Salvaguardare l’ambiente sì… ma insieme all’uomo!


di don Gian Maria Comolli*

LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA COME PROGETTO PER RIFORMARE LA SOCIETÀ: LA TUTELA DELL’AMBIENTE FRA NEOMALTHUSIANESIMO E ATTUALE “CONTESTO SOCIETARIO

Nell’affrontare il delicato tema della “salvaguardia dell’ambiente” il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (2 aprile 2004) s’incarica anzitutto di contestualizzarlo nell’ambito della fase storico-politico-economica che stiamo vivendo, ovvero la globalizzazione (capitolo decimo).

Diciamo subito che, alla luce del Compendio e del Magistero di Benedetto XVI (2005-2013) e di Papa Francesco, in particolare di quest’ultimo l’Enciclica Laudato si’ (24 maggio 2015), emerge con tutta evidenza l’infondatezza dell’accusa rivolta alla Chiesa di “disinteressarsi” dell’ecologia. Si tratta, infatti, di una tematica approfondita negli ultimi tre decenni ma presente nell’ambito della riflessione della Dottrina Sociale in almeno tutto l’ultimo secolo.

L’attenzione e la sensibilità per la salvaguardia dell’ambiente è giustamente molto ampia nelle società civili dell’Occidente. Una recettività sviluppatasi negli ultimi decenni come reazione al rapido sviluppo dei Paesi industrializzati che, pur composti dal 25% dell’umanità, hanno realizzato il loro progresso economico in gran parte scaricando costi e oneri sull’ambiente comune. Ciò ha causato il degradarsi degli ecosistemi, la scomparsa in parte delle biodiversità, le modifiche climatiche causate dal surriscaldamento che danno luogo a episodi metereologici di estrema gravità, oltre alla desertificazione di alcune regioni del pianeta e l’innalzamento del livello degli oceani.

Dunque, il problema è reale, ma non tutti sono consapevoli del pericolo che l’umanità corre e della responsabilità che abbiamo nei confronti delle future generazioni. Per questo si fatica andare oltre a generiche dichiarazioni d’intenti. L’esistenza del problema, di cui non molti comprendono la complessità, non giustifica però le visioni catastrofiche, a volte apocalittiche, che vengono continuamente prospettate, le quali spesso sconcertano e sgomentano l’opinione pubblica. Infatti, accanto a studiosi accreditati e scienziati veri, parlano di ambiente esperti calamitosi e che drammatizzano l’emergenza delle situazioni, senza porsi di fronte alle varie questioni con quella cautela e ponderatezza che meritano, al solo fine di cercare di strumentalizzare la tematica. Lo apprendiamo ad esempio dal “Dodicesimo Rapporto” dell’Osservatorio Card. Van Thuan sulla Dottrina Sociale della Chiesa che, non a caso, s’intitola: “Ambientalismo e globalismo: nuove ideologie politiche” (Edizioni Cantagalli, Siena 2020). Nella quarta di copertina questo importante studio propone affermazioni, poi giustificate nelle duecento cinquanta pagine del testo, che ci obbligano a porci con spirito critico di fronte all’argomento. Leggiamo infatti: «L’origine umana del riscaldamento globale non è attendibile. L’emissione di anidride carbonica ha conseguenze minime sul riscaldamento. L’ecologismo oggi dilagante ha origini eugenetiche. La Green economy non è meno speculativa dell’economia di sempre. Nel New deal dell’Unione Europea per l’ambiente c’è poca scienza, molta ideologia ed eccessivo centralismo. Le preoccupazioni sulla fine delle risorse naturali non hanno fondamento».

