Vogliono sanzionare penalmente il pensiero difforme


di Dalila di Dio

GESTAZIONE PER ALTRI“, DDL ZAN ET SIMILIA: LA STRAORDINARIA ABILITÀ DI ATTRIBUIRE BEI NOMI A COSE ORRIBILI…

«Il 27 aprile ripresenteremo il testo della legge contro i crimini d’odio proprio al Senato. Sono passati sei mesi da quel voto segreto e da quell’applauso che ci ha fatto vergognare davanti al mondo. Sono passati sei mesi da quella straordinaria, pacifica, forte reazione delle piazze italiane. È ora di tornare a condurre questa battaglia, partendo dal dialogo e dall’ascolto, fino alle istituzioni».

Con queste parole il deputato Alessandro Zan, uno dei massimi esponenti della schiera dei sinceri democratici nostrani, ha annunciato, qualche giorno fa, l’intenzione di tornare alla carica con uno tra i più controversi – e giuridicamente abomivevoli – disegni di legge degli ultimi decenni.

Non si arrende, Zan. E non si arrendono i suoi seguaci: quella di sanzionare penalmente il pensiero difforme, trasformando in odio tutto ciò che si oppone alla narrazione dominante, è una piccola perversione a cui non riesce proprio a rinunciare.

D’altronde, in giorni come questi, in cui la lotta contro chiunque abbia una posizione diversa da quella del PD ha ripreso vigore concretandosi nella più bieca lotta per la censura di accademici, giornalisti ed intellettuali, non poteva che rinverdirsi il sogno piddino di punire con la reclusione chiunque osi sostenere che un uomo è un uomo anche se si auto-percepisce donna e che non esistono donne nate con il pene o uomini che mestruano.

Vuole tornare a condurre la sua battaglia, Zan, «partendo dal dialogo e dall’ascolto, fino alle istituzioni», dice. Peccato che le istituzioni, appena qualche mese fa, gli abbiano risposto con un sonoro No.

Purtroppo per lui, il Senato della Repubblica Italiana, per quanto particolarmente sgangherato (prova ne sia che Paola Taverna ne è vicepresidente), in questa sciagurata legislatura ha già avuto la forza – e non era scontato – di opporsi alla scellerata idea di andare a spiegare nelle scuole, ai bambini di 4 anni, che non si è ciò che si nasce, ciò che la natura, la biologia, Dio, hanno stabilito per noi ma che si possa – si debba! – essere qualunque cosa si desideri: preferibilmente individui (non persone) confusi, privi di identità, prede perfette della società del profitto.

I sinceri democratici di matrice zanista non riescono proprio a rinunciare all’idea che il desiderio, qualunque desiderio, sol perché partorito da mente umana – la loro, ça va sans dire – debba assurgere a diritto assoluto, illimitato, incontestabile. 

Sanno bene, però, che devono giocare questa partita in tutta fretta. 

Questa legislatura non durerà ancora molto e le urne, tra pochi mesi, chiariranno, se ancora fosse necessario, che sui temi etici gli italiani non stanno affatto dalla loro parte, come vanno raccontando da anni: per quanto la propaganda sia stata incessante, martellante, scorretta oltre ogni limite e infarcita di ogni sorta di vile menzogna – ricordate? Il DDL Zan serve a proteggere i disabili dall’abilismo! – c’è ancora una maggioranza silenziosa ma solida, che non si piega all’idea che la natura debba essere negata in nome dell’ideologia, che la vita umana possa essere commissionata, mercificata, ceduta a terzi come un prodotto qualunque, annientata qualora la sua qualità dovesse scendere sotto un determinato standard.

E allora bisogna sbrigarsi, magari profittando del caos che regna sovrano nelle istituzioni, di un Governo perennemente in bilico, della paura per quei trecento posti in meno in Parlamento, che rende molti onorevoli disposti a tutto pur di assicurarsi la rielezione: bisogna farlo e farlo adesso. O sarà troppo tardi. 

D’altronde, parliamo degli stessi che tentarono il blitz sullo ius soli alla fine della scorsa legislatura. Di cosa ci sorprendiamo?

Sono gli stessi che, qualche giorno fa, in Commissione Giustizia hanno votato contro la proposta di legge per rendere l’utero in affitto “reato universale”: loro, così attenti ai diritti e all’eguaglianza, non riescono proprio a capire cosa ci sia di sbagliato nell’idea che una donna, in stato di bisogno, partorisca per soldi, su commissione, un bambino destinato ad esserle immediatamente strappato via perché destinato a soddisfare il desiderio – il desiderio, non il diritto – di due adulti. 

Così, dalle pagine del quotidiano La Stampa, Michela Marzano – sì, quella che non ha avuto figli per non rischiare di trasmettergli i geni fascisti – si domanda: «è così difficile pronunciare le parole “gestazione per altri”? Perché, quando si parla di questa pratica, non si riesce semplicemente a nominarla per ciò che è, e si deve per forza connotarla negativamente utilizzando espressioni come “utero in affitto” o “maternità surrogata”? Il problema è che c’è chi ha deciso di strumentalizzare questa pratica, mettendo sul ventre delle donne il cartello “affittasi”. C’è chi non sa nemmeno di cosa si stia esattamente parlando, e che però pontifica».

Belli, loro, con quella straordinaria abilità di attribuire bei nomi a cose orribili: lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina è accoglienza, l’eutanasia diventa dignità del fine vita, il mercato dei neonati è gestazione per altri, l’obbedienza delle istituzioni agli ordini del PD  è democrazia. 

Tutto il resto è fascismo. 


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