Il card. Zuppi: «La fede cristiana non è “in laboratorio”, si misura con la nostra debolezza e si nutre di relazioni»

Il card. Zuppi: «La fede cristiana non è “in laboratorio”, si misura con la nostra debolezza e si nutre di relazioni»

di Matteo Maria Card. Zuppi*

IL PRESIDENTE DEI VESCOVI ITALIANI: “LA FEDE NON SOLO NON LIMITA O DEPRIME L’AMORE, MA LO PERMETTE, LO LIBERA DALLA TENTAZIONE DI RIDURLO AD ADRENALINA, PASSIONE STERILE, FUGACE, PERICOLOSA PERCHÉ LE CONSEGUENZE NON SONO AFFATTO SUPERFICIALI, ANZI, SEGNANO TUTTA LA VITA”

“Amare per credere”, ci propone con tanta sapienza umana don Francesco Pesce, aiutandoci a ricomprendere le nostre scelte, a verificarle e soprattutto a rendere le nostre esperienze occasione di riflessione e di una comprensione più profonda e spirituale. Possiamo anche invertire i termini: credere per amare, perché la fede non solo non limita o deprime l’amore, ma lo permette, lo libera dalla tentazione di ridurlo ad adrenalina, passione sterile, fugace, pericolosa perché le conseguenze non sono affatto superficiali, anzi, segnano tutta la vita.

Possiamo cancellarne le tracce, azzerando la consapevolezza, rinunciando ai limiti o facendone qualcosa di soggettivo ma in realtà i più deboli ne pagano terribili conseguenze e la loro vulnerabilità trova poi altre forme di riconoscimento. Tutta la riflessione di don Francesco è legata alla vita concreta e vuole aiutarci a vivere bene, a non perderci, a non crescere ingannati da quel senso di onnipotenza (faticosa e disumana) per cui pensiamo tutto possibile e tutto dovuto. In questi mesi di pandemie ci confrontiamo tutti con la vulnerabilità che è come l’ombra del male che ci insegue, umilia, confonde.

La fede cristiana non è in laboratorio, una dimensione pura, assoluta. Essa si misura sempre con la nostra debolezza e si nutre di relazioni. Non possiamo liberarla da queste, dimenticando che la viviamo assieme, si accende per una trasmissione umana, diventa personale ma è sempre unita alla fraternità. Non si può avere Dio per Padre se non si ha la Chiesa per madre.

La fede è sempre personale, una grazia, un dono ma non è mai individuale, l’unità tra il nostro desiderio (cioè l’attrazione per l’oltre, l’aspirazione a volte drammatica verso la grandezza del cielo, l’inquietudine dell’oltre che entra nel mistero delle nostre esperienze, la ricerca di futuro, di senso che è sempre dentro il cuore di ogni persona) e Dio. E questo si invera, si incarna nelle relazioni. Guai a un cristianesimo ridotto a etica, a morale, impersonale, individualista.

La religione, anche nel suo significato semantico ci ricorda don Francesco, lega, unisce. E il cristiano non è una monade ma è legato dal vincolo più impegnativo e liberante che c’è: l’amore. Questo è il vero relativismo cristiano, opposto a quello del mondo e della nostra generazione in particolare, che piega invece tutto all’ego, come se per trovarlo dovessi fare a meno dell’Altro che è Dio e degli altri, il noi, riducendo le relazioni a nutrimento dell’onnipotente ego. C’è tanta paura di legarsi, pur comprendendo che non si può vivere da isole.

Solo aprendosi al prossimo, vincendo la paura di perdersi l’io trova sé stesso. I “sacerdoti” e i fornitori dell’“egolatria”, che dispensano sicurezze e offrono infinite emozioni, tutte ridotte al digitale, verosimili ma non vere, simulazioni che ingannano e riducono la vita a continua navigazione, creano facilmente dipendenze che debbono garantire benessere ad un io insoddisfatto. Pensarsi indipendenti ci rende soli mentre sappiamo stare soli quando viviamo una relazione vera, di vero amore e fraternità con gli altri.

Non abbiamo timore di affrontare la fatica, tutta umana, tenerissima, dolce di specchiarsi nel tu, perché il nostro compimento è unire l’amore per noi stessi all’amore. Solo così – sempre tardi – troviamo la bellezza che ci ha atteso, dalla quale veniamo e verso la quale andiamo. Il cristiano entra in relazione con l’altro perché Dio è entrato, a caro prezzo, con lui. Il suo amore scioglie il nostro, lo purifica, lo rende migliore, lo allarga, supera la distanza tra il mio e il tuo, tra il privato e il pubblico. Don Francesco si nutre e ci nutre con tanta Parola di Dio letta e vissuta nella storia, nelle tante vicende personali che ci fa conoscere per aiutarci a capirci e a capire, sempre con tanta delicatezza e profondità umana.

