I diritti dell’uomo e monsignor Antonio Livi


di Aurelio Porfiri

È IMPORTANTE, DI TANTO IN TANTO, FARE MEMORIA DI FIGURE IMPORTANTI CHE CI HANNO PRECEDUTO, COME QUELLA DI MONS. ANTONIO LIVI (1938-2020), INIZIATORE IN ITALIA DELLA SCUOLA FILOSOFICA DEL «SENSO COMUNE»

È importante, di tanto in tanto, fare memoria di figure importanti che ci hanno preceduto, specie quando si ha avuto l’onore e il piacere di conoscerle e di frequentarle, anche se meno di quello che si vorrebbe.

Una di queste è il filosofo e teologo monsignor Antonio Livi (1938-2020), decano e professore emerito della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense, che elaborò con san Giovanni Paolo II alcune parti dell’enciclica Fides et ratio (14 settembre 1998).

Allievo di Étienne Gilson (1884-1978), monsignor Livi ha collaborato con Cornelio Fabro, Augusto Del Noce ed Evandro Agazzi ed è l’iniziatore della scuola filosofica del Senso comune, che è il termine utilizzato da Livi in chiave anti-cartesiana per individuare le certezze naturali e incontrovertibili possedute da ogni uomo.

Non si tratta di una facoltà o di strutture cognitive a priori, ma di un sistema organico di certezze universali e necessarie che derivano dall’esperienza immediata e sono la condizione di possibilità di ogni ulteriore certezza. Livi ha per primo precisato quali siano queste certezze e ha provato con il metodo della presupposizione che esse sono in effetti il fondamento della conoscenza umana. Il senso comune comprende dunque l’evidenza dell’esistenza del mondo come insieme di enti in movimento; l’evidenza dell’io, come soggetto che si coglie nell’atto di conoscere il mondo; l’evidenza di altri come propri simili; l’evidenza di una legge morale che regola i rapporti di libertà e responsabilità tra i soggetti; l’evidenza di Dio come fondamento razionale della realtà, prima causa e ultimo fine, conosciuto nella sua esistenza indubitabile grazie a una inferenza immediata e spontanea, la quale lascia però inattingibile il mistero della sua essenza, che è la Trascendenza in senso proprio.

Convinto assertore del metodo realistico di interpretazione dell’esperienza, Livi ne ha difeso le ragioni utilizzando sistematicamente gli strumenti dialettici offerti dai pensatori della scuola analitica, da Ludwig Wittgenstein a Barry Smith. Suoi critici più intransigenti sono stati, da una parte, il neo-idealista Emanuele Severino, e dall’altra il caposcuola del “pensiero debole”, Gianni Vattimo.

Un suo pensiero, pubblicato sul sito di Radio Vaticana nel 2009, sembra molto importante da ricordare: «I diritti dell’uomo sono stati portati nella civiltà mondiale proprio dal cristianesimo. Prima del cristianesimo non c’era nemmeno l’idea dell’uguaglianza assoluta degli uomini in base alla loro dignità umana, non c’era tutela di nulla, c’era la prepotenza di gruppo, di setta, di potere. È stato proprio il cristianesimo che ha detto: “non ci sono né greci né barbari; né uomo né donna; né ebreo né gentile: sono tutti una sola persona in Gesù Cristo“. D’altra parte il cristianesimo tanto ha rispettato il diritto dell’uomo e la libertà da creare per la prima volta nella storia del mondo la laicità».

Oggi che viviamo in una civiltà di diritti assoluti e di dimenticanza dei doveri, queste parole sembrano davvero importanti.

Non ci sono diritti se non si pensa ai doveri, non esiste l’idea del diritto assoluto. Anzi, bisognerebbe sempre pensare che dai diritti scaturiscono i doveri, il diritto alla vita per esempio porta doveri verso la preservazione della stessa. Non dimentichiamolo: non esistono diritti senza doveri, chi lo pensa vuole soltanto portare avanti un’utopia che porta a perdersi.

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