Il magistrato Alfredo Mantovano: “opporsi all’eutanasia è una sfida di civiltà che dovrebbe coinvolgere tutti”


di Matteo Orlando

IL MAGISTRATO ALFREDO MANTOVANO: “ALCUNE DELLE RIFORME INTERVENUTE SUL PIANO GIUDIZIARIO STANNO GIÀ PROCURANDO DANNI ALLA FUNZIONALITÀ DEL PROCESSO PENALE”

Dell’agenda Draghi andrebbe operato un esame analitico, pagina per pagina“. A dirlo in questa intervista a inFormazione Cattolica è il consigliere di sezione penale alla Corte di Cassazione Alfredo Mantovano.

Nato a Lecce il 14 gennaio 1958, il dottor Mantovano è entrato in magistratura nel 1983. Da allora ha svolto le funzioni di pretore presso il Tribunale di Ginosa (dal 1985 al 1987), di giudice penale al Tribunale di Lecce (dal 1988 al 1996); consigliere alla IV sezione penale della Corte di appello di Roma (da maggio 2013) e consigliere di sezione penale alla Corte di Cassazione (da ottobre 2018).

Il dottor Mantovano, sposato e padre di tre figli, oltre ad essere un giornalista pubblicista dal 1984, presidente della sezione italiana della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, che si occupa di persecuzioni religiose, vicepresidente del Centro studi Rosario Livatino (un associazione di magistrati, avvocati, notai e docenti di materie giuridiche, che approfondisce le tematiche che fanno riferimento alla vita, alla famiglia, alla libertà religiosa e al ruolo della giurisdizione), ha vissuto anche un’esperienza politica come deputato nel periodo 1996-2001, sottosegretario all’Interno nel 2001-2006, come senatore nella legislatura 2006-08, e nuovamente come sottosegretario all’Interno con delega alla sicurezza dal 2008 in poi. Nel 2013, alle elezioni politiche, ha deciso di non candidarsi e di rientrare in ruolo nella Magistratura.

Partendo dalle analisi e dalle prospettive del suo libro Eutanasia. Le ragioni del no. Il referendum, la legge, le sentenze, cosa pensa debba fare il centrodestra per scongiurare definitivamente la legalizzazione del suicidio assistito?

La questione è più complessa rispetto all’eventuale cambio di una maggioranza a seguito di elezioni, perché si gioca non soltanto sul piano parlamentare, bensì – anzitutto – su quello culturale, mediatico, giudiziario e del sistema sanitario: le scelte politiche dipendono da come essa si affronta in ciascuno di questi ambiti. Non pochi all’interno del centrodestra hanno posizioni non ostili all’eutanasia, e comunque quasi nessuna delle Regioni governate da tale schieramento ha adottato misure che allevino la sofferenza degli ammalati e dei disabili gravi, pur essendo estesa la competenza regionale quanto a welfare e a sanità. Sul piano normativo nazionale, il legislatore non può ignorare la sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale, che ha posto le condizioni la cui sussistenza rende non punibile l’aiuto al suicidio. Un Parlamento rinnovato, a mio avviso, dovrebbe: – mettere da parte proposte di legge apertamente eutanasiche, qual era il ddl Bazoli, approvato solo dalla Camera, e poi bloccato dalla chiusura anticipata della Legislatura; – trovare finalmente, a 12 anni di stanza dal suo varo, l’adeguata copertura finanziaria per la legge n. 38/2010 sulle cure palliative: è stata la stessa Consulta ad aver posto il ricorso a tali cure come pregiudiziale a qualsiasi intervento di fine vita; – concordare con il Governo nazionale e con le Regioni un piano omogeneo di assistenza domiciliare, che coniughi la permanenza in abitazione, rassicurante per chiunque soffra, con il mantenimento di standard omogenei di terapia; – approvare una legge sui c.d. caregiver, ipotizzata durante la pandemia, ma poi scomparsa dall’orizzonte politico, per facilitare il compito del familiare o dell’amico che sceglie di dedicare parte della giornata a fianco del paziente o del disabile gravi; – poi, certo, rivedere la norma penale, come la Corte costituzionale ha imposto, ma senza far cadere il chiaro giudizio di disvalore della soppressione di una vita, tanto più quando tale vita è debole e bisognosa.

Come si può rendere operativo tutto ciò?