La parola Verbum indica il Figlio di Dio ma anche la Parola che si fa carne. È Gesù che ci nutre alla mensa della Parola come a quella del pane, perché la Parola dona il vero gusto al Pane. E attenzione perché se la Parola è insignificante, perde il sapore, non dice niente, sarà così anche per la stessa mensa del pane dell’Eucaristia. Non pensiamo che Dio parli fuori dalla vita, lontano dalle nostre concrete e umili esperienze, come se non continuasse a “farsi carne”.

Gesù a Pietro ricorda quello che lui rifiuta, lo aiuta ad accettarsi fragile com’è e lo libera dallo scandalizzarsi della debolezza, mentre lo aiuta a scandalizzarsi di non amare, di pensare di stare bene salvando sé stesso. Noi abbiamo la responsabilità di custodirlo e farlo crescere ma non dimenticando che l’amore è un dono che è nostro non se lo fabbrichiamo noi ma se noi stessi lo doniamo.

Benedetto XVI si interrogava: «Come ha potuto svilupparsi l’idea che il messaggio di Gesù sia strettamente individualistico e miri solo al singolo? Come si è arrivati a interpretare la “salvezza dell’anima” come fuga davanti alla responsabilità per l’insieme, e a considerare di conseguenza il programma del cristianesimo come ricerca egoistica della salvezza che si rifiuta al servizio degli altri?».

L’amore, ci ricorda con convinzione don Francesco Pesce, passa attraverso le relazioni, le genera, le apre, ci aiuta a cercarne il senso e quindi a saperle vivere, a darvi valore infinito. Noi siamo le nostre relazioni e in fondo Dio stesso è relazione e il suo problema è quando la relazione non viene riconosciuta, addirittura deformata, sfruttata. Non è vero che “basta il nostro amore”, perché la coppia non è mai una somma e nemmeno una formula.

Francesco insiste saggiamente che “Dio è già presente in voi” e lui stesso contempla insieme a Papa Francesco Cristo vivente che è “presente in tante storie d’amore” (AL 59). Amoris laetitia infatti ci aiuta a comprendere il nesso sostanziale tra le relazioni familiari e quella con il Signore, a partire dal rapporto di coppia fino alle relazioni con chi abita il mondo al di fuori di casa propria. Neppure Gesù crebbe in una relazione chiusa ed esclusiva con Maria e Giuseppe, ma si muoveva con piacere nella famiglia allargata in cui c’erano parenti e amici.

E non dimentichiamo il rapporto di coppia (AL 183): questa «sa che tale amore è chiamato a sanare le ferite degli abbandonati, a instaurare la cultura dell’incontro, a lottare per la giustizia. Dio ha affidato alla famiglia il progetto di rendere “domestico” il mondo, affinché tutti giungano a sentire ogni essere umano come un fratello: “Uno sguardo attento alla vita quotidiana degli uomini e delle donne di oggi mostra immediatamente il bisogno che c’è ovunque di una robusta iniezione di spirito famigliare”».

Rendere familiare il mondo. Un noi, che abbiamo intuito sia fondamentale nella pandemia. È una responsabilità necessaria perché anche la coppia non trova sé stessa chiudendosi, ma aprendosi, al dono della vita, perché le relazioni non si esauriscono all’interno delle mura domestiche. L’amore familiare «si apre, esce da sé per riversare il proprio bene sugli altri, per prendersene cura e cercare la loro felicità. Questa apertura si esprime particolarmente nell’ospitalità» (AL 324).

Don Francesco, con intelligente profondità, ci protegge con tanto amore da una riduzione romantica di questo, mito dell’amore cieco, con le tante espressioni usate correntemente: “l’amore non ha età”, “ama e fa’ ciò che vuoi”, “in amore tutto è possibile”, “se c’è amore che male c’è?”, fino alla più recente “love is love”. Non si tratta di amare per dovere, ma perché con quelle relazioni ne va del senso della propria giornata e della propria vita: quell’amore, per così dire, è il destino della propria esistenza.

Se il cuore del sacramento del matrimonio è il consenso