Interessante è pure il libro del giornalista e scrittore Giulio Meotti: “Il dio verde. Ecolatria e ossessioni apocalittiche” (LiberiLibri, Macerata 2021). Il filosofo Robert Redeker scrive nella prefazione «l’illusione progressista è cambiata nei contenuti: è passata dal comunismo all’ecologismo. Tramontate le illusioni targate Marx, ora la salvezza è verde […]. La religione ecologista, con i suoi dogmi, i suoi riti e le sue scomuniche, si manifesta in un “conservatorismo distruttore”: nella pretesa di conservare la natura, distrugge la storia e le sue tracce. Nel cuore dell’ecologismo alligna il disprezzo dell’uomo […]. Di verde – prosegue Redeker – è dipinto il conformismo che non ammette critiche alla visione dualistica degli ecologisti: o con la natura (il bene) o con l’uomo (il male). Il senso di colpa va instillato costantemente». E Meotti, a conclusione del saggio ribadisce: «la pandemia eco-nichilista è l’ultimo stadio. Il dio verde chiede in sacrificio la morte dell’uomo. In particolare dell’uomo occidentale, il grande consumatore. Una pulsione di morte che non conosce remore» (p. 84).

Ebbene, l’ecologismo così impostato, manifesta un odio predominante per l’uomo, ritenuto il peggiore dei nemici, il cancro del pianeta insomma. Questa visione, com’è evidente, è in totale contrasto con la Dottrina Sociale della Chiesa che studia l’argomento inquadrandolo e collegandolo con l’ecologia umana. Se non si valuta l’ambiente in termini umani e sociali oltre che tecnici e settoriali, si finisce infatti per aderire consapevolmente o meno a politiche di contrasto con il mandato di Dio all’uomo. Allo status specifico della creatura umana, l’unica a cui il Creatore ha riservato attenzioni e privilegi particolari, si sta sostituendo la divinizzazione e l’adorazione della natura e, di conseguenza, la crescita civile e lo sviluppo tecnologico e scientifico, sono presentati come “aggressioni” alla terra. Una visione chiaramente riduttiva, non essendo inquadrata in un’interpretazione antropologica ampia, che ponga al centro l’uomo di oggi e di domani.

Ebbene, in modo erroneo, molti mettono in relazione l’ecologismo con il problema demografico, che è un aspetto non rilevante della questione. Proponendo “niente figli” o illudendosi di riequilibrare il pianeta con contraccettivi ed aborti, gli ecologisti neomalthusiani dimenticano che l’incremento della natalità, se ben gestito, è di gran lunga positivo. Sconfinando ben oltre le questioni dell’ambiente, il neomalthusianesimo sta purtroppo conquistando il discorso complessivo sull’ecologia.

Già nel 2002 l’Onu affermava nel “Rapporto Popolazione ed Ambiente” che nel ventesimo secolo la popolazione mondiale si era incrementata di quattro volte, aggiungendo però che il PIL mondiale si era moltiplicato per quaranta. Inoltre, le cifre sul numero reale degli uomini che popolano la terra sono incerte, essendo impossibile programmare e realizzare un censimento globale. «Gli Stati Uniti – che hanno una lunga tradizione sia nell’operare censimenti, sia nell’uso degli strumenti più sofisticati per il trattamento dei dati – sono in grado di determinare la popolazione nazionale con un margine di errore del 2,1%» (Britannica Book of the Year, Encyclopaedia Britannica, 2012, p. 748). Un margine che però nei Paesi in via di sviluppo raggiunge anche il 20%. Inoltre, le stime per il futuro sono condizionate da eventi imprevisti come epidemie mortali, crisi economiche, guerre, terremoti, etc. Trascurando “le varianti”, taluni parlano che 8,5 miliardi di persone abiteranno il pianeta nel 2040, altri di 9,2 miliardi o anche di 10 miliardi nel 2050 ma, come vediamo, nessuno è in grado di fornire dati certi e reali.

Da decenni, alcuni Paesi ed Organizzazioni Internazionali hanno adottato la “teoria” di Thomas R. Malthus (1766-1834) lanciata nel 1798 nel noto saggio: “An essay of the principle of the population as it affects the future improvement of society” (Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società). Malthus sosteneva che l’incremento demografico avrebbe generato nel mondo una povertà in progressiva e costante crescita. Di conseguenza, l’esclusiva soluzione per contrastare l’impoverimento dell’umanità doveva essere il controllo delle nascite con l’aborto e la contraccezione.

