Gemma Calabresi e il suo percorso di vita e di fede

di Simona Trecca

L’AUTOBIOGRAFIA DI GEMMA CALABRESI MILITE A CINQUANT’ANNI DALL’ASSASSINIO DEL MARITO, IL COMMISSARIO DI POLIZIA LUIGI CALABRESI (1937-1972), CRISTIANO COERENTE E MEDAGLIA D’ORO AL VALOR CIVILE

Ci sono vite che esigono un prezzo altissimo in termini di dolore, ma che in cambio offrono la possibilità di essere raccontate per il bene degli altri. È questo il caso di Gemma Calabresi Milite, autrice del libro “La crepa e la luce. Sulla strada del perdono. La mia storia” (Mondadori, Milano 2022, pp.144, euro 17,50), presentato martedì scorso al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Palazzo del Quirinale.La moglie del commissario di Polizia Luigi Calabresi (1937-1972) rivive in questo suo scritto l’arco temporale degli ultimi cinquant’anni da lei vissuti, a partire cioè da quel 17 maggio 1972 in cui l’addetto alla squadra politica della Questura di Milano fu ucciso da esponenti dell’organizzazione comunista Lotta Continua. Il commissario medaglia d’oro al valor civile cadde dinanzi alla sua abitazione, mentre stava andando al lavoro, freddato alle spalle da alcuni colpi di arma da fuoco.

Il libro, suddiviso in trentacinque capitoli brevi, presenta una narrazione fluida, intima, pacata, attraverso la quale scorre il dolore presente ma dignitoso di Gemma Calabresi. In lei non si avverte né odio né rancore, nemmeno quando confida che, nel primo periodo di vedovanza, immaginava di vendicarsi, infiltrandosi nella vita dei colpevoli dell’omicidio di suo marito e di sparargli per vendetta, uccidendoli a tradimento proprio come loro avevano fatto in quella tragica mattinata milanese.

Colpisce la firma dell’autrice: Gemma Calabresi Milite. Due cognomi. Perché la signora Gemma ha vissuto due vite in una. Quella con il suo amato Luigi e quella con il suo secondo marito, l’artista Tonino Milite che l’ha accompagnata per trent’anni prima di morire anche lui di una malattia degenerativa che l’ha lasciata vedova per la seconda volta. In questo caso nel dolore di una maturità che, per assurdo, ha avuto effetti più fisicamente devastanti rispetto al primo lutto, portandola a un passo dalla morte.

Una copertina coerente con la narrazione quella di “La crepa e la luce”. Foto di matrimonio. Un giorno felice, una coppia felice. Luigi Calabresi di lato, sfocato nella foto, lei invece sorridente, in primo piano, in un abito da sposa, semplice ed elegante insieme, nel gesto di trascinare il marito per mano. Infatti non è solo la storia del commissario Calabresi di cui già tanto si è scritto e di cui dopo questo libro non c’è più niente umanamente da aggiungere perché tutto è stato fatto: «digli che ho perdonato, e che vivo in pace».

L’opera è in pratica la storia di un cammino verso il perdono lungo e tortuoso, accompagnato da lacrime, intriso di fede e preghiere che mette un punto ad una storia drammatica privata e pubblica, individuale e corale che ha caratterizzato tristemente una pagina della storia del nostro Paese.

Un cammino verso il perdono nei confronti di chi ha ucciso, di chi ha infangato, di chi ha infierito, perché il perdono è come un ponte, c’è chi lo percorre partendo da una parte e chi da un’altra, ma a metà strada ci si incontra, e ci si riconosce. Ma la storia è la sua. Di Gemma.

Non è il racconto di una vedova, non solo. Ma di una donna che partendo da un immenso dolore e da un’ingiustizia decide di crescere i figli insegnando loro a fidarsi del prossimo e che il rancore e la vendetta sono un veleno che toglie i colori del mondo. Una scelta che nasce però da un incontro con quel Dio che sembrava averle tolto tutto. Il capitolo “Dio sul divano” è una testimonianza di fede, un memoriale a cui la sig.ra Gemma si è aggrappata nei momenti difficili, un incontro: «ma sono certa che su quel divano, nel momento più basso della mia vita, nella solitudine e nella disperazione, ho incontrato Dio».

Colpisce la scelta della frase nel necrologio scelto per il funerale di Calabresi “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc. 23,33-34), suggerito dalla mamma della sig.ra Gemma e gettato come un seme, che ha dato frutto, molto tempo dopo.

Nel libro si fa spesso riferimento al racconto del figlio del commissario Calabresi, l’ex direttore del quotidiano “La Stampa” (2009-2015) Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là (Mondadori, Milano 2008), che ha già dato voce alle vedove ed ai figli delle vittime del terrorismo, di cui “La crepa e la luce” sembra essere l’epilogo per niente naturale e scontato ma voluto, ricercato, inseguito.

«L’ho amata tanto questa vita. Così tanto che, nonostante il dolore, non la cambierei con nessun’altra. Se non mi fosse accaduta questa tragedia, non avrei mai iniziato il mio cammino di fede e di umanità, e sarei una persona peggiore». Questo è il messaggio di fede e di fiducia che questo libro vuole diffondere. E tutti noi abbiamo il dovere, oggi più che mai, di cercare la pace nella nostra vita, perdonando chi ci offende e ci fa del male. Sempre.

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