Il “giallo” dei grembiuli


di Gianmaria Spagnoletti

IMPAZZA LA POLEMICA SULLA SCELTA DI UN DIRETTORE SCOLASTICO TOSCANO DI ADOTTARE UN GREMBIULE DI COLORE “NEUTRO” PER TUTTI I BAMBINI DELLE SCUOLE MATERNE. È VERAMENTE UN’IDEA COSÌ PERICOLOSA? SI TRATTA DI UN PROVVEDIMENTO EGUALITARIO O C’È DIETRO QUALCHE TROVATA IDEOLOGICA?

Il Dirigente Scolastico di Buggiano (Pistoia) ha ordinato mediante una circolare di dotare tutti gli alunni delle Scuole Materne di un grembiule di un solo colore (giallo), motivando la scelta come una spinta verso la “parità di genere”, intesa sia come “pari opportunità” che come “lotta agli stereotipi”. Questo è quanto si afferma nella circolare scolastica ripresa da Next Quotidiano.

Per prima cosa, va detto che l’idea di dotare tutti i bambini di un grembiule è ottima, perché il grembiule è veramente “egualitario”, cioè toglie le distinzioni fra chi ha un abito firmato e chi, invece, uno più modesto. Inoltre il colore del grembiule non è fondamentale: nelle classi dei vostri figli, o alunni (se siete insegnanti), ne avrete visti di tutti i colori. Sono molto “gettonati” quellli neri o blu. Anche il giallo, ovviamente, ha un suo perché. Immaginate questi bambini delle scuole materne, tutti in fila con il loro grembiule giallo: giallo canarino, giallo anatroccolo, giallo pulcino, giallo girasole; giallo come i romanzi polizieschi di cui il colore è diventato un simbolo. Comunque lo si chiami, è un colore che sta bene ai piccoli della Materna.

E quindi tutto normale? Tutto a posto? No. Perché il cuore della questione non è il grembiule, ma tutto il ragionamento sotteso: una scelta normale e anzi lodevole che diventa molto equivoca perché viene resa  “trendy” aggiungendo l’ultimo grido del cosiddetto progresso: “parità di genere”, “pari opportunità”, “lotta agli stereotipi”. Tutte cose che dette così sembrano nuove ma che, a ben vedere, si ritrovano già nella Costituzione della Repubblica Italiana. Anche senza avere alle spalle l’esame di Diritto Costituzionale basta scorrere il testo per ritrovare quanto detto. Non solo là dove gli articoli iniziano con «Tutti i cittadini…» dando per scontato che diritti e doveri valgano per individui di ambo i sessi, ma anche là dove viene chiaramente specificato.

Art. 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Art. 37: «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione».

Quindi la parità tra i sessi è già garantita dalla Costituzione, in teoria. Ma come al solito, il problema non è avere le regole o non averle, ma farle rispettare.

Bisognerebbe poi saperne di più su cosa intenda il Dirigente Scolastico per “uguaglianza di genere”, parola-ombrello sotto cui, in questi anni, abbiamo visto passare di tutto e di più. Mi limito a far notare che, molte studentesse che ho conosciuto e che vestivano il “grembiule unico” usavano giochi femminili, ma in seguito hanno eccelso in materie scientifiche e oggi sono mamme. O hanno fatto confusione loro, o nella “teoria degli stereotipi” c’è qualcosa che non quadra. Di certo, almeno per il momento, i bambini continuano a scegliere spontaneamente i giocattoli seguendo proprio quegli “stereotipi”.

Quanto all’uguaglianza di genere, quella arriverà a suo tempo, ma (credo) non nei modi auspicati. Infatti, se nulla cambia, gli scolari continueranno a essere tutti ugualmente in DAD, tutti ugualmente con le mascherine, a fine anno avranno tutti le stesse lacune (non sempre per colpa loro, ovviamente), da grandi saranno tutti ugualmente precari o disoccupati e tutti allo stesso modo dovranno andare all’estero per trovare un lavoro pagato il giusto. Questa però non è uguaglianza vera (intesa come parità), ma uguaglianza nell’irrilevanza, nascosta dietro la fuffa “pari opportunità”. Di opportunità vere, però, nemmeno l’ombra.

Questi sono i frutti della scuola di oggi, che cade a pezzi e umilia i suoi sottoposti (studenti e insegnanti), però si da un tono di modernità parlando di “stereotipi di genere”, tanto per incrementare la confusione che c’è già in giro. Ci vorrebbe lo sfogo di un padre stile Mario Brega in “Un sacco bello” per provare a mettere un po’ d’ordine: «Ma ‘n padre pò avè un fijio così, senza ‘na casasenza ‘na famijia, ma cor grembiule giallo?». Sarebbe già tanto se facesse qualcosa di semplice ma efficace: riservare un miglior trattamento ai suoi docenti e personale ATA, per adempiere a quello che la scuola deve fare. Cioè tornare a insegnare le materie fondamentali, e cercare di formare un pensiero critico negli alunni.

 


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