Il maestro e la sua missione

di Cinzia De Bellis*

NON ESISTE UNA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI” PER FARE IL DOCENTE E, SPESSO, NON CI SI RENDE CONTO DEL GRANDE POTERE CHE OGNI MAESTRO POSSIEDE

Mio nonno era un maestro (poi direttore didattico) e, nonostante fosse avviato ad una brillante carriera di grecista, scelse di vivere la sua vita tra i piccoli allievi della scuola elementare e di donare il suo tempo pomeridiano a quei bimbi, costretti dai padri a disertare la scuola pubblica che sottraeva il loro contributo al lavoro nei campi o nei pascoli. Accanto allo studio, specie in tempi di guerra, c’era sempre per loro una merenda che lo rendeva più gratificante. Molti di essi divennero personaggi di prestigio che mai dimenticarono il loro mentore.

Mio zio era maestro e anche lui, pur avendo conseguito titoli che gli avrebbero consentito una maggiore scalata sociale, dedicò tutta la sua vita a frotte di ragazzi di vari livelli di scuola e, con essi, fondò una compagnia teatrale per il recupero del disagio e il potenziamento dei talenti. (50 anni fa). A lui fu intitolata una scuola a memoria del suo rendersi guida e faro per tanti giovani che, grazie a questo Amico autorevole e gioioso, riuscirono a realizzare i loro sogni e i loro percorsi di vita.

Le mie sorelle divennero maestre per scelta. Io lo divenni per caso perché, avendo superato un concorso abilitante, pur essendo ancora universitaria, fui sollecitata a non rinunciare all’agognato posto fisso ed idoneo alla mia condizione femminile.

Mi ritrovai ventenne tra allievi più alti di me e, malgrado non avessi ancora conosciuto le gioie della maternità, giurai a me stessa che non avrei mai fatto ai miei allievi nulla che non avrei gradito per i miei figli. Alcuni colleghi, nel corso degli anni, mi hanno accusato di essere troppo materna, ma non ci furono ribelli che non si attenessero alle regole che lo stesso gruppo classe aveva stilato e concordato ad inizio dell’anno scolastico.

Seguivo i miei ragazzi anche nella loro vita privata, perché il ruolo del maestro non può essere considerato a livello impiegatizio ed a contratto orario. È una missione che riempie la vita del docente e coinvolge anche quella dei suoi familiari, gratifica e, talvolta, delude, esalta e rende felici per i traguardi raggiunti dagli alunni e, per un loro sorriso, ti scalda le giornate. No, non è la scuola di Edmondo De Amicis, ma può essere bella senza troppi cavilli burocratici ed io ammetto di aver molto amato il mio lavoro e di essermi tanto divertita con i miei ragazzi.

Non esistono manuali che possano indicare a un docente come assolvere alla sua funzione, anche nel rispetto della diversità del singolo e nella specificità identitaria di ognuno. Ma esiste il cuore a indicarci percorsi diversi per ognuno, parole di conforto e di incoraggiamento, ed esistono, soprattutto, loro che richiedono il nostro intervento, un nostro abbraccio e di crescere accanto a loro.

Perché il bello di questo lavoro è proprio questo: continuare a crescere in cultura e umanità grazie ai propri allievi. Sforzarsi di rendere le giornate più belle agli altri è un boomerang che ti ritorna inesorabilmente. Progettare di continuo ti rende attivo mentalmente e fisicamente. Studiare nuove soluzioni e strategie ti pone sempre dinanzi e nuove sfide che annullano ogni tipo di monotonia, rifiuto o assuefazione.

Ogni viaggio all’estero mi induceva a portare con me conoscenze ed oggetti utili all’apprendimento. Non esiste una cassetta degli attrezzi per i docenti. La si riempie giorno per giorno e, ogni tanto, si rischia anche di svuotarla perché obsoleta.

Spesso non ci si rende conto del grande potere che un maestro possiede: distruggere l’infanzia degli allievi a lui affidati o farne di essa un bellissimo ricordo. Ecco perché sarebbe utile e opportuno sottoporre tutti i neo docenti a test attitudinali che non riguardino solo le competenze didattiche, ma soprattutto le capacità relazionali.

Certamente avrò sbagliato anch’io e ripetute volte, ma mai volontariamente, perché riesce difficile operare senza la collaborazione efficace del nucleo familiare di appartenenza e dei dirigenti. Ho, però, sempre chiesto al Buon Dio di illuminare il mio cammino, di guidare i miei passi e di porre rimedio ai miei errori.

*Cinzia Vincenza De Bellis Del Vecchio –

presidente UCIIM Sezione di Martina Franca (TA)

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