A sinistra non fanno prigionieri: molti pensavano di fare i maggiordomi ora sono alla porta


di Andrea Rossi

AL TERMINE DI UNA LEGISLATURA SEGNATA DA UN ASTENSIONISMO CRESCENTE E DA UN GENERALE DISINTERESSE PER LA COSA PUBBLICA, I CITTADINI SONO STREMATI DA CRISI ENERGETICA, RESTRIZIONI PANDEMICHE E INQUIETANTI CAMBIAMENTI CLIMATICI

“Sarà una vittoria epocale. Ripeteremo il 1948. Per la sinistra questi sono gli ultimi giorni di Pompei dopodichè faremo piazza pulita; insomma non faremo prigionieri”. Queste grossomodo le frasi attribuite a Cesare Previti, allora uno dei colonnelli di Silvio Berlusconi, alla vigilia delle elezioni del 2001, che segnarono effettivamente una vittoria a valanga del centrodestra.

Oggi, dopo l’ennesima bocciatura in pochi mesi di quella stessa coalizione, ci troviamo esausti, al termine di una legislatura segnata da un astensionismo crescente e da un generale disinteresse per la cosa pubblica da parte di cittadini stremati da crisi energetica, restrizioni pandemiche e inquietanti cambiamenti climatici. Viene da chiedersi se quelle parole abbiano ancora un senso logico o se qualche forza politica è ancora in grado di poterle utilizzare per minacciare gli avversari.

La risposta è “sì” e il seguito è “la sinistra non farà prigionieri”, appoggiata da una potentissima lobby mediatica, da interessi economici enormi e opachi e dagli influencer più in voga sui social media, spesso incoscienti burattini nelle mani di poteri forti. Certo, il tempo cambia molte cose nell’approccio mediatico, ma i fatti, i soli che contano, ci consegnano questa evidenza, la quale, da sola, dovrebbe rappresentare non uno dei possibili temi dopo la sconfitta elettorale in capoluoghi come Verona, Piacenza, Parma o Catanzaro, ma l’unico argomento all’ordine del giorno.

Basti osservare cosa è accaduto nei capoluoghi dove la sinistra di oggi, il campo più o meno largo, laico e civico proposto in sede di elezioni comunali, ha vinto nella tornata dello scorso autunno. Mi si permetta di citare ad esempio non una metropoli come Roma, o un centro di medie dimensioni, ma una cittadina che potrebbe essere presa ad esempio come “media nazionale”: Cento di Ferrara, che ha conosciuto, sei mesi fa, la stessa ineluttabile sequenza degli eventi osservati domenica scorsa a Verona (e di cui il capoluogo scaligero seguirà la non lieta trama successiva, salvo prova contraria).

Tradizionalmente conservatrice, negli ultimi dieci anni Cento ha visto una alternanza, non sempre felice, fra destra e sinistra. L’amministrazione uscente, civica di centrodestra, aveva lasciato eredità pesanti: la banca cittadina, fatta di piccoli azionisti, perlopiù artigiani e imprenditori, inglobata in un gruppo bancario nazionale non interessato al credito, al risparmio e agli interessi locali; l’antico e conosciuto grande stabilimento di motori diesel, fiore all’occhiello della motor valley, anch’esso finito nelle mani di un gruppo internazionale, il quale ha chiaramente manifestato l’interesse a dismettere il polo produttivo in quanto, come noto, il futuro si prospetta “elettrizzante” (solo per chi terrà il posto di lavoro immaginiamo); la ricostruzione post terremoto che procede a passo di lumaca, specie per i centri storici e le piccole chiese che costellano la pianura (nella foto la situazione nella frazione di Buonacompra a dieci anni dal sisma).

Nessuno di questi temi è stato affrontato “di petto”, dagli uscenti, i quali per lunghi mesi si sono limitati alla gestione dell’ordinario; ognuno dei partiti ha però tenuto ad avere il proprio simbolo ben presente in lista, con civiche civetta e speranza sotterranea non solo di riconquistare il comune, ma di avere un voto in più dei propri alleati. Gli sfidanti di sinistra dal canto loro hanno sparigliato le carte in tavola presentando un candidato neolaureato, di bella presenza, con un programma fotocopia del sindaco di Bologna: ambientalismo a piene mani, retorica dello “spazio ai giovani e alle donne”, e promessa di grandi cambiamenti. Copione scontato: sfidanti al ballottaggio, con la sinistra al galoppo e la destra divisa che in fondo non ci crede e si garantisce una sonora bocciatura.

I primi cento giorni del sorridente neo primo cittadino? Molto semplici: azzeramento di ogni carica nelle municipalizzate, nei consorzi, nelle società di ambito, inserimento nello staff degli “uomini di partito” indicati dalla vicina Bologna, di cui vengono ricopiati i temi, concentrati in modo quasi esclusivo sulla parità di genere, la qualità dell’aria e molte biciclette. Intanto gli sportelli della ex banca locale si chiudono a catena, l’ospedale, fino a quel momento fiore all’occhiello del comprensorio, inizia lentamente a spostare verso il capoluogo felsineo i propri servizi (a partire ovviamente dal punto nascite), la grande fabbrica inizia a licenziare e prevede un orizzonte di chiusura entro il 2025; esponenti lgbtqi possono finalmente tenere applaudite conferenze pubbliche sul coming out nella grande sala municipale in un tripudio di arcobaleni, e per concludere, il tradizionale carnevale sospeso per covid si è tenuto a metà giugno, in un caldo asfissiante, per le vie di un centro storico in cui troneggiano ancora le impalcature dei restauri post terremoto.

Un mondo di terzo settore, legato soprattutto a scuole e asili privati di ispirazione cattolica, è in attesa di notizie, così come una decina di sacerdoti chiedono si chiedono quando rientreranno in parrocchie ancora puntellate. Purtroppo per loro le priorità sono cambiate, i padroni sono altri, e chi c’era prima non c’è più: a sinistra non fanno prigionieri e molti che pensavano di poter fare almeno i maggiordomi, si sono trovati alla porta. Questo è. Buon pride, Verona.


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