La salvezza è offerta attraverso il Vangelo di Gesù Cristo

di Pietro Madeo

LE LETTERE PAOLINE: UNA RIFLESSIONE SULLA LETTERA AI ROMANI

La Lettera ai Romani (o Epistola ai Romani), contenuta nel Nuovo testamento, che Paolo di Tarso scrive e indirizza ai cristiani di Roma (romani che vengono definiti da Paolo come noti “in tutto il mondo”, Rm 1,8, per la loro grande fede), ci rammenta anche la correlazione o meno tra fede e legge.

La lettera, la più lunga tra quelle composte da Paolo, è considerata la sua più importante eredità teologica. Gli studiosi biblisti concordano che essa fu composta per spiegare che la salvezza è offerta attraverso il Vangelo di Gesù Cristo. La lettera fu scritta dall’apostolo Paolo sotto dettatura a Terzo (Rm 16,22), cristiano di Corinto.

Paolo scrisse la lettera ai cristiani romani in vista della sua missione nella capitale dell’Impero. Il testo affronta alcuni temi chiave, che possono essere variamente articolati. Qual è l’atteggiamento giusto per l’uomo di fronte a Dio e alla Legge? Esisteva nel cristianesimo costituito una differenza fra credenti giudei e credenti gentili? Paolo con la sua lunga lettera mise chiaramente in risalto l’imparzialità di Dio sia verso Giudei sia verso i Gentili evidenziando come la fede cristiana e la misericordia di Dio siano ciò che ora rende possibile l’accoglienza di tutti nel cristianesimo. Un cristianesimo, quindi, imparziale e tollerante in cui l’amore adempie ‘la legge’ (Romani 13,10).

La lettera si rivolge alla comunità cristiana di Roma, che Paolo non aveva ancora conosciuto direttamente; non si hanno dati sicuri sulla composizione di tale comunità al tempo della lettera; è probabile che all’inizio la componente giudeo-cristiana fosse prevalente, ma che dopo l’editto di Claudio i cristiani rimasti fossero quasi esclusivamente di origine pagana. I frequenti riferimenti ai “gentili” contenuti nella lettera confermano questa interpretazione, anche se non mancano indizi di una presenza giudeo-cristiana.

D’altronde altre considerazioni avvalorano la tesi che la composizione della comunità cristiana di Roma comprendesse una componente ebraica. Sono, dunque, le lettere di Paolo che trattano principalmente la questione del rapporto fra Legge e grazia.

La polemica di Paolo è impostata sull’importanza etica della legge stessa, soprattutto per quanto riguarda i non-ebrei: “Infatti, tutti coloro che hanno peccato senza legge periranno pure senza legge; e tutti coloro che hanno peccato avendo la legge saranno giudicati in base a quella legge; (…) Infatti quando degli stranieri, che non hanno legge, adempiono per natura le cose richieste dalla legge, essi, che non hanno legge, sono legge a sé stessi” (Rm, 2,12-14).

Tanto per i Giudei quanto per i pagani, quel che conta non è avere la Legge, ma applicarla. Solo da questa applicazione può derivare una giustificazione della creatura umana davanti a Dio sulla base dell’adempimento di una serie di precetti. Vi è, dunque, equivalenza fra Giudei e pagani: “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Rm 3,23).

Pertanto, per Paolo, analizzando la legge in un’ottica positiva essa è santa, giusta e buona in quanto esprime la volontà di Dio (Rm 7,12.14.16); ha come finalità ultima il Cristo in quanto Egli ne è il compimento ed il compitore (Rm 10,4); essa dà la conoscenza del peccato (Rm 3,20) e porta la creatura umana su un piano di verità essenziale e non teorica; la legge è completa nell’amore (Rm 13,8-10).

Al contrario, sempre San Paolo, muovendo una critica negativa alla legge, individua la sua incapacità di “operare vita” (Rm 7,9) perché di fatto, data l’incapacità umana di ubbidire perfettamente ad essa, come sarebbe loro dovere di fare, non fa altro che generare l’ira di Dio.

Secondo Paolo di Tarso la legge non risolve la contraddizione interna dell’essere umano, solo l’accentua e lo porta alla disperazione. Il credente, quindi, non confida nelle “opere della legge” (nella valenza meritoria dell’ubbidienza ad essa), perché, a causa delle sue imperfezioni, merita solo condanna, ma confiderà nella giustizia operata in suo favore da Cristo.

Infatti: “indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti” (Rm 3,21). Egli è passato dall’asservimento della Legge alla grazia di Cristo che lo assolve: “infatti il peccato non avrà più potere su di voi; perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia” (Rm 6,14).

Ancora esaminando, nella Lettera ai Romani, 7, si manifesta un contrasto fra due “leggi” che nel cristiano si scontrano: la “legge dello spirito della vita” la “legge della mente, la legge di Dio”, “secondo l’uomo interiore” e “la legge presente nelle membra” la quale rende l’essere umano prigioniero della “legge del peccato” (Rm 8, 12; Rm 7,22-23). Il contrasto è risolto soltanto nel perdono ottenuto tramite l’opera di Cristo che ha condannato il peccato “nella carne” (cfr. Rm 7,25; 8,2) con la Sua incarnazione e sofferenza.

Il contrasto fra Legge e grazia si ritrova con la stessa intensità nell’epistola ai Galati, dove l’Apostolo difende la fede delle comunità da lui fondate contro l’influenza di emissari giudaizzanti. Oltre alla ripetizione del principio che nessuno sarà giustificato sulla base delle opere della legge (Rm 3,20 e Gal 2,16), l’Apostolo sostiene fortemente l’indipendenza del dono dello Spirito Santo dalle opere della legge (3,2), tanto che può affermare paradossalmente: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno»)” (Gal 3,10). D’altronde la Legge è venuta più tardi del patto con Abramo e della promessa fatta alla sua gente. Essa, quindi, non ha il potere di annullare il patto precedente (Gal 3,17) La funzione della Legge consiste solo nell’ufficio di “carceriere” (Gal 3,23) finché il credente vive nella libertà.

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