Dopo i disastri di Draghi basta con i tecnici e la politica dell’emergenza


di Vincenzo Silvestrelli

LE DIMISSIONI DEL GOVERNO DRAGHI RIMUOVONO L’ANOMALIA DEL MANCATO RICORSO ALLE ELEZIONI E ALLA SOVRANITÀ POPOLARE MA NON RIMUOVONO I GRAVI PROBLEMI CHE IL NOSTRO PAESE DEVE AFFRONTARE

Le dimissioni di un presidente del Consiglio come Mario Draghi sono state accolte con lo sconcerto di una parte dell’opinione pubblica e dalla soddisfazione di un’altra parte, forse più consistente, dello stesso popolo italiano.

Il fenomeno Draghi rappresenta del resto un aspetto della crisi della politica che non è un fatto momentaneo, ma è nato con i colpi di Stato del 1992-93 (Mani pulite) e del 2011 (crisi del IV governo Berlusconi). La sostituzione di politici, ritenuti o presentati come inaffidabili, con “tecnici” veri o presunti non è stata in genere un successo ed anche i risultati di questo ultimo esecutivo sono molto discutibili.

In realtà l’arte della politica non è sostituibile dalla tecnica in quanto il bene comune è frutto di una visione generale della persona e della società, mentre i “tecnici” tendono a vedere solo alcuni aspetti, soprattutto quantitativi, senza considerare quelli qualitativi.

Il tecnico che non diventa politico inevitabilmente incorre in errori come accadde a Monti e come è accaduto a Draghi che non ha conseguito dapprima l’elezione alla presidenza della Repubblica e poi la rottura del “patto fiduciario” di unità nazionale il 20 luglio 2022.

L’atteggiamento della Lega e di Forza Italia ha costretto alla fine il Presidente Mattarella a sciogliere le Camere prima della scadenza naturale ma, come ha invocato in una recente intervista un politico sicuramente discutibile ma di grande esperienza come Clemente Mastella, va ora sfruttata l’occasione storica per dire basta al ruolo esorbitante dei tecnici e della politica dell’emergenza.

Si è parlato molto da parte dei media allineati di «responsabilità» e di «responsabili», ci dobbiamo chiedere però se sia stato “responsabile” tenere in vita così tanto tempo una legislatura in cui era evidente che il partito di maggioranza relativa, il Movimento Cinque Stelle, aveva perso gran parte del suo consenso.

Il Parlamento da tempo non era più rappresentativo del sentire della maggioranza del Paese, come evidenziato oggettivamente anche dalle recenti elezioni amministrative.

Per molti eletti della XVIII legislatura il vero punto è stato quindi mantenere un ruolo che, probabilmente, non sarà riconfermato dopo le elezioni del 25 settembre, data decisa ieri sera dal Consiglio dei ministri.

In una democrazia il ricorso alla sovranità popolare per risolvere crisi è un principio fondante che deve essere rispettato. Le scorciatoie, che alla fine sono sostanzialmente autoritarie pur nel rispetto formale delle norme, non possono risolvere le crisi.

Il vulnus alla sovranità popolare in questa legislatura è avvenuto molte volte. È cominciato con il mancato incarico alla coalizione di centrodestra che era maggioritaria dopo le elezioni, con la rottura della coalizione e la costituzione del governo giallo-verde che ha superato le coalizioni e infine con le soluzioni raffazzonate che sono culminate nel governo Draghi.

In merito al “governo dei migliori” bisogna fare alcune considerazioni. La demonizzazione di Draghi qualche volta non tiene conto della situazione oggettiva. Il nostro Paese da tempo ha perso gran parte della sua sovranità. Il nostro sistema bancario, ad esempio, è in mano praticamente ai francesi. La privatizzazione delle aziende pubbliche ha tolto al governo uno strumento essenziale per le politiche industriali che riequilibrino i territori. La necessità di una interlocuzione con i poteri europei in mancanza di sovranità monetaria e di un appoggio degli Stati Uniti per limitarli è dunque un fatto necessario che nessun presidente del Consiglio può non tenere in conto senza provocare gravi conseguenze.

Certamente Draghi è uno dei responsabili, anche se non l’unico, di questa situazione, essendo stato uno dei protagonisti della stagione in cui alcune strutture che avevano garantito lo sviluppo italiano sono state privatizzate male e spesso messe in mano alla finanza internazionali o ad oligarchi amorali come i Benetton.

Anziché attenuare questa situazione però il “governo dei migliori” ha perseverato con questi errori.

In un intervento estremamente dettagliato il senatore centrista Elio Lannutti (del gruppo parlamentare del Senato “Uniti per la Costituzione-C.A.L. – Costituzione, Ambiente, Lavoro -Alternativa – P.C. – Ancora Italia – Progetto SMART – I.d.V.”) ha evidenziato con dati oggettivi gli insuccessi del governo Draghi che vanno dall’aumento del debito pubblico, all’aumento dello spread, alla contrarietà del premier al super bonus del 110% che, al di là di alcuni abusi sempre prevedibili in mancanza di controlli adeguati, ha rilanciato la nostra economia senza aggravio di debito.

 

Anche la gestione della crisi ucraina ha cancellato decenni di ottimi rapporti con la Russia. Pur nei vincoli della posizione internazionale del nostro Paese, una posizione meno “combattente” era opportuna per evitare i disastrosi effetti delle sanzioni sull’economia nazionale.

Ultimo punto ma forse più grave per la vita comune degli Italiani è stato quello della disastrosa gestione dell’immigrazione che, come documentano i dati, è stata assolutamente carente e molto onerosa da un punto di vista economico e sociale.

In definitiva Draghi se ne va, forse anche per scelta personale, ma rimangono i problemi creati non solo da lui ma ormai oggettivi. Bene che venga ridata voce alla sovranità popolare. Ora basta leoni da tastiera, politici virtuali, “profeti di sventura” e iettatori, ciascun cittadino faccia la sua parte per collaborare al ritorno della politica. Anzitutto recandosi alle urne ed evitando di disperdere il proprio voto…

 


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