Commiserazione o prese in giro per chi parla di peccati. Ma chi può negarne la malefica presenza?


di Diego Torre

“ECCO, NELLA COLPA IO SONO NATO, NEL PECCATO MI HA CONCEPITO MIA MADRE”. (SAL 50,7)

Quaresima! Tempo propizio per il nostro spirito. Come per il corpo anche per l’anima abbiamo bisogno di periodici  check up,  perché, pur  creati da Dio a sua immagine e somiglianza,  ereditiamo, con il  peccato originale, come ci spiega Genesi 3,1-24), una natura corrotta; da qui il lamento di Davide: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Salmo 50), sempre presente nelle liturgie penitenziali,  che focalizza la nostra realtà  creaturale, ferita dalla colpa antica, ma evidenzia anche la forza del pentimento  che “costringe”  Dio ad intervenire.

Egli infatti ci rinnova con la sua grazia perché sensibile al grido di “un cuore contrito e umiliato” (Salmo 50,19) e non ci lascia soli: “Manda il proprio Figlio unigenito, il quale con la Sua vita e con la Sua dottrina gli indica una via chiara e sicura. Con il Suo Sangue santissimo, che ha un valore infinito, lava il sudiciume e cura le ferite” (San Massimiliano Kolbe, Scritti n. 1331).

Fino alla metà del secolo scorso, ma sembra già preistoria, era semplice orientarsi tra ciò che era giusto o sbagliato, perché nella “dottrina ” la demarcazione tra il bene e il male era netta così come la sentenza di innocenza o di colpevolezza che, formulata dall’esterno però non poteva tener conto della maturità, dei condizionamenti, né tanto meno della capacità di discernimento e dell’intenzionalità del soggetto.

La sottolineatura con forti tinte della gravità del peccato e il bombardamento di divieti e prescrizioni hanno portato alla reazione attuale anche per una sempre maggiore presa di coscienza della libertà e del senso di responsabilità personali, che finisce per…  minimizzare o  negare del tutto il peccato. In molti ambienti non se ne parla più e chi osa farlo rischia di essere guardato con commiserazione o preso in giro perché posseduto da idee clericali  retrograde.

Come uscire dai due opposti errori? Non va sottolineato in modo esasperato il peccato, ma neppure negata, per rispetto umano, la sua malefica presenza, né si può rinunciare a combattere  contro una cultura che inneggia alla “liberazione da qualunque forma repressiva” che  bloccherebbe, a dire di certi psicologi e/o sociologi e/o teologi che vanno per la maggiore, la piena realizzazione della persona. E’ un’impostazione nefasta che completa l’opera sua con un autentico lavaggio dei cervelli, che tende a convincere che il bello della vita risiede nel proibito, in ciò che esce dalle righe. Dio invece ci indica un sentiero ben definito di bellezza e di felicità, ovvero la Sua legge compendiata nei dieci comandamenti che Gesù ha sintetizzato nel  duplice comandamento dell’amore che riporta, per esempio, il Vangelo secondo san Matteo 22,37-40).

Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito «una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna»“, ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1849. Una Legge incisa col fuoco sulle Tavole, ma soprattutto nel cuore di ogni uomo, perché  veniamo da Dio e a Lui tendiamo, anche se spesso, invece di fidarci di Lui, cerchiamo altrove la felicità. Il peccato,  oltre ad offendere  Dio, mina il progetto che Egli ha su ognuno di noi: siamo chiamati ad essere delle aquile e volare in alto, ma troppo spesso ci accontentiamo di razzolare come le galline o di strisciare per terra come i serpenti.

E qui entra in gioco sempre la nostra libertà; quella di cui tanto si ciancia! In essa si ravvisa una potenza slegata da ogni logica; un assoluto senza limiti. “Ognuno è libero di fare ciò che vuole”;  ed in ciò consisterebbe la dignità della persona umana.  Essa invece è la dimensione e lo strumento del nostro merito dinnanzi a Dio. Mentre ogni essere del creato tende alla sua destinazione senza merito e libertà, soltanto l’uomo intelligente SCEGLIE LIBERAMENTE di operare il bene.

Ma l’uomo decaduto, insofferente alle  regole, oggi più di ieri, tende sempre più a  gestire la propria vita indipendentemente da qualunque schema o legge e al di fuori  delle istituzioni,  prima tra tutte la Chiesa con la sua “morale opprimente”; ma anche la famiglia non è che sia trattata meglio! Si rinnova la dinamica del  peccato di origine (come ci ricorda Genesi 3,1-24), la rivendicazione dell’uomo  di una totale autosufficienza da Dio, che spezza il legame con Lui, lasciandolo così abbandonato  a se stesso, moralmente avvilito e agonizzante.  Ma  ci ricorda ancora San Massimiliano Kolbe: “Quelle persone che cercano la felicità fuori di Dio, sono degli infelici che, avvolti nel peccato e nei vizi, inseguono la felicità cercandola dove non c’è e dove non la possono trovare”(Scritti Kolbiani, n. 97).

 


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