Ecco chi è stato don Lorenzo Milani, anima inquieta


di Mariella Lentini

RICORRE OGGI L’ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON LORENZO MILANI (1923-1967), IL SACERDOTE FIORENTINO CHE NEGLI ANNI SESSANTA E SETTANTA SUSCITÒ DIBATTITO E SCALPORE, MA CHE È STATO RECENTEMENTE RISCOPERTO E “RIABILITATO” DA PAPA FRANCESCO

È un’anima inquieta, alla ricerca di un senso da dare alla propria vita che diventa ricerca del sacro, anche attraverso la pittura, la sua passione.

Lorenzo Milani nasce a Firenze nel 1923 in una famiglia benestante. Si trasferisce a Milano e, amante della pittura, si iscrive all’Accademia delle Belle Arti di Brera. Trascorre, poi, un anno a Firenze, allievo del pittore tedesco Hans-Joachim Staude (1904-1973). Un giorno, durante la Seconda guerra mondiale, mentre sta dipingendo con il suo cavalletto in un vicolo della città, addenta un panino di farina bianca. Una donna lo rimprovera: «Non si mangia pane bianco dove ci sono i poveri!».

Lorenzo ha un fremito. Si avvicina alla pittura religiosa e legge libri cattolici. In famiglia la notizia arriva come un fulmine a ciel sereno: Lorenzo intende farsi prete. Ordinato sacerdote, il giovane viene inviato ad aiutare un anziano priore a Calenzano (Firenze). Don Lorenzo all’inizio fa divertire i giovani con il pallone e il ping pong. Poi intuisce che per costruirsi il futuro, sapersi difendere e non farsi sfruttare dai padroni, occorre essere istruiti. Butta in un pozzo racchette e pallone e organizza una scuola serale per operai e contadini.

Don Milani diventa un prete scomodo, che va controcorrente, vive poveramente, diserta le sontuose feste per stare con i diseredati e accoglie nella sua scuola i figli dei comunisti, provenienti dalle famiglie operaie e contadine del Mugello.

Nel 1954 viene trasferito in un posto sperduto di montagna, a Vicchio del Mugello (Firenze), dove non arriva la posta, mancano luce e acqua, non ci sono strade e ci si arriva solo a piedi. È Barbiana, abitato da cento pastori e contadini. Don Milani sistema due stanzette vicino alla Chiesetta Sant’Andrea (diocesi di Firenze) e organizza la “Scuola di Barbiana” con i poveri ragazzi del posto.

La scuola diventa come una famiglia: è aperta dal mattino al tramonto, tutti i giorni dell’anno. I più grandi insegnano ai più piccoli. D’estate si studia all’aperto. La lettura del giornale quotidiano diventa materia di studio. «Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti…», inizia così il famoso incipit del libro Lettera a una professoressa (Libreria Editrice Fiorentina), scritto nel 1967 dai ragazzi di Barbiana con Don Milani, che susciterà dibattito e scalpore, diventato il manifesto dei bambini poveri contro le ingiustizie della scuola, dove i ricchi vanno avanti e i poveri vengono bocciati, «i malati respinti e i sani curati». Il 26 giugno dello stesso anno Don Milani muore a Firenze circondato dall’affetto della madre e dei suoi ragazzi in mezzo a terribili sofferenze causategli dal cancro.

La sua figura ha suscitato negli anni polemiche e tentativi di strumentalizzazione, soprattutto da parte di ambienti “progressisti” che ne hanno valorizzato soltanto alcuni aspetti. Il 20 giugno 2017, però, recandosi in visita alla sua tomba collocata nel giardino adiacente la Chiesa di Sant’Andrea a Barbiana, Papa Francesco ha fatto ricredere molti definendo nel 50° anniversario della morte la fede del sacerdote fiorentino “totalizzante”. Essa, infatti, ha affermato il Pontefice, nella sua breve ma intensa vita, «diventa un donarsi completamente al Signore e nel ministero sacerdotale trova la forma piena e compiuta per il giovane convertito».

 


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