Protocolli fasulli e “morti bianche”. Una storia vera


di Pietro Licciardi

HA UCCISO DI PIÙ IL COVID O IL MODO INETTO COL QUALE SEDICENTI COMITATI TECNICO SCIENTIFICI E GOVERNI HANNO AFFRONTATO LA PANDEMIA?

Quella che sto per raccontare è una storia vera nella quale, sono sicuro, si riconosceranno molti altri che hanno avuto esperienze analoghe negli ultimi due anni. Storia che probabilmente illustra bene l’approssimazione con cui è stata ed è gestita la cosiddetta emergenza pandemica da Covid-19.

Una signora toscana settantanovenne in cura oncologica per due tumori ancora non particolarmente aggressivi, anche se per uno di essi sta ricevendo un trattamento immunodepressivo, cinque settimana fa è risultata positiva al tampone, richiesto prima di ogni ingresso in ospedale per ricevere la terapia.

Colpita dalla variante in circolazione ha comunque superato benissimo l’affezione virale, che anche per lei è stata paragonabile ad una banale infreddatura stagionale. Al termine della quarantena, come di prassi, si è sottoposta nuovamente al tampone.

Invano lei e i familiari hanno chiesto un tampone molecolare, per avere la certezza di aver superato la malattia e avere completamente esaurito la carica virale prima di sottoporsi nuovamente alla terapia oncologica. Sia il suo medico di base che quello del reparto di oncologia in cui è in cura le hanno infatti detto che secondo il protocollo ministeriale il tampone della farmacia era più che sufficiente per attestare la fine della malattia e della quarantena.

La signora si è così recata in ospedale per il suo secondo trattamento immunodepressivo e qui sono cominciati i guai. Dopo il trattamento ha cominciato ad essere sempre più debole; non si reggeva più in piedi e si è dovuta allettare. Fino a quando, allo stremo delle forze, ha chiesto il ricovero in ospedale, dove le è stato fatto nuovamente un tampone risultato positivo.

Cosa era successo? Molto probabilmente la signora non è mai guarita del tutto dalla variante Covid, cosa che l’esame molecolare avrebbe rilevato, e così l’effetto della terapia oncologica, già abbastanza pesante per il suo fisico di persona anziana, si è sommato all’infezione virale.

Eccoci dunque di fronte ad un caso di malasanità e allo stesso tempo di gestione inetta e approssimativa della pandemia da parte di chi ha stilato i protocolli senza minimamente prendere in considerazione la scienza, quella vera, e non immaginata da certi “comitati tecnico scientifici”.

La letteratura medica internazionale ha infatti ampiamente dimostrato come i tamponi antigenici riescano a diagnosticare la positività solo per pochi giorni mentre i tamponi molecolari, al contrario, riescono a diagnosticare la presenza del virus anche fino a quattro settimane dopo l’infezione. Il New England Journal of Medicine, già parecchio tempo fa dimostrò come il test antigenico possa risultare negativo nonostante la replicazione virale sia ancora attiva.

In questo caso non è neppure da escludere la negligenza dei medici curanti, i quali hanno la responsabilità di applicare le migliori conoscenze al singolo paziente, anche al di là di ciò che dicono le linee guida ministeriali; specialmente quando si sa che somministrare una chemioterapia durante una infezione virale è quantomeno rischioso

La signora attualmente è ricoverata in un reparto Covid, dove un solo familiare è ammesso su appuntamento una volta al giorno. Al momento non è dato ancora di sapere se e quali cure le sono state somministrate per contrastare il virus. I medici, a dire il vero stanno telefonando tutti i giorni per informare delle sue condizioni e tramite loro la famiglia è venuta a sapere che adesso la signora, oltre a tutto il resto,  si è pure beccata un batterio, probabilmente il Pseudomonas aeruginosa, diffuso nei nosocomi e che colpisce soprattutto persone con difese immunitarie o barriere fisiche – pelle o mucose – compromesse.

Adesso riflettiamo sulla vicenda di questa signora e moltiplichiamola per chissà quante altre persone che si sono trovate nelle sue stesse condizioni.

Innanzitutto ancora una volta si dimostra l’assoluta inutilità del famigerato green pass, che permette a persone ancora o nuovamente contagiate di andarsene libere nei luoghi affollati ad infettare il prossimo.

In secondo luogo, almeno per certi pazienti a rischio, occorre effettuare il tampone molecolare, mentre il governo e il sedicente Comitato tecnico scientifico hanno sempre puntato sui normali tamponi, il cui scopo più che arginare l’epidemia sembra essere stato quello di fare arricchire le farmacie e le case farmaceutiche, costringendo la popolazione ad un continuo salasso economico. Invece di acquistare inutili banchi di plastica, finiti nei magazzini dopo appena qualche mese, forse sarebbe stato il caso di spendere i soldi pubblici per far fare molti più esami molecolari gratuiti.

In terzo luogo, ancora una volta ci chiediamo: ma quanto sono stati veramente i morti di Covid e quanti fatti passare per tali?

La nostra signora, come abbiamo detto, si trova ricoverata in un reparto Covid. Dovesse malauguratamente morire come credete verrà classificato il decesso? Si ammetterà essere stato causato dai protocolli sanitari quantomeno negligenti, per non dire altro? O che ad uccidere la paziente le cui vie respiratorie sono già state compromesse è stato un batterio che in quei reparti non ci dovrebbe proprio state?

Certo che no. La signora sarà certamente fatta rientrare nel computo dei morti causati del famigerato Covid, che i nostri Tg continuano ineffabilmente a spacciare, gonfiando quelle statistiche usate per continuare a tenere il popolo bue nella paura e sottomesso a governanti talmente inetti e incapaci di gestire una gelateria, figuriamoci un intera nazione o una pandemia.

E permetteteci qualche dubbio anche sulla classe medica, – inetta o sottomessa? – che anziché mettere al primo posto la salute dei pazienti ignora le evidenze scientifiche per attenersi al rispetto di cervellotici e antiscientifici protocolli. Nessuno ha ancora dimenticato l’assurda “tachipirina e vigile attesa”. A dire il vero si è avuta notizia di scontri anche accesi all’interno degli Ordini professionali – come avvenuto a Roma  e di cui InFormazione cattolica ha dato notizia – tra medici che volevano far valere le ragioni della medicina e chi invece voleva attenersi in maniera acritica e burocratica ai diktat ministeriali, segno che grazie al cielo ci sono ancora persone leali alla propria professione e al loro giuramento A dispetto di Ordini che hanno tradito il loro compito – garantire la libertà e l’indipendenza professionale degli iscritti – per diventare anch’essi maggiordomi del potere.

Che Dio aiuti questa povera Italia!


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