Il malthusianesimo, come evidenziato da accreditati economisti, da John M. Keynes (1883-1946) a Robert Solow (Premio Nobel per l’Economia 1987), si è rivelato però una teoria fallimentare, non essendoci sviluppo e ricchezza in assenza di popolazione giovane e in crescita. Natalità e sviluppo economico, infatti, sono valori strettamente collegati.

Ma cosa sta provocando la denatalità in Paesi come Italia? Anzitutto la diminuzione del PIL nazionale, accompagnato da un insostenibile incremento dei costi fissi societari, dalla sanità alla previdenza, dato che la nostra popolazione inesorabilmente invecchia. Poi la riduzione della produttività, che genera fra le varie conseguenze anche quella che meno giovani riescono ad entrare nel mercato del lavoro. Infine l’assottigliamento del risparmio, dovendo le famiglie affrontare costi sempre maggiori a seguito dei costanti incrementi delle imposte e delle tasse.

L’economista cattolico Ettore Gotti Tedeschi, già presidente dell’ex IOR (Istituto per le Opere di Religione) nella relazione tenuta alle “Settimane Sociali” di Reggio Calabria (ottobre 2010), ha sostenuto che la denatalità sta all’origine dell’attuale crisi economica. Senza generare figli, infatti, si vive, ma si modifica il ciclo economico, diminuendo la ricchezza ed accrescendo unicamente i costi.

Un’altra obiezione riguarda l’insufficienza delle risorse, dimenticando che queste ultime non sono immobili ma evolvono a seguito delle conoscenze scientifiche e delle capacità tecnologiche.

Un esempio positivo di “moltiplicazione” delle risorse nel campo agricolo è il programma “Fame zero” attuato da alcuni anni in Brasile. Questo Paese sta fornendo infatti cibo per 20 milioni di persone, riducendo del 62% la malnutrizione infantile e, superando i fallimentari piani di riforma agraria, sta valorizzando come mai prima il settore dell’agroindustria.

Un esempio negativo, invece, di depauperamento delle risorse è il fenomeno della “Land grab” (rapina “grab”, della terra “land). Si tratta del “nuovo feudalesimo” di alcuni dei Paesi ricchi e delle multinazionali che acquistano o affittano ampi appezzamenti di terra in Africa, Asia e in America latina, utilizzandoli per l’allevamento, il pascolo e la produzione agricola o per la coltivazione di piante per la produzione dei bio-carburanti. In 10 anni sono state acquistate superfici amplissime (Africa 134,5 milioni di ettari, Asia 43,5 milioni, America Latina 18,3 milioni) con un fenomeno che, tra l’altro, sta provocando una generale impennata dei prezzi dei prodotti alimentari. Da ciò si deduce che un futuro vivibile per tutti potrà essere costruito solo con modalità diverse nella distribuzione mondiale delle risorse, considerando che al momento attuale l’Europa e l’America del Nord posseggono oltre il 60% del reddito mondiale e solo il 25% della popolazione. Solo un benessere esteso a tutti i popoli, che superi gli egoismi dei Paesi ricchi e delle multinazionali, potrà produrre un equilibrio globale.

L’economista e sociologo francese Alfred Sauvy (1898-1990) notò che la disfatta dell’Impero Romano fu dovuta anche alla riduzione della sua popolazione che in due secoli diminuì del 50%. Un insegnamento storico che dovrebbe preoccupare varie nazioni almeno quanto riguarda la necessità di salvaguardare l’ambiente. Ne terranno conto?

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*sacerdote ambrosiano, collaboratore dell’Ufficio della Pastorale della Salute dell’arcidiocesi di Milano e segretario della Consulta per la Pastorale della Salute della Regione Lombardia. Cura il blogwww.gianmariacomolli.it.


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