I distretti industriali: una storia italiana

di Vincenzo Silvestrelli

GIACOMO BECATTINI (1927-2017) E IL DISTRETTO COME RETE ECONOMICA SOLIDALE E FIDUCIARIA

Il “distretto industriale” è una forma organizzativa di produzione e commercializzazione dei beni, soprattutto a domanda frammentata e variabile, che costituirebbe oggi il più valido rimedio alla desertificazione economico-culturale dei nostri territori causata dalla globalizzazione. Il più importante economista italiano dei distretti, il toscano Giacomo Becattini (1927-2017), ha infatti spiegato che i beni che caratterizzano il distretto industriale non sono soltanto quei prodotti industriali di massa con caratteristiche di omogeneità e con un ampio mercato imposti dalle multinazionali, ma soprattutto prodotti manifatturieri singoli e personalizzabili come i c.d. beni del Made in Italy: dal tessile all’abbigliamento, dalle calzature alla pelletteria, dalla meccanica tradizionale all’arredo-casa etc.

Alcune delle caratteristiche specifiche dei distretti sono: il principio di reciprocità e integrazione fra gli attori economico-sociali presenti sul territorio, la forte concentrazione spaziale delle imprese, l’elevata specializzazione produttiva, la divisione del lavoro tra imprese locali e la formazione di un mercato del lavoro unico.

In un tempo in cui è necessario conservare l’identità in un sistema globale che omologa e cambia rapidamente, i distretti potrebbero costituire a livello nazionale quello che lo storico e politico cattolico Sandro Fontana (1936-2013) ha definito «una sorta di capitalismo popolare formato da una miriade di piccole e medie imprese». Da questo punto di vista il lavoro dell’economista Giacomo Becattini sui distretti industriali italiani appare d’imprescindibile utilità anche per la sua affermazione scientifica nel contesto internazionale. Va detto anzitutto che l’economista toscano, universitario anomalo e creativo, fu una grande autorità eterodossa fra gli economisti italiani. Il suo percorso professionale è stato complesso. Prima di essere docente aveva aiutato il padre nell’azienda paterna, facendo una esperienza diretta come venditore che gli aveva consentito di avere una conoscenza diretta e non solo teorica del mondo degli affari.

Becattini aveva studiato a fondo gli economisti inglesi del XIX e XX secolo, in particolare Alfred Marshall (1842-1924), di cui apprezzava la visione dell’economia come scienza sociale e come prodotto di una società e di un luogo. Seguendo questa ricerca intellettuale Becattini ha costruito il concetto di distretto industriale italiano, vedendo in esso una forma di capitalismo innovativa, caratterizzata dall’attenzione alla sostenibilità e al welfare di comunità, ma nello stesso tempo idonea a garantire una presenza efficiente sui mercati.

La sua ricerca era partita dalla realtà e cioè dal modello di Prato, distretto della lavorazione della pelle e del tessile. La lettura del motore della crescita economica della Toscana nel secondo dopoguerra in termini di industrializzazione leggera, proposta nelle pubblicazioni dell’Istituto Regionale Programmazione Economica della Toscana (Irpet) di cui era presidente, fu accolta dalle aspre critiche dell’establishment politico-intellettuale regionale e dallo scetticismo degli economisti accademici, con poche eccezioni.

Lo scandalo stava nell’avere mostrato, pur con varie cautele, gli elementi di forza non casuale di un modello di specializzazione “leggero”, fondato appunto su grappoli di prodotti a modesta intensità di capitale tecnico, ma ad alta professionalità artigiana, su nuclei di piccole imprese manifatturiere concentrate in determinate aree. Imprese localizzate fuori dai centri urbani maggiori e dal controllo delle grandi imprese, che costituivano un fitto reticolo di infrastrutture materiali e di scambi che colleganti questi nuclei fra di loro e ai centri urbani maggiori. Campagna urbanizzata fu il termine coniato da Becattini per fissare l’immagine territoriale del modello toscano di specializzazione. Il concetto di economie esterne all’impresa, ma interne ai nuclei di piccole imprese della campagna urbanizzata, di derivazione marshalliana, era già esplicitato.

