La fiducia in Dio e l’attaccamento ai beni che porta alla morte spirituale: i casi di Naaman e Gheazi


di Jozef Mikloško

UNA DELLE PIU’ BELLE STORIE DELL’ANTICO TESTAMENTO, CHE FA RIFLETTERE ANCORA OGGI, RIGUARDA NAAMAN IL SIRO

Non ho trovato una storia più bella nell’Antico Testamento della storia di Naaman (2 Re 5,1-14). È menzionato anche nel Nuovo Testamento: “C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, e nessuno di loro fu mondato, solo Naaman il Siro (Lc 4, 27).

Durante le sue vittoriose campagne, il comandante dell’esercito siriano, Naaman, si ammalò di lebbra. Significava la fine della sua carriera, l’ostracismo e la morte lenta. Quando il suo re seppe questo, si rattristò. Ma dopo l’ultima campagna vittoriosa di Naaman, cominciarono ad accadere cose strane.

Anche il re di Siria sapeva, e ne era triste, del fatto che il comandante del suo potente esercito, un valoroso eroe e un suo favorito, era diventato un lebbroso. Comprendeva che significava spegnere un comandante capace, isolarlo dalla gente e vederlo morire lentamente per una malattia incurabile. Ma, al momento, lo aveva lasciato al comando del suo esercito.

I soldati siriani avevano attaccato le case israeliane, durante l’imboscata si erano pure innamorati di una ragazza israeliana e l’avevano rapita per portarla in Siria. Non sapendo cosa fare di lei appena arrivati in Siria la diedero alla famiglia di Naaman come domestica. La ragazza piaceva alla famiglia anche se veniva dal campo nemico.

La ragazza si accorse che in casa regnava la paura della lebbra del padre di famiglia. Ricordò che il profeta Eliseo viveva nella sua terra natale, che aveva già compiuto molti miracoli. Disse quindi alla sua padrona che c’era un profeta che viveva in Samaria che avrebbe liberato suo marito dalla lebbra.

La signora ascoltò la sua schiavo e, nonostante avessero un Dio diverso in Israele, diede all’uomo questo strano consiglio. Fu felice della notizia e lo disse al suo re. Nonostante la gravità della malattia, il re lo ascoltò e rispose saggiamente.

Naaman fu mandato dal re nemico con doni considerevoli e una lettera personale. Così Naaman, prese il suo seguito e andò in terra straniera. All’inizio non cercò il profeta, ma visitò il re d’Israele “con procedura ufficiale”. Così facendo, però, cercava aiuto nel posto sbagliato.

Il re lesse la lettera con la richiesta: “Togli dalla lebbra il mio servo Naaman” e, sconvolto, si stracciò i vestiti. La considerava, infatti, una provocazione e un artiglio di guerra del re siriano.

Il re d’Israele si comportava come se non sapesse di avere nel suo territorio il famoso taumaturgo Eliseo. Naaman se ne andò, contento che nulla fosse stato fatto a lui e alla sua compagnia per vendicare le loro azioni nelle conquiste siriane di Israele.

Eliseo venne a sapere dell’incidente e disse al re: “Mandami Naaman, affinché sappia che c’è un profeta in Israele”. Il re rispettava il profeta e disse a Naaman di andare dal profeta. Naaman obbedì e andò alla casa del profeta.

Eliseo non uscì, ma gli mandò un messaggio considerato senza senso tramite un messaggero: “Lavati sette volte nel Giordano e sarai sanato”. Naaman si sentì offeso: immaginava che il profeta sarebbe uscito di casa, avrebbe pregato il suo Dio e lo avrebbe liberato dalla lebbra.

“I nostri fiumi di Damasco non sono forse migliori delle acque d’Israele? Non potrei lavarmici dentro e guarire?”, disse Naaman a un suo soldato e patriota siriano. Si voltò e si allontanò con rabbia, assieme al suo entourage. Tuttavia i suoi saggi servitori lo persuasero: “Se il profeta ti avesse chiesto di fare qualcosa di difficile, l’avresti certamente fatto”. Perché non mettere in pratica questo semplice consiglio”.

Nel comandante siriano iniziò una battaglia interiore: doveva rimanere fermo sulla sua opinione o ascoltare il consiglio? Si umiliò, fece ripartire il corteo verso il fiume Giordano, si tolse la veste da comandante, si immerse sette volte nel fiume e il suo corpo fu guarito lebbra.

Naaman non dimenticò di esprimere la sua gratitudine: tornò dal profeta Eliseo, si fermò davanti a lui e fece una confessione di fede: “Ho saputo che non c’è altro Dio se non in Israele. Accetta, per favore, dal tuo servo un dono”. Eliseo, però, nonostante l’insistenza, rifiutò il dono: “Com’è vivo il Signore, che io servo, non accetterò”. Naaman gli fece una promessa inaspettata: “Il tuo servo non offrirà più olocausti né sacrifici ad altri dei, solo al Signore».

La lebbra, segno della maledizione di Dio, si è così trasformata in sorgente di benedizione: l’uomo potente ritorna ‘bambino’ e il generale diviene per sempre ‘servo’ del Dio di Eliseo. Il passaggio è sancito dalla professione di fede – «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele» (v. 15) – sancita dalla decisione di portare la terra «sacra» d’Israele nella sua casa, come segno tangibile della presenza del Dio-che-salva nella propria vita.

Il profeta rispose con parole che suonano sorprendenti nel mondo cristiano di oggi: “Andate in pace”. A questo punto, la meravigliosa storia sembra finire ma, come molte volte accade nella Sacra Scritture accade qualcos’altro. La debolezza umana, la malizia, l’invidia, l’avidità, il furto e la frode portano ad un fatto inaspettato. Gheazi, servo di Eliseo, disse fra sé: «Ecco, il mio signore è stato troppo generoso con Naaman, con questo Siro, non accettando dalla sua mano quanto egli aveva portato; com’è vero che il Signore vive, io voglio corrergli dietro, e avere da lui qualcosa». Così Gheazi corse dietro a Naaman; e quando Naaman vide che gli correva dietro, saltò giù dal carro per andargli incontro, e gli disse: «Va tutto bene?». Egli rispose: «Tutto bene. Il mio signore mi manda a dirti: “Ecco, proprio ora mi sono arrivati dalla regione montuosa d’Efraim due giovani dei discepoli dei profeti; ti prego, dà loro un talento d’argento e due cambi di vestiario”». Naaman disse: «Ti prego, accetta due talenti!» E gli fece premura; chiuse due talenti d’argento in due sacchi con due cambi di vestiario, e li caricò addosso a due dei suoi servi, che li portarono davanti a Gheazi.

Giunto alla collina, Gheazi prese i sacchi dalle loro mani, li ripose nella casa, e rimandò indietro quegli uomini, che se ne andarono. Poi andò a presentarsi davanti al suo signore. Eliseo gli disse: «Da dove vieni, Gheazi?» Egli rispose: «Il tuo servo non è andato in nessun luogo». Ma Eliseo gli disse: «Il mio spirito non era forse presente laggiù, quando quell’uomo si voltò e scese dal suo carro per venirti incontro? È forse questo il momento di prendere denaro, di prendere vesti, e uliveti e vigne, pecore e buoi, servi e serve? La lebbra di Naaman s’attaccherà perciò a te e alla tua discendenza per sempre». Gheazi uscì dalla presenza di Eliseo, tutto lebbroso, bianco come la neve.


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