Anche i segni esteriori aiutano ad evangelizzare

di Caterina (Consacrata)

È IMPORTANTE INDOSSARE SEMPRE I SEGNI ESTERIORI DELLA PROPRIA APPARTENENZA A CRISTO! I SEGNI DEL SACERDOZIO, L’ABITO, LA CROCE, IL COLLETTO… PARLANO DI UNA IDENTITÀ BEN PRECISA IN MEZZO AD UN MONDO CHE, SPESSO, RINNEGA DIO!

Al collo ho la Medaglia mariana detta “miracolosa”, e la Croce di San Damiano. Al dito anulare un anellino color argento con una croce impressa sopra. E vesto abiti lunghi blu, o neri, alla caviglia.

Sono consacrata a Dio, totalmente, e desidero che non solo si possa capirlo dalle parole e dalle opere, ma anche dai segni esterni tangibili a chiunque mi incroci per strada o mi incontri sul proprio cammino…

Quel chiunque che non avrebbe altra occasione di capire che appartengo a Dio, e quindi a Gesù Cristo, se non da un segno esteriore visibile ai propri occhi.

E i segni, sono eloquenti. “Parlano” a chi posa gli occhi su di essi, e suscitano reazioni. Le reazioni talvolta potrebbero consistere anche in una parola di disprezzo contro i simboli cristiani, ma sarà comunque un’occasione per testimoniare il Vangelo e rendere ragione della propria appartenenza a Cristo e magari, con l’aiuto della Grazia, trovare la via di “incontrare l’altro”, che seppur arrabbiato, pieno di pregiudizi, inquieto, o semplicemente curioso o deluso, è colui che il Signore ci ha messo davanti, e potremo annunciargli la buona Novella del Vangelo di Gesù Cristo!

Sono proprio questi segni esteriori che l’8 agosto, mentre ero in fila fuori dalla farmacia in attesa che aprisse, hanno attratto l’interesse di una donna che, commossa alla vista della Medaglia con la Madonna appesa al mio collo, ha interpretato quella Medaglia come una “porta sicura” dalla quale far passare, in quel momento, le confidenze del suo cuore. E così si avvicina a me e inizia a parlare…

Mi ha detto: “che bella Medaglia! E’ la Medaglia miracolosa? E l’anello che hai al dito. E’ la cosiddetta fede di Santa Rita”?

La Medaglia è stata l’occasione per aprire un dialogo. Da questo momento abbiamo iniziato a parlare…e così mi ha confidato che ha smarrito la fede a causa delle tante sofferenze patite, e altre circostanze. Dalle sue parole ho intuito che non aveva incontrato chi l’ha compresa in quei momenti. Mi ha confidato che ad un certo punto l’è parso che Dio l’avesse abbandonata.

Sembrava un cucciolo tremante di freddo, bisognoso solo di premure e rassicurazioni. Le ho detto che Dio non si allontana mai da noi, sebbene possa sembrare lontano nei momenti di difficoltà e di sofferenza, e che trova sempre il modo di avvicinarsi e farsi “sentire” e che forse, oggi, stava parlando proprio a lei, con l’immagine della Medaglia che tanto l’aveva colpita. L’ho invitata a credere che Dio non ci abbandona mai. Ha obiettato che ognuno di noi ha un modo proprio di reagire alle sofferenze e che lei fa fatica a ritrovare Dio. Le ho confidato che proprio il giorno prima, dopo la Santa Messa nel giorno di domenica, ero stata a pranzo con un ragazzo cieco che, nonostante le dolorose avversità, non ha mai smesso di amare Dio. Lei mi risponde: “forse perché ha bisogno di aggrapparsi a qualcosa?”. Ed io: “non è solo bisogno di aggrapparsi a qualcosa, ma di amore autentico per Dio, per la preghiera, per la Chiesa, per il Vangelo, per i Santi, nonostante le nostre personali vicende di dolore”.

Le ho spiegato che nel caso di questo ragazzo “è fede che resta viva, nonostante il dolore, perché sei certo che Gesú è amore e sostegno, sempre “. Mi ha guardata con occhi interrogativi, mi risponde: “per lui è andata così, sarà un ragazzo speciale, santo, io non ci riesco”. E sembrava come se da un momento all’altro dovesse irrompere in pianto. Ad un certo punto mi dice: “è difficile che io ritorni in Chiesa, non ho più fede!”. Le ho risposto che i suoi occhi pieni di stupore e commozione alla vista della Medaglia che avevo al collo, parlano di un cuore assetato di Cielo che ha ancora fede e di un’anima che ha bisogno di Dio”!

Mi ha chiesto dettagli sulla mia vocazione. Le ho risposto che cerco di aiutare il prossimo come posso, dai senza tetto agli ammalati, ma che principalmente offro la vita per la santificazione dei Sacerdoti, per pregare per loro e per sostenerli, nella misura delle mie possibilità, anche col sostegno materiale. Lei ha sorriso. Mi ha chiesto: “come hai fatto a capire la tua vocazione”? Ed io: “non è stato facile ma ti assicuro che prima o poi, la propria vocazione, Dio ci permette di trovarla e capirla. Io ho cercato per anni perché avvertivo che ci fosse qualcosa nella mia vita, che ancora non mi era chiaro. Ho vissuto anche l’amore umano, di bravi ragazzi, ma non ero felice profondamente. Mi mancava sempre qualcosa, mi mancava la pienezza…”.

Mi interrompe e mi chiede: “e ora sei felice”?. Ed io: “sì, lo sono, ora sono felice anche se non mancano momenti di difficoltà e fatica, ora sono felice perché ho trovato il mio posticino nel mondo, nella vocazione della maternità spirituale per i Sacerdoti. E non dimentichiamo che sono loro, i Sacerdoti, a darci i Sacramenti, quanto di più importante per la vita qui, su questa terra”…

Mi ascolta, con attenzione. Il tempo trascorre, la invito a rileggere il Vangelo, anche soltanto una pagina al giorno, a lasciarsi conquistare dalla persona di Gesù, dai Suoi insegnamenti, infine le chiedo se avesse voluto il mio numero di cellulare. Ha accettato con un sorriso…
Cosa succederà? Mi chiamerà?
Chissà, speriamo di sì.

Nel frattempo spero che questa piccola testimonianza faccia capire ai Sacerdoti, a tutti i Sacerdoti, quanto sia importante indossare sempre i segni esteriori della propria appartenenza a Cristo! I segni del Sacerdozio, l’abito, la Croce, il colletto…che parlano di una identità ben precisa in mezzo ad un mondo che, spesso, rinnega Dio! Anche questo è evangelizzare.

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