Per rendere operativo tutto questo è necessario il lavoro di almeno una legislatura, e sarebbe scorretto immaginare che spetti solo a uno schieramento politico: è una sfida di civiltà che dovrebbe coinvolgere tutti. Faccio un esempio per essere più chiaro. Uno dei ‘casi’ evocati a sostegno della compiuta disciplina del suicidio assistito è quello di ‘Mario’, nome fittizio a lui attribuito fino al momento della morte. Nel parere rilasciato dal Comitato etico regionale delle Marche, chiamato dal Tribunale di Ancona a verificare la sussistenza nel caso specifico delle condizioni previste dalla Corte costituzionale con la c.d. sentenza Cappato, a proposito del requisito della ‘sofferenza intollerabile’ il Comitato parlava di ‘elemento soggettivo di difficile interpretazione’, di difficoltà nel ‘rilevare lo stato di non ulteriore sopportabilità di una sofferenza psichica’, e di ‘indisponibilità del soggetto ad accedere ad una terapia antidolorifica integrativa’. In altri termini, più della patologia e dalla disabilità che lo riguardavano, ‘Mario’ soffriva un forte disagio psichico: la risposta è stata l’iniezione letale. Per affrontare una tragedia del genere è sufficiente il cambio di una maggioranza parlamentare?

Pensa che si possa, prima o poi, arrivare in Italia ad una dichiarazione di incostituzionalità della legge 22 maggio 1978 n. 194 o, almeno, ad un parziale restringimento del suo campo d’azione?

Vale un discorso analogo a quello svolto in precedenza per il fine vita, perché identica ne è la logica. Premesso che negli anni immediatamente seguenti all’approvazione della 194, la Corte costituzionale fu investita di non poche eccezioni di legittimità, e le ha tutte dichiarate inammissibili o respinte, pur non senza mai entrare nel merito dell’identità giuridica del concepito, per quella che è la ‘cultura’ egemone, anche nel centrodestra, oggi una sessione parlamentare avente a oggetto la legge sull’aborto rischierebbe di avere come esito l’allargamento dei pur tenui limiti alla sua praticabilità. Non pochi di tali limiti peraltro sono già stati superati dalla giurisprudenza – si pensi a quanto stabilito dal Consiglio di Stato sui medici obiettori – e dal ministero della Salute: si pensi alla pillola abortiva qualificata prodotto da banco, e quindi somministrabile senza controllo medico pure alle minori. Anche qui è necessario un lavoro, al tempo stesso culturale e concreto, che rilanci senza incertezze le ragioni della vita, a prescindere dal momento e dalle condizioni in cui essa si trova, e che punti a garantire aiuti reali alle gestanti in difficoltà: lo prevede la stessa 194, ma da quando essa è stata approvata, la fase della prevenzione/dissuasione non ha mai funzionato. La differenza fra gli USA e noi è che lì il movimento pro life è sempre stato attivo, e ha costretto la politica a un confronto continuo sulla vita nascente, da noi, che da chi dovrebbe condividere la posizione per la vita, prevale un tratto rinunciatario: la sentenza della Corte Suprema federale del 24 giugno non viene fuori per caso, è invece l’esito di un lavoro intenso, non soltanto politico e giudiziario. Che da noi manca, tranne che in circoli ristretti.

Crede che un elettore cattolico o, comunque, un cittadino di buon senso potrà avere qualche speranza di vedere le sue battaglie sui valori familiari ed etici al di fuori della coalizione di centrodestra?

I temi eticamente sensibili vanno affrontati prescindendo dalla loro declinazione confessionale, partendo piuttosto dai fondamenti antropologici, che esistono e sono solidi: e, proprio perché tali, sono in tesi condivisibili da chiunque, qualunque sia la propria fede. Il presupposto per costruire un consenso sulla protezione della vita, soprattutto di quella del più indifeso e del più debole, è approfondirne le ragioni, accogliere a viso aperto, cioè con argomenti non banali né con slogan superficiali, la sfida di chi propone soluzioni in apparenza semplici e indolori, non fermarsi alla declamazioni di principio, ma individuare ipotesi di lavoro concrete. Per fare un esempio, se il suicidio assistito viene invocato per porre fine a sofferenze ritenute intollerabili, l’offerta di una adeguata terapia del dolore può circoscrivere il dolore, e con questo rendere meno decisa la richiesta di morte da parte del paziente: perché non ci si misura con queste evidenze oggettive? Proprio dal mondo cattolico italiano, e in particolare da testate giornalistiche percepite come voce ufficiale, o per lo meno ufficiosa, di esso, vengono proposte compromissorie, all’insegna del ‘minor danno’. Così ci si arrende prima di combattere.

Da giurista che ha sempre riconosciuto la legittimità dell’identità e della sovranità nazionale, cosa può dirci dell’agenda Draghi?

Certamente per miei limiti, non so definire che cosa sia l’agenda Draghi. Il governo dimissionario ha avuto dei meriti nella gestione della seconda parte della pandemia e nella tenuta del sistema italiano sui mercati finanziari ed economici europeo e internazionali. Compongono l’agenda Draghi tuttavia anche – è la parte che ho avuto modo di studiare meglio – le varie riforme intervenute sul piano giudiziario, alcune delle quali stanno già procurando danni alla funzionalità del processo penale, e altre hanno rafforzato le ‘correnti’ nella magistratura: nulla comunque che argini l’invadenza della giurisdizione nella politica. Dovrebbe rientrarvi nei fatti pure la (non) politica della immigrazione e il recente sensibile affievolimento del contrasto alla criminalità mafiosa. Insomma, dell’agenda andrebbe operato un esame analitico, pagina per pagina.

È possibile che ci siano dei vincoli europei che possano limitare il mandato di un governo sovrano e votato dagli italiani come potrebbe essere un probabile governo Meloni?

I vincoli europei esistono per qualsiasi governo, e sono contenuti nei trattati istitutivi dell’Ue, e negli accordi che nel corso dei decenni li hanno aggiornati: contrastarli non sarebbe prudente, perché – oggi lo si condivida o meno – la cessione di parti della sovranità vi è stata in modo consapevole al momento dell’adesione all’Unione, e della permanenza in essa. Vi sono però differenti modi di declinarli; a mio avviso, per es., quando Polonia e Ungheria sono sottoposte a procedura di infrazione per la riforma della magistratura che sta realizzando la prima, e per la resistenza alla ideologia gender da parte della seconda (ma anche della prima), in realtà esercitano legittimamente la sovranità, pur limitata, riconosciuta agli Stati membri, ma si oppongono, e vengono penalizzate, a causa di una distorta interpretazione del c.d. stato di diritto.

Dal suo osservatorio della Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, che si occupa di persecuzioni religiose, cosa ci può dire su questa tipologia di rischi nell’Europa Occidentale?

A differenza di quanto accade nelle aree di persecuzione diretta e cruenta, che è descritto nel dettaglio da ACS ogni due anni nel Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo, la violazione della libertà religiosa in Occidente segue modalità soft, ma non per questo meno aggressive. Si pensi, per rimanere in Italia: alla diffusione del gender nelle scuole, che interessa anche la libertà religiosa, insieme con la libertà di educazione; al tentativo – non riuscito per poco – di approvare una legge sull’omofobia, che avrebbe fortemente compresso l’insegnamento della Chiesa cattolica, e non solo di essa, sul matrimonio e sulla famiglia; agli ostacoli all’esercizio dell’obiezione di coscienza per i medici non abortisti; al blocco totale delle celebrazioni liturgiche, S. Messe incluse, durante la prima fase della pandemia.

Lei è vicepresidente del Centro studi Rosario Livatino. Ci ricorda perché è importante rilanciare, anche oggi, la figura di questo giudice ucciso dalla criminalità organizzata?

In un libro edito da il Timone mi sono permesso di definire Livatino “un giudice come Dio comanda”: in modo più efficace di qualsiasi teorizzazione, con la sua vita Rosario, prima ancora che “fare” il giudice, ha incarnato l’essere giudice. Quando fu ucciso, il 21 settembre 1990, sulla strada che lo conduceva al lavoro, egli aveva 38 anni, era magistrato ad Agrigento, dapprima nella Procura della Repubblica, poi nel Tribunale. Viveva a Canicattì, dove operavano numerose cosche di mafia, incluse quelle colpite dai suoi provvedimenti. Disponeva di mezzi limitati, non aveva tutela personale, applicava le poche scarne norme dell’epoca in tema di repressione della criminalità mafiosa: non vi era la legge sui “pentiti”, né un obbligatorio coordinamento delle indagini, e il contesto sociale era ostile e omertoso. Eppure ha onorato la toga in modo così esemplare da sacrificare per essa la vita. Il suo profilo è antitetico a quello di un magistrato di ‘sistema’: in dodici anni di esercizio della funzione ha parlato solo attraverso i provvedimenti, non ha mai rilasciato una intervista, non si è fatto sfuggire indiscrezioni, non ha aderito a ‘correnti’, ha rispettato le garanzie difensive, si è sempre mostrato convinto che compito del giudice non sia creare la norma, bensì applicarla, secondo competenza e coscienza. E ha posto la sua coscienza S.T.D., sub tutela Domini: è il primo magistrato in epoca moderna a essere beatificato.


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