Dal Sudafrica a New York, dalla Palestina al Messico: la straordinaria vita di una regista cattolica


di Matteo Orlando

LA REGISTA PROLIFE ANNA RAISA FAVALE: “QUELLO CHE È SUCCESSO NEGLI STATI UNITI CON LA LEGGE SULL’ABORTO NON SAREBBE POTUTO SUCCEDERE ALTROVE. E’ IN UN PAESE IN CUI PER 50 ANNI MIGLIAIA DI PERSONE CORAGGIOSISSIME SONO STATE DISPOSTE AD ANDARE IN PRIGIONE, FARSI UMILIARE ED INSULTARE MENTRE PREGAVANO DAVANTI ALLE CLINICHE ABORTIVE ED AIUTAVANO DONNE E BIMBI IN DIFFICOLTÀ CON OGNI MEZZO

La giovane regista pugliese Anna Raisa Favale (classe 1986) ha lavorato per un’emittente cattolica di New York, TeleMATER, nata dalla spiritualità della Chiesa della Madonna di Pompei della “Grande Mela” e promossa da padre Walter Tonellotto. L’abbiamo intervistata per raccontarci finalità e programmi di questa originale rete televisiva italo-americana, adesso che è diventata direttore artistico del Dipartimento Video del portale internazionale Aleteia.

Dottoressa Favale ci può raccontare qualcosa sull’emittente italo-americana “TeleMATER”?

Mi trovato in Sud Africa quando ho ricevuto la proposta di andare a lavorare per TeleMATER. Le cose più incredibili della mia vita sono accadute perché Dio me le ha regalate senza aver fatto niente per cercarle, a prova del fatto che Lui sa sempre molto meglio di noi cosa darci e quando darcelo. Ero a Cape Town, e dopo il mio anno di studio di specializzazione in Regia e Scrittura Cinematografica, stavo girando il pilota di un film che avevo chiamato “Abraham Hotel”, una specie di riscrittura moderna della storia di Abramo, pensando di girarlo li. Ma dall’altra parte del Mondo, a New York, qualcuno si era provvidenzialmente trovato tra le mani un progetto di documentario sul quale avevo lavorato nei mesi precedenti e per cui stavo allo stesso modo cercando finanziamenti, e pensò che io fossi la persona giusta per dirigere la piccola televisione che avevano da poco aperto. Era una persona che io non conoscevo e che non mi conosceva, connessa dalla Provvidenza grazie ad una serie di amici in comune, e proprio quando pensavo che la mia vita stesse sbocciando in Sud Africa, Dio aveva altri piani per me. Mi arrivò una email di poche parole che diceva: “Non abbiamo risorse per finanziare il tuo documentario, ma se vuoi puoi venire a lavorare con noi a New York”. Per un attimo pensai fosse una email spam. E invece era verissima, e qualche mese più tardi ero nel Village a lavorare notte e giorno per Gesù.

Come si è organizzata per andare a vivere e a lavorare a New York?

Sono partita senza certezze, 3 mesi iniziali che sarebbero potuti anche restare tali, ma invece il Signore in 1 mese ha fatto tutto, ho trovato il Visto, il salario, e tutto è accaduto nel modo più naturale possibile. TeleMATER era una realtà minuscola ma nata intorno a una bella comunità Italiana, unita dal Rosario di cui la Madonna di Pompei è la patrona – la stessa Madonna che aveva trovato me, anni prima, e che continuava a trovarmi. All’inizio eravamo in pochissimi, mancava tutto, persone, soldi. Ricordo di aver fatto una Novena a Santa Teresa di Gesù per trovare il montatore, la novena delle Rose. Il secondo giorno di Novena arrivò la rosa, e alla sera dell’ultimo giorno di novena, un sabato, un ragazzo sconosciuto si presentò a Messa, e mi diede il suo biglietto da visita dove diceva: “Produzioni video, montatore”. Il Signore aveva risposto subito ma mancavano ancora i soldi per pagarlo. In quegli stessi giorni, uno dei Direttori di Aleteia, conosciuta grazie proprio a TeleMATER, si trovava a New York e ci propose una cena per parlare di collaborazioni. Mi chiese a bruciapelo: “Se dovessi chiedere una cosa, cosa chiederesti?”. “I soldi per pagare un montatore”, dissi. Cosi arrivarono anche i soldi.  E tutte le cose succedevano cosi. Pochi mesi dopo eravamo a collaborare insieme per la GMG del Papa a Cracovia. Finimmo per essere selezionati con un nostro video che venne mostrato di fronte a tutti i ragazzi della GMG e difronte al Papa. Eravamo una realtà piccolissima che ancora pochi conoscevano ma in qualche modo il Papa ci aveva visto. Fu un grande segno per noi. E poi da piccoli semi iniziarono a crescere cose belle. Le televisioni di Brooklyn e del Queens con cui collaboravamo e che mandavano i nostri lavori, i volontari che iniziavano ad arrivare. Un momento di grandissimo lavoro ma anche di provvidenza pura e grande.

Pur essendo giovanissima, ha già vissuto esperienze significative all’estero. Di cosa si è occupata in Palestina e che ricordi porta dalla “nazione terrena” di Gesù?

In Palestina ci sono andata quando invece lo ero davvero, avevo 23 anni, e sono stata li circa 9 mesi grazie a un progetto di Servizio Civile all’Estero promosso dalla comunità Giovanni XXIII di Rimini. Lavoravo, insieme all’altra ragazza selezionata, per una emittente di news Israelo-Palestinese. Vivevamo a Beit Sahour, ai piedi di Betlemme e della Natività, ma avevamo due uffici, uno completamente palestinese in Territori Occupati e uno completamente Israeliano, a Gerusalemme, facendo spesso la spola tra i due, attraversando il muro e facendo la fila per ore con i palestinesi. Scrivevamo di quello che succedeva nei territori – è stato li che ho iniziato a sperimentare coi video e brevi servizi documentaristici – e io in particolare organizzavo anche eventi nel nostro teatro a Beit Sahour, dove cercavo di portare sia palestinesi che israeliani che potessero portare a dialogare e conoscere più in profondità la realtà dell’Occupazione.

Che tempi sono stati per lei quelli vissuti fra israeliani e palestinesi?

Sono stati mesi molto difficili, ma anche bellissimi. Siamo state vicino alla gente, condividendo le loro storie, il loro coraggio e il loro dolore, da entrambe le parti. Due volte a settimana andavo anche nel centro culturale di uno dei campi profughi di Betlemme per delle lezioni di aerobica con le donne del Campo. Io non conoscevo l’arabo e loro non conoscevano l’inglese, ma ci divertivamo insieme come matte. Di ricordi ne ho talmente tanti che sto scrivendo un libro della mia esperienza li, sarebbe difficile ricordarne solo alcuni. Tutto è estremamente impresso nella memoria come fosse accaduto da poco, anche se sono trascorsi più di 10 anni. Ricordi divertenti, altri estremamente amari. Vivere nella terra di Gesù e condividere quello che succedeva ogni giorno, mi ha ricordato che li dove abbonda la grazia abbonda la croce, e viceversa. La Palestina è una terra ancora oggi martoriata, eppure c’è una speciale provvidenza, una speciale grazia che la pervade, dalle piccole alle grandi cose. Del resto non poteva essere che cosi. Mi sorprenderebbe se la terra dove Gesù ha versato il sangue per noi fosse oggi una terra felice. Lo sarà, un giorno, ma ora soffre ancora come Gesù continua a soffrire e morire ogni giorno per noi e per i nostri peccati. E’ stata, è e resterà sempre comunque una terra benedetta. Per me è casa, sono fratelli e sorelle tutte le persone incontrate li, e mi è mancata molto in questi anni.

In Sudafrica quali altri esperienze significative ha vissuto?

In Sud Africa ci sono andata per specializzarmi in Cinema per cui avevo vinto una borsa di studio europea. A quel tempo inseguivo l’America – senza immaginare che Dio me l’avrebbe data gratuitamente e semplicemente anni dopo – ma mi ritrovai invece a Cape Town. Arrivai lì a neanche un mese dalla morte di Mandela, e la sensazione di smarrimento e di caos era forte. Partii per il Sud Africa senza esattamente sapere cosa aspettarmi. In realtà è stato 1 anno e mezzo di grande grazia. La bellezza è stata enorme, insieme allo shock della povertà e di una sorta di segregazione razziale nei fatti, ancora oggi. Sono cresciuta tanto in Sud Africa, lavorativamente e umanamente. Non so se posso parlare di grandi esperienze, ma sicuramente posso parlare di tante, piccole esperienze che mi hanno preparata per quello che sarebbe diventato dopo, per New York, per TeleMATER, Aleteia e tutto il resto.

Come si vive in Sud Africa?

In Sud Africa mi ritrovavo perennemente gettata fuori dalla mia confort zone – era pericoloso, complesso, bellissimo ma anche spietato – e a differenza di tutte le altre terre dove ho vissuto, li ci sono andata completamente sola, e senza conoscere nessuno. Direi che il più grande dono che mi ha dato il Sud Africa è stato me stessa. Una maturità, forza e consapevolezza che ho acquisito li. Poi ho conosciuto anche tantissime persone, avevo amici di tutti i tipi: bianchi, neri, “coloured”, come dicono loro. Molto benestanti e molto poveri, giovani e anziani. C’era un uomo anziano conosciuto in chiesa che ogni giorno mi regalava frutta e verdura fresca, e mi portava in giro a conoscere Cape Town e parlarmi dei decenni passati; ho trovato comunità di fede fortissime e non necessariamente cattoliche che mi invitavano alle loro celebrazioni. In Sud Africa ho anche per la prima volta conosciuto da vicino il mondo cristiano al di fuori dal mondo cattolico, in un mix di culture enorme. Uno dei documentari che realizzai fu proprio su Pascal, evangelico, rifugiato del Congo con una grandissima fede, con il quale trascorsi la Pasqua insieme ad un altro amico. La diversità, del Sud Africa, i colori, i contrasti. Una terra “adrenalinica” e bellissima. Un giorno ero in Chiesa e dopo la Messa una signora anziana mi chiese cosa stessi facendo li. Quando seppe che studiavo cinema, iniziò a raccontarmi che un suo parente era un regista famoso. Non sembrava molto certa della cosa ed era in la’ con gli anni. Mi chiese se mi fosse piaciuto incontrarlo, se avesse organizzato una cena. Io le dissi certamente si, non esattamente convinta che ci fosse qualcosa di reale dietro a quella storia, ma più che altro volevo andare a tenere compagnia a una vecchina sola per una sera. Quando arrivai, scoprii che il regista di cui parlava, era davvero un regista famoso, che aveva da poco girato un film col figlio di Clint Eastwood. Tutti mi continuavano a chiedere: “Ma come hai fatto a conoscerlo?“, sembrava incredibile a tutti… ma quando le cose le fa Dio sembrano sempre incredibili. Mi insegnò a surfare, con sua moglie e i suoi figli trascorsi domeniche e feste, e mi portò su molti dei suoi set per imparare. Oggi è un grande amico.

Come abbiamo detto nel 2015 è sbarcata a New York e vive e lavora nel Greenwich Village, luogo simbolo degli immigrati italiani. Cosa ci può raccontare di questa esperienza?

A New York il Signore mi ha proprio chiamata, e come spesso succede nelle chiamate, le strade si aprono naturalmente. Oltre al lavoro per la televisione – sorprendente e bellissimo – New York mi ha portato tanto altro. L’incontro con persone meravigliose, la comunità Neocatecumenale, che seguo d’allora, e molto altro. E’ incredibile pensare che Dio avesse già preparato tutto, a me stava solo di dire “si”. New York è stato un momento di grazia grandissima, sentivo in qualche modo che ero nel momento perfetto e nel luogo perfetto, che Dio aveva preparato per me tutto. Ho avuto la grazia di conoscere una New York diversa da quella che la maggior parte della gente che lavora li conosce. Ho conosciuto tanta fede, umanità e scelte coraggiosissime, arte, creatività. I gruppi prolife con cui andavamo a pregare, le interviste a gente incredibile. Ero sempre in strada a intervistare qualcuno, o a fare un video. Con la neve o con il sole. E poi di sera a montare in studio in un quartiere che non dorme mai e dove anche alle 3 di notte potevo andare a mangiare un pezzo di pizza dal famoso “Joe’s” e ascoltare qualcuno che suonava nel piccolo parco vicino mentre facevo amicizia con perfetti sconosciuti che diventavano amici per una chiacchierata notturna e mi aprivano il cuore come se mi conoscessero da sempre. Tutto accadeva come un miracolo, a New York. Un’esplosione di vita, in tanti modi.

Immagino che non tutto sia bello a New York, non è vero?

