Gli stranieri amano l’Italia. Gli italiani la amano?


di Gianmaria Spagnoletti

QUALCHE MOTIVO PER SMETTERE DI DENIGRARE L’ITALIA, UNIVERSALMENTE RICONOSCIUTA COME LA PATRIA DELL’ARTE, DELLA BUONA CUCINA E DEL BELLO, PIÙ ALL’ESTERO CHE IN PATRIA. QUALCHE SPUNTO PER RICONSIDERARE IL CONTRIBUTO CHE LA NOSTRA CULTURA HA DATO ALL’UMANITÀ, PARTENDO DA UN OTTIMO LIBRO

C’è una foto, resa pubblica la settimana scorsa, che mi ha particolarmente colpito e fatto sorridere: Tom Cruise, reduce dal successo strepitoso del suo film Top Gun Maverick, si è recato a Fairford (Gran Bretagna) dove era in corso una grossa manifestazione aerea, e si è fatto scattare una foto ricordo con i piloti di tutte le pattuglie acrobatiche presenti, inclusa quella italiana.

La foto di gruppo mostra grandi sorrisi e un’atmosfera molto cordiale e fatta sicuramente di stima, strette di mano, pacche sulle spalle. Curiosamente, l’abito indossato da Tom Cruise per l’occasione si intona perfettamente al blu delle tute di volo dei nostri aviatori, e anche questo dice del suo rispetto per chi è “Top Gun” nella vita reale. Ciò mi ha ricordato di quanto si dice sulle Frecce Tricolori, sempre amate dal pubblico italiano ed estero, ma criticate da qualcuno in patria perché sarebbero «inquinanti», «a favore della guerra», sarebbero «rumorose» e spaventerebbero i bambini.

Ovviamente non c’è da credere a nessuna di queste cose: intanto perché le scie colorate sono a base di glicerina e l’inquinamento è nullo; e inoltre la pattuglia è sempre applaudita dal pubblico di tutte le età. Quel che però mi ha colpito parlando con alcuni amici stranieri, è che l’impressione che le Frecce Tricolori siano più popolari all’estero che in Italia: segno che sono il simbolo per eccellenza di quello che un tempo veniva chiamato “Italian Style”: cioè l’attenzione alla dimensione artistica delle cose, allo stile, all’equilibrio, al bello, che viene guardata da tutto il resto del mondo come qualcosa di unico.

Eppure, se guardiamo intorno a noi, si tende a sottolineare le cose che non vanno, le cattive abitudini e i cattivi esempi locali. C’è del vero, ovviamente. Ma la normalità è un disprezzo di sé e della nazione che probabilmente è unico al mondo. L’italiano medio non sa, probabilmente perché non gliel’hanno insegnato, che molte delle invenzioni a tutt’oggi in uso sono opera di italiani. Però spesso lo sanno gli stranieri.

A partire dalla gastronomia, dove giochiamo in casa: non c’è solo la pizza, ma anche la mortadella (per gli anglofoni “Bologna Sausage”), la macchina per la pasta, inventata nel 1857 da Innocenzo Manzetti; le lasagne, menzionate in un libro di Giovan Battista Crisci del 1634 ma già note ai Romani; il cono gelato, creazione di Italo Marchioni. Mentre invenzioni come il girarrosto, il macinapepe e il cavatappi sono attribuite nientemeno che a Leonardo Da Vinci, il quale avrebbe gestito persino una trattoria insieme all’amico Sandro Botticelli.

Anche la moda è un campo dove l’Italia la fa da padrone: superfluo indicarvi nome per nome tutti gli stilisti italiani famosi nel mondo. Mi limito a due curiosità: il nome inglese del negozio di modisteria, “millinery”, deriva da “Milano”. Il colore fucsia, invece, prende nome da un’altra città lombarda: “Magenta”.

Per quanto riguarda il mondo della musica, giova ricordare che tutte le indicazioni di tempo sugli spartiti sono in italiano, e lo erano anche i testi dell’opera lirica fino al XVIII secolo; tra le invenzioni in questo campo, ad esempio, il pianoforte, di Bartolomeo Cristofori, e il violino, che Antonio Stradivari contende a Gasparo da Salò. Ma anche nel campo della tecnologia l’Italia ha dato un forte contributo: si contano infatti il motore a scoppio, inventato da Eugenio Barsanti e Felice Matteucci; la pila elettrica, di Alessandro Volta; il telefono, di Antonio Meucci il microchip, di Federico Faggin, la vasca idromassaggio, di Candido Jacuzzi; la radio, di Guglielmo Marconi; la Vespa, inventata da Corradino d’Ascanio e legata (nell’immaginario collettivo americano) al film “Vacanze romane” di William Wilder.

Inoltre, ci sono le accuse di scarse virtù militari che, per quanto i fatti testimonino il contrario, da El-Alamein fino alla battaglia di Little Big Horn del 1876 (non pochi italiani finirono anche lì!), sono dure a morire: ad esempio le illazioni di codardia rivolte ai nostri piloti militari, accusati di battere in ritirata non appena “in vista” degli aerei nemici. I nostri avversari non potevano saperlo, ma in realtà ciò era dovuto alla scarsità del carburante, sempre centellinato: una delle “palle al piede” della assurda guerra voluta da Mussolini.

Non sono mancate, però, pagine gloriose quanto oggi dimenticate, come l’incursione nella rada di Alessandria del 19 dicembre 1941, effettuata da palombari italiani con l’ausilio di “siluri a lenta corsa” noti anche come “maiali” (inventati per sopperire alla nostra carenza di mezzi di allora) che portò all’affondamento di ben due corazzate inglesi: la HMS Queen Elizabeth e la HMS Valiant (si veda a tal proposito il film “L’affondamento della Valiant”).

Questa è solo una minima parte delle “chicche” che si trovano in un libro scritto diversi anni fa dal saggista Rino Cammilleri: “Elogio degli italiani” (Ed. Leonardo), poi ripubblicato in edizione ampliata come “Doveroso elogio degli italiani” (BUR), dove viene mostrato con grande puntiglio che molte delle creazioni che hanno rivoluzionato il mondo moderno sono dovute proprio a degli italiani, così come sono molti gli italiani che si sono trovati nel mezzo di fatti storici epocali. Per questo sorge spontanea una domanda: gli stranieri amano l’Italia, ma gli italiani la amano? Questo aiuterebbe a spiegare perché all’estero lo Stivale è ancora considerato la patria del bello, mentre in patria si continua a dire “siamo in Italia” e “fatto all’italiana”, sintomo di una autodenigrazione ben diversa e più corrosiva della semplice autocritica.

Il libro di Cammilleri è raro in quanto fuori stampa, ma ancora reperibile nelle biblioteche pubbliche e nel circuito dei libri usati. Potrebbe essere non essere solo un libro da mettere nella lista delle “letture sotto l’ombrellone”, ma un divertente viaggio tra fatti e curiosità che i più non conoscono. E, speriamo, uno sprone a rileggere la storia patria, per riprendere un po’ di orgoglio e di autostima che possa aiutarci a risalire la china.

 


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Lo amare l’Italia viene spesso scambiato per nazionalismo, e si sa che in Italia, ove vige la damnatio memoriae di Mussolini, nazionalismo fa rima con fascismo. Roba, dunque, da evitare politicamente, pena il condividere il medesimo destino di dannazione politica della memoria del ”duce”.

Di più, il nazionalismo italiano mette in difficoltà persino quei quattro gatti dei reazionarj italiani (attivi, ormai, quasi solo in internet e sui social) per causa di Porta Pia ecc.