa Russa, al suo Patriarca Kirill – ampiamente da lui beneficati – sogna il ritorno dell’Impero, non dell’URSS, di cui ricorda e celebra unicamente la Grande Guerra Patriottica, vittoriosa su Hitler. Lo ispira un personaggio sinistro, il filosofo Aleksandr Dugin. Per Putin, l’Ucraina come nazione e stato distinto dalla Russia, storicamente, non esiste».

Gli Ucraini tuttavia hanno qualche motivo per odiare i russi, Pensiamo ai massacri seguiti alla guerra civile post rivoluzione

«Nella realtà storica la Guerra Civile in Ucraina fu un aggrovigliarsi di conflitti cruenti, ben più a sfondo politico-ideologico che etnico. Si massacrarono le Armate Bianche (filo imperiali e russe) e quella Rossa (multietnica, leader ne erano comunisti russi, ebrei, ucraini), nazionalisti ucraini e anarchici ucraini (Simon Petljura, Nestor Machno, nazionalista il primo, anarchico il secondo – ora nemico, ora alleato dei bolscevichi: i seguaci di questi due erano espressioni soprattutto del mondo piccolo-borghese e contadino ucraino)».

E che ci dice dell’holodomor, la carestia artificiale che causò la morte di sei milioni di ucraini?

«Quando una nazione conquista l’indipendenza scrive la sua storia o la riscrive, in certe sue parti. E’ tipico di ogni nation building. Crea dei fatti o dei miti fondanti. Uno di questi è la grande carestia dei primi anni Trenta o “holodomor” (morte per fame). In Ucraina mieté milioni di vittime – dai tre ai sei, a seconda delle diverse terribili contabilità. Fu un numero enorme, provocato dalla “collettivizzazione delle campagne”, cioè la sostituzione violenta della proprietà privata della terra con la proprietà collettiva contrassegnata da nuove istituzione agrarie: kolkhozy e sovkhozy. La “kollektivizatsija” fu una misura ideologico-politico-economica imposta con la forza a tutte le altre repubbliche dell’URSS, compresa quella russa, dalla direzione comunista staliniana per distruggere la proprietà contadina. In Ucraina il numero dei morti fu eccezionalmente alto, perché la classe dei contadini vi era più numerosa, più avanzata e più ribelle a questa politica. Nell’Ucraina post-sovietica lo “holodomor” come categoria storica nasce e si sviluppa negli anni Duemila, sulla base di una spinta nazionalista identitaria anti-russa, ben più che anti-comunista».

Dopo la seconda guerra mondiale però Stalin deportò in massa gli ucraini, colpevoli di aver collaborato coi nazisti invasori…

«Vi furono deportazioni di massa dall’Ucraina nel secondo dopoguerra. In particolare dalle regioni occidentali ucraino-polacche, come la Galizia, dove una guerriglia anti-sovietica si protrasse fino al 1947-1948. C’è da osservare che sotto l’Occupazione tedesca in Ucraina si afferma un movimento antisovietico e insieme anti-russo e anti-polacco, collaborazionista con gli occupanti nazisti, egemonizzato segnatamente dall’Unione dei nazionalisti ucraini (OUN) e dall’Esercito dei rivoltosi ucraini (UPA). Nella Volinia in particolare i nazionalisti ucraini si macchiarono di pogrom e uccisioni di massa come la poco nota “Volinskaja Reznjà”, o la strage della Volinia, in cui furono vittime di pogrom e uccisioni di massa migliaia di polacchi e di ebrei: una vera pulizia etnica. Inoltre, decine e decine di migliaia furono gli ucraini che,  arruolati nelle truppe ausiliarie di polizia e tra i guardiani dei lager nazisti in Polonia e Bielorussia, collaborarono alla Shoha con le SS. Inoltre, un antico odio anti-russo fece da sfondo e causa di un attivo e diffuso collaborazionismo. Sconfitti i nazisti, sovietici e polacchi nazionalisti (Armia Krajowa) separatamente repressero i nazionalisti ucraini. Deportazioni in massa in Siberia e Asia centrale e nei lager (Gulag) ebbero come vittime polacchi e ucraini. Una realtà tragica, di estrema complessità. Ma anche tra i russi vi fu collaborazionismo: si pensi all’esercito del generale russo Vlasov, subordinato alla Wehrmacht. Infine, le grandi rivolte dei lager sovietici nell’estremo Nord russo (Vorkuta, Norilsk …) videro audaci protagonisti deportati ucraini, come racconta, elogiandoli, Aleksandr Solženicyn in Arcipelago Gulag».

Quindi non ci sono buoni e cattivi in questa vicenda, come invece sembrano dirci i nostri mass media e i nostri politici?

«Una premessa necessaria: di questa “guerra” – parola che i media russi sono obbligati a non nominare! – le responsabilità schiaccianti sono del leader liberticida, imperial-nazionalista e guerrafondaio V.V. Putin e della cerchia dei suoi cortigiani cleptocrati. Ha violato trattati internazionali e invaso proditoriamente l‘Ucraina.  Detto questo e su scala ben minore anche l’Ucraina ha le sue responsabilità: con l’esasperazione nazionalista antirussa, fomentata dagli Occidentali, specie dagli americani, che segnò la cosiddetta Rivoluzione arancione (2003) e quella del Majdan (2014); con le riabilitazioni dei leader collaborazionisti dell’OUN-UPA Stepan Bandera, Roman Shukevich e altri “banderovtsy; con le pressanti richieste di entrare nella NATO. Così è stato alimentato il pericolosissimo avventurismo imperiale di Putin, spintosi fino alla negazione dell’Ucraina come stato e come cultura.  Infine, meglio avrebbero fatto gli ucraini succedutisi dalla “rivoluzione arancione” fino alla leadership di Volodimir Zelenskij – un ucraino ebreo russofono – a sviluppare la loro economia, a sottrarla a oligarchi come Kolomojskij, Pinchuk, Akhmetov, l’ex-presidente Poroshenko per fare dei nomi, e  alla corruzione sistemica e a migliorare le condizioni socio-economiche e di vita delle masse popolari costrette all’emigrazione a milioni, specie donne, che vivono peggio delle masse russe, oppresse dal capitalismo burocratico-oligarchico-cleptocratico di Putin».


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