Il modello distrettuale va distinto dalle aree industriali in cui sono presenti imprese diverse per tipologia di filiera. Le aziende distrettuali si caratterizzano per la collaborazione nella filiera produttiva attraverso la specializzazione delle singole imprese. Il distretto ha vantaggi per la flessibilità, per il possesso di know how diffuso e per la capacità di innovare seguendo le richieste del mercato. Questo modello è stato alla base dello sviluppo economico italiano, sia nel periodo del cosiddetto “miracolo industriale” negli anni ’50 e 60, sia nel periodo successivo in cui si è sviluppata nel nostro Paese l’industria leggera.Le imprese del distretto possono contare su risorse “interne”, cioè sulla loro organizzazione, conoscenza del mercato e sul know how e su economie esterne, cioè sulla presenza di personale specializzato, di un sistema formativo coerente, su un sistema bancario esperto nelle dinamiche del settore e capace di valutarne i rischi, sulla rete di interazioni fra aziende che operano in una filiera e che collaborano fra loro per ridurre, attraverso la specializzazione, i costi di produzione.

Le imprese localizzate nei distretti assumono caratteristiche diverse in base ad alcune variabili come l’autonomia strategica, lo sviluppo di competenze distintive nelle diverse aree della gestione e il grado di stabilità delle aziende.

Lo studio dei distretti industriali, come detto, iniziò con Alfred Marshall, che pose l’attenzione sull’organizzazione o, meglio, sul meccanismo di specializzazione-integrazione che contraddistingue il processo di crescita di un organismo, sia dal punto di vista sociale sia fisico. Tale processo comporta, da un lato una crescente suddivisione delle funzioni tra le sue varie parti e, dall’altro, una più intima connessione tra di esse. Marshall nelle sue ricerche si concentra soprattutto sui vantaggi che le imprese del distretto possono trarre dalle economie di scala ossia da «quelle economie derivanti da un aumento della scala della produzione di una determinata specie di merci» (Alfred Marshall, Principi di economia, Utet, Torino 1972). Gli studi di Marshall furono ripresi in Italia da Giacomo Becattini ma, negli Stati Uniti, da un ingegnere e accademico di rilievo internazionale come il prof. Michael Eugene Porter, a lungo direttore della Harvard Business School.

Per Becattini il distretto industriale si caratterizza per la collaborazione delle aziende, per la comune cultura di impresa che nasce spesso da una tradizione artigiana che si è sviluppata nei secoli e, soprattutto, per gli aspetti della integrazione fra cultura ed economia che ne discendono. Si tratta di valenze, anche sociali, di un capitalismo a bassa intensità finanziaria e ad alta capacità di competenze professionali che permette di valorizzare anche l’integrazione fra sistema formativo e governance politica, locale. La diminuzione dei costi in un distretto nasce dalla facilità nei rapporti basata sulla conoscenza e sulla fiducia fra i contraenti che evita l’adozione di complesse procedure contrattuali. Il termine cluster (gruppo, grappolo) si usa in genere come sinonimo di distretto ma in realtà l’elaborazione di Porter parte da basi diverse. In primo luogo essa analizza la catena del valore delle singole aziende più che la comunità in cui si sviluppa l’azienda e sottolinea il risparmio che le aziende trovano quando sono presenti in uno stesso territorio. Nel libro Vantaggio competitivo delle Nazioni (Mondadori, Milano 1991) il prof. Porter afferma che i sistemi nazionali hanno successo non in settori industriali isolati, ma in aggregati o “cluster” di settori industriali connessi da relazioni verticali (clienti/fornitore) e orizzontali (clienti comuni, tecnologia, canali).

L’Unione europea, nei documenti che riguardano lo sviluppo territoriale, ha adottato il termine cluster anziché quello di distretto, a seguito di una scelta non casuale. Dal punto di vista della teoria economica è quindi importante, in particolare per noi italiani, rivendicare le caratteristiche peculiari di un modello di sviluppo che ha caratterizzato il nostro Paese e che va difeso e aiutato, creando le condizioni per il suo mantenimento e la sua generatività.

in Il Corriere del Sud, n. 1
anno XXXI/2022, p. 3

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