La politica, quando è sana, cerca la pace (non invia armi…)

di Emanuela Maccarrone

PAPA GIOVANNI XXIII: “LA PACE IN TERRA, ANELITO PROFONDO DEGLI ESSERI UMANI DI TUTTI I TEMPI, PUÒ VENIRE INSTAURATA E CONSOLIDATA SOLO NEL PIENO RISPETTO DELL’ORDINE STABILITO DA DIO

Lo scopo che deve prefiggersi chiunque assuma il Governo – insegna San Tommaso d’Aquino – è quello di adoperarsi per la salvezza della comunità […]. Ora, il bene e la salvezza di una pluralità di persone aggregate insieme consiste nell’unità, che prende il nome di ‘pace’: mancando questa, cessano i vantaggi  della vita sociale”.

Ricordando che l’importante fine di una sana politica è il servire il bene comune, gli scritti del Santo sono una ricca fonte a cui attingere affinché sia garantita la buona e la giusta governabilità.

L’aquinate ha indicato che la preoccupazione del governante è di consentire al popolo “di condurre una buona esistenza”, prefissandosi tre obiettivi fondamentali:

  • che nella società si instauri una vita buona,
  • che tale vita sia conservata e, infine,
  • che conservandola sia proficua per ulteriori miglioramenti.

Di conseguenza, prosegue san Tommaso, “sono tre i fattori che si postulano per instaurare una buona esistenza sociale: in primo luogo, che si costituisca una comunità unita nella pace. In secondo luogo, che la società, stretta nel vincolo della pace, sia condotta ad agire bene. In terzo luogo, occorre che grazie alla sollecitudine del sovrano, la comunità disponga  in quantità sufficiente del necessario per vivere”.

Ma l’Aquinate ha scritto anche parole indimenticabile sull’amore alla Patria quale virtù che arricchisce la comunità. “Colui che ama il popolo – leggiamo nella Summa Teologica – merita di esercitare il potere su di esso in modo che lo accompagni un premio corrispondente alla qualità del merito; verrà così ad adempiersi in costoro quanto sta scritto: ‘le loro opere li seguono’ (Ap. 14,13), a anche che ‘il Signore diede a ciascuno secondo la sua capacità’ (Mt. 25, 15)”.

Potremmo dire che le decisioni prese da chi governa rivelano l’amore o meno per il proprio popolo, così le stesse decisioni ne canteranno o meno le lodi e i meriti, legittimandone il potere.

L’abilità nel governare secondo giustizia è garantita solo se basata sulla legge di Dio. Il Papa emerito Benedetto XVI, ha scritto che “i diritti e i doveri, infatti, non hanno come unico ed esclusivo fondamento la coscienza sociale dei popoli, ma dipendono primariamente dalla legge morale naturale, inscritta da Dio nella coscienza di ogni persona, e quindi in ultima istanza dalla verità sull’uomo e sulla società” (Discorso ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, 3/12/2012).

Nell’enciclica Pacem in Terris Giovanni XXIII ha ricordato che le leggi “vanno cercate là Dio le ha scritte, cioè nella natura umana. Sono quelle, infatti, le leggi che indicano chiaramente come gli uomini devono regolare i loro vicendevoli rapporti nella convivenza” necessarie per regolare i rapporti fra “le stesse comunità politiche; e quelli fra le singole persone e le comunità politiche da una parte, e dall’altra la comunità mondiale, la cui creazione oggi è urgentemente reclamata dalle esigenze del bene comune universale”.

Le azioni e il pensiero umano senza la Luce del Padre Celeste, che vuole il nostro vero bene, sono sempre soggette al fallimento, all’insuccesso e, inevitabilmente, destinate alla violenza e alla distruzione.

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