Il digiuno nell’Ebraismo e nell’Islam


di Giuliva di Berardino

NELLA RELIGIONE EBRAICA DIGIUNARE VUOL DIRE CONFESSARE LA TOTALE DIPENDENZA DA DIO. NELL’ISLAM È UNO DEI CINQUE PILASTRI OBBLIGATORI PER IL FEDELE

Non esiste una religione che non riconosca e non preveda una qualche forma di digiuno.

Nella religione ebraica digiunare vuol dire confessare la totale dipendenza da Dio, attribuire solo a Lui il potere e la gloria. Ci sono molti passi nella Bibbia che parlano del digiuno, che ne chiariscono gli scopi e i benefici. In particolare la norma del digiuno è raccomandata per il giorno dell’Espiazione (Yom Kippur), che ricade il 10 del mese di Tishri, dieci giorni dopo Rosh Hashanah (Capodanno Ebraico), ossia tra settembre ed ottobre del nostro calendario. Com’è scritto nel libro del Levitico, il digiuno assume una funzione purificatrice, E’ il giorno destinato ad espiare i peccati commessi nel corso dell’anno, sia nei confronti di Dio, sia nei confronti degli uomini. Per questo per gli ebrei digiunare è anche praticare la pietà e la misericordia verso gli altri, come è scritto nel libro del profeta Zaccaria “ Nel digiuno praticate la giustizia e la fedeltà: esercitate la pietà e la misericordia ciascuno verso il suo prossimo.” Anche oggi vengono osservati alcuni giorni di digiuno nel calendario ebraico, memoria di avvenimenti storici, ma quello più importante rimane sempre lo Yom Kippur, in cui ancora oggi vengono praticate le stesse restrizioni antiche scritte sulla Bibbia: non bere, non mangiare, non ungere il corpo con oli profumati, non indossare scarpe di pelle, non avere rapporti sessuali. In questa visione il sacrificio tutto questo giorno, nella sua interezza, diventa un rito.

Nella tradizione islamica, i musulmani digiunano durante il mese di Ramadan, il nono del calendario lunare e sacro, perché i fedeli credono che il quel periodo Maometto abbia ricevuto dall’arcangelo Gabriele la rivelazione del Corano. Il digiuno rappresenta uno dei cinque pilastri obbligatori per il fedele musulmano e consiste nell’astenersi, dall’alba al tramonto, dal bere, mangiare, dal fumare e dal praticare attività sessuali. Chi è impossibilitato a digiunare (perché malato o in viaggio) può anche essere sollevato dal precetto, ma appena possibile, dovrà recuperare il mese di digiuno successivamente. Il motivo del digiuno per i musulmani è sostanzialmente l’autocontrollo. Essi credono che, attraverso questa pratica, l’anima dell’uomo venga liberata dalle catene delle sue voglie corporali, sia svincolata dalle tentazioni e possa volare verso l’Altissimo, purificata da tutto quello che di materiale e corrotto esiste nel mondo. Il digiuno di Ramadan è un obbligo divino, il suo carattere non è quello penitenziale, ma di avvicinamento e ricerca dell’altissimo. Mediante il digiuno di Ramadan si partecipa ritualmente alla discesa dei precetti divini trasmessi al Profeta, si rivive quell’evento. Questo significato è, al di là delle divisioni, il sentire comune di tutti i musulmani. È inoltre molto radicata la consuetudine di pregare nelle notti di questo periodo, e secondo quanto riportato dagli Hadit, il Profeta ha affermato che chi prega nelle notti di Ramadam con sincero pentimento e non per fare mostra di sé, vedrà perdonati i propri peccati. Il digiuno è valido se si accompagna ad un sentimento di giustizia e di misericordia; le menzogne, la maldicenza, la cupidigia, il giurare il falso e la concupiscenza ne annullano l’effetto. Nel Libro Sacro nella seconda sura: << O voi che credete! V’è prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che furono prima di voi, nella speranza che voi possiate divenire timorati di Dio V. 183 >>. Se da un lato vi è continuità con le precedenti tradizioni, nel digiuno prescritto dall’Islam è prevalente l’aspetto della ricerca del Divino e della riconoscenza verso Colui che guida l’esistenza terrena in attesa della resurrezione. Ancora oggi questo rito è una realtà vissuta con impegno e devozione presso i popoli musulmani che coinvolge l’essere umano nei suoi sentimenti e nelle manifestazioni del suo vivere quotidiano. Più che nelle altre confessioni, il digiuno per i musulmani è un momento di condivisione collettivo. La famiglia in primis e tutta la comunità si uniscono in questo atto di fede verso il Dio unico per celebrare la discesa del Corano, attraverso l’Arcangelo Gabriele, al Profeta. È quindi un valore che rende le persone coscienti dei doni di Dio e quindi permette di aprirsi con più compassione e carità verso i bisognosi, invogliando il fedele a versare la zakat, ossia l’elemosina o tassa coranica verso i diseredati. Alla rottura serale del digiuno (iftar), spesso nelle moschee si predispone una sorta di mensa per dare da mangiare ai più poveri. Le famiglie accolgono parenti, amici e bisognosi nello spirito della misericordia che è alla base della rivelazione divina. Quando tramonta il sole il digiuno viene rotto. La tradizione vuole che si debba mangiare subito un dattero, perché così faceva il Profeta Maometto.

 


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