New York è fatta anche di realtà di egoismi estremi, infelicità profondissime e cosiddette “libertà’” che spesso sfociano in solitudini enormi, provocate a se stessi e agli altri. Ma è pur sempre vita. A New York tutto quello che accade è unico, come come se ci trovassimo su un pianeta quasi al di fuori della terra, un mondo a sé. E per un amante dell’umanità come sono io è stato un grande regalo. Mi manca molto e mi mancherà sempre tantissimo.

Frenesia lavorativa e ricerca del massimo guadagno, dall’Italia sembrano questi i due “valori” principali degli Stati Uniti, almeno quelli della West Coast. Dopo anni di permanenza come valuta la fede in genere, e quella cattolica in particolare, in questo grande Paese?

L’America dall’altra parte del mondo penso sembri molto diversa da quello che in realtà è. Sicuramente ci sono delle caratteristiche culturali e sociali vere – la frenesia lavorativa e la ricerca del massimo guadagno sono due di quelle – ma interessano anche solo una parte della popolazione degli Stati Uniti e solo alcune aeree geografiche, forse per due principali motivi: sognare e osare si può, e a volte questo porta a degli eccessi, e la vita in quelle zone costa tantissimo, quindi in qualche modo si innesca una dinamica perversa del “guadagno-lavoro-miglioro lo stile di vita-voglio di più” che ruota su se stessa all’infinito. Quando pensiamo agli  Stati Uniti, però, non dobbiamo dimenticarci che parliamo di 50 Stati e circa 330 milioni di persone. Ci sono anche Stati – e sono tanti – dove la gente vive in modo ancora in un contesto rurale e semplice, e porta avanti un lavoro a conduzione familiare. Vive insomma in una prossimità con la natura e l’ambiente che noi in Europa abbiamo in gran parte dimenticato.

Cosa pensa della sentenza della Corte Suprema statunitense che ha rimesso nelle mani degli Stati federati la legislazione in tema di aborto?

L’America è una terra straordinaria, dove ho incontrato la gente più determinata e dalla spina dorsale più dura di tutte. Una caratteristica della cultura americana è la forza: la forza di volere, di fare, di osare, di avere le proprie convinzioni e non importarsene se il resto del mondo – anche quello fuori alla propria porta di casa – dice diversamente, perché in Usa tutti possono in qualche modo costruire il proprio mondo, se quello fuori non soddisfa, e questo compete a dare una forza di libertà senza eguali nel mondo credo. Quello che è successo ora con la sentenza della Corte Suprema sull’aborto non sarebbe potuto succedere altrove. E’ successo negli USA, dove per 50 anni migliaia di persone coraggiosissime sono state disposte ad andare in prigione, farsi umiliare ed insultare mentre pregavano davanti alle cliniche abortive e aiutare donne e bimbi in difficoltà con ogni mezzo, pur di lottare per quel che ritenevano giusto. Questa è la cosa più bella dell’America: la sua forza e il suo coraggio.

Dal punto di vista delle fede cos’altro c’è da dire sugli Stati Uniti?

Tante altre cose. La prima è che la relazione estrema che gli americani hanno con un certo concetto di “libertà”, li porta a non digerire benissimo quello che nella Chiesa Cattolica è pensato come “regole e leggi”. Purtroppo la fede negli Stati Uniti risente molto di un certo puritanesimo culturale che è comunque presente nella loro storia, e il modo in cui spesso viene trasmessa la fede Cattolica è attraverso una contrapposizione di virtù e peccati da seguire o meno, con cui l’americano medio si relaziona dunque molto male. Un’altra cosa per me molto difficile da accettare è il modo in cui l’americano medio pensa – o meglio non pensa – alla comunità. La storia dell’Europa è totalmente diversa, le nostre città e i nostri paesi si sono formati intorno alle comunità, per noi la comunità è vita. Negli Stati Uniti questo è molto diverso, la fede si esprime molto in modo solitario e privato, nelle case e nelle famiglie, ma poco nelle comunità, nelle famiglie allargate e nelle piazze, che è invece il modo che io prediligo perché davvero credo che in Cristo siamo tutti fratelli e sorelle. Per l’Americano medio questo non è facile da accogliere, tende ad essere molto gentile e educato nell’immediato, ma quando si va in profondità è molto protettivo della sua privacy e del suo mondo che non sempre accetta venga “sconvolto” da Cristo. Salvo però poi a desiderare la comunità quando se ne ha bisogno, perché alla fine del giorno ne abbiamo tutti desiderio, e allora non sorprende che i Mormoni, che propongono la comunità come centro e forza, sia il gruppo che sta crescendo più velocemente negli Stati Uniti. Da Cattolici credo che dobbiamo riscoprire il senso della Comunità, dell’essere davvero fratelli e sorelle, come mi ha insegnato la frequenza della comunità neocatecumenale. Se non riscopriamo questo, le nostre chiese si svuoteranno come già stanno facendo.

Quindi suggerisce di uscire dal proprio comfort per spendersi nella comunità cattolica?

L’America è una terra comunque di benessere – nonostante problemi di povertà e disuguaglianza – e spesso il benessere non aiuta ad affidarsi e fidarsi di Dio. Uscire dalla propria comfort zone diventa difficile, e cosi anche la vera fede che ci costringe a un lavoro interiore continuo. Laddove però la fede è forte… è fortissima. Tanta gente si è battezzata da adulta – perché nata e cresciuta in un contesto, a differenza dell’Italia, dove la fede Cattolica non era l’unica – e ha scelto in totale convinzione e libertà di convertirsi al Cattolicesimo. In quei casi, si vedono esempi bellissimi di fede.

In questi giorni lei è impegnata in una missione cattolica in Messico. Può parlarcene?

La Missione è nel nord del Messico, con alcuni frati della fraternità di “Verbum Spei”, trovata negli Usa, appunto, ma nata in Messico. Una realtà bellissima, che mette Gesù Eucaristia al centro, sia nella vita contemplativa dei frati e sia nel lavoro di missione, perché “senza di Lui non possiamo fare nulla”, davvero. Negli anni hanno stabilito 3 missioni, nelle aeree più povere e svantaggiate di Saltillo, una cittadina a un’ora e mezza circa da Monterrey. I bisogni qui sono tanti: materiali, in parte – ogni giorno alla Missione si cucina per circa 50 persone che vengono a richiedere pasti e si porta il pasto insieme all’aiuto sanitario per quel che si può a molti anziani, malati e poveri che non possono venire al centro – ma soprattutto c’è un grande bisogno di natura spirituale. La droga è un problema grandissimo, la solitudine di tantissime donne abbandonate dai compagni e costrette a lavorare e tirare su figli da sole, figli che spesso non vogliono studiare, che non si sentono amati e che non sentono di avere valore, per cui fin da piccolissimi sono già feriti in maniera enorme. Ogni missionario aiuta come può e per quello che sono I suoi talenti. Oltre al Catechismo e alle classi speciali per bimbi che hanno avuto accesso alle borse di studio, si possono fare moltissime altre cose.

Lei in particolare di cosa si occupa?

Io sto aiutando I frati anche attraverso i video, promuovendo il progetto di borse di studio per trovare finanziamenti, e lavorando a un video promozionale per chiamare più volontari alla missione. Ma la mia gioia più grande è stare con la gente, andare a visitare la gente. Il modo in cui vedo Gesù in loro è unico e fortissimo. Trascorro le mie ore con anziani, donne e bambini poveri e soli. A volte anche solo un abbraccio e un sorriso fa tanto. Penso sempre a Madre Teresa che diceva: “Se non avete voglia di sorridere oggi non venite dai poveri”. Il nostro sorriso e i nostri abbracci a perfetti sconosciuti sono un modo che Dio usa per dire loro: “tu vali. C’è qualcuno che ti ama anche se non ti conosce e tu pensi che la tua vita non valga niente”. A volte le condizioni in cui vivono sono concretamente difficili: capita di lavare le case e le stesse persone, se non possono, che vivono da anni in condizioni di grande difficoltà, in baracche luride con topi e ragni. Magari sono anziani e malati, non possono fare niente e I figli, spesso esistenti, è come se non esistessero in realtà. Noi missionari siamo gli unici scambi quotidiani che hanno. Ma principalmente, la Missione vuol dire “esserci”, stare li con la gente, vivere con loro e sapere che possono contare su di te, che non sono soli, e che sono amati.

 

Domattina uscirà su Informazione Cattolica la conclusione dell’intervista alla regista Anna Raisa Favale. Seguiteci!


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