Certi giornalisti non conoscono le rogazioni e fanno pessime figure sulla pioggia e la siccità


di Gianmaria Spagnoletti

SE UN GIORNALISTA SCAMBIA PER MAGIA IL SENSO DELLA PREGHIERA VUOL DIRE CHE SIAMO MESSI MALE QUANTO A CONOSCENZA DEL SACRO

Siamo arrivati ai primi cinque giorni di luglio ma l’estate è già torrida, il sole picchia e la siccità si fa sentire, tanto che diversi Comuni hanno già messo in atto misure per il razionamento dell’acqua. Non è mia intenzione dibattere in questo articolo la ragione della siccità in questo periodo: invece mi interessa parlare dell’iniziativa dell’Arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini che, data la situazione, ha deciso di indire un rosario per invocare la pioggia. In seguito ha anche annunciato di voler compiere un pellegrinaggio in tre chiese di campagna. Ma già subito dopo il semplice annuncio del Rosario sono seguiti dei rovesci (non previsti dal meteo). Ciò che ho trovato davvero divertente è che nell’articolo si scriva che è piovuto “come per magia”.

Dico “divertente” perché fa ridere il candore con cui il giornalista confessa di non conoscere le Rogazioni, preghiere tradizionali che venivano recitate per chiedere un buon raccolto, oppure la pioggia, oppure la protezione dai danni del maltempo. Di solito si accompagnavano a processioni nelle campagne, che si concludevano presso un Santuario o alle croci erette ai margini delle strade e chiamate proprio “croci di rogazione”: ad esempio, se ne vedono ancora molte in Puglia. In Pianura Padana, invece, sono ancora numerose le varie “santelle” (dette anche “capitelli”, “sacelli” o “edicole”) poste all’incrocio delle strade di campagna con la stessa funzione, e solitamente dedicate alla Madonna o a qualche Santo.

Quindi non è nulla di così nuovo che giustifichi la “caduta dalle nuvole” di qualche cronista che sente queste cose per la prima volta. La domanda che dovremmo farci è un’altra: che fine avevano fatto, fino a ieri, queste antiche devozioni? Ce le eravamo dimenticate o erano state proprio “rottamate”, archiviate, messe in un cassetto? Se un giornalista scambia per magia il senso della preghiera vuol dire che siamo messi male quanto a conoscenza del sacro. Anzi: sicuramente ci saranno più persone che alla parola “siccità” accostano la danza della pioggia degli Indiani d’America, che non quelle che pensano subito alle rogazioni.

Questo per dire che spesso andiamo a “pescare” elementi di altre culture che possiamo tranquillamente riscoprire nella nostra. Manca solo qualcuno che, interrogato sul Battesimo, risponda “è un po’ come bagnarsi nel Gange” cercando maldestramente di fare sfoggio di cultura. Ma la realtà storica è che queste cose ci appartengono da secoli, cioè da quando l’Italia era un paese quasi del tutto agricolo e regnava sovrana quella “civiltà contadina” che la “civiltà del benessere” ha reso un ricordo da film o da museo.

Le rogazioni, la “Benedictio Bombycum” per i bachi da seta, le formule da recitare per allontanare i ratti e gli altri parassiti, la preghiera che si recita mentre si brucia l’ulivo benedetto per far cessare la grandine, un tempo erano il “bagaglio minimo”. E a pensarci bene, l’episodio che ha visto protagonista Sua Eccellenza Monsignor Delpini è lì a ricordarci che benché le moderne aziende agricole siano dotate di tutte le tecnologie, non c’è lavoro come quello dell’agricoltore che sia legato, più di tutti gli altri, alla Provvidenza.

Altro che “magia”: l’uomo pretende che il divino si faccia vicino soprattutto nelle esigenze più concrete del quotidiano. Non si tratta di una “invenzione” del cristianesimo, ma di una cosa che l’uomo, “naturalmente religioso”, porta dentro di sé da sempre. Lo spiega un fatto storico interessante, che voglio riportare per intero.

Accadde quando la XII Legione romana era impegnata nella campagna contro i Quadi, nell’attuale Boemia (parliamo del 174-175 d.C.). A un certo punto, i legionari si trovarono accerchiati dai barbari in una stretta vallata, e stremati dalla sete. Senza più nessuna speranza, non restava loro che pregare. All’improvviso scoppiò un temporale che con la pioggia dissetò i soldati romani mentre i barbari, spaventati dalle folgori, si diedero alla fuga. L’episodio passò alla storia come “il miracolo della pioggia” e fu raffigurato sulla Colonna Antonina. Alla Legio XII fu poi dato l’appellativo di “Fulminata”, cioè “La legione del fulmine”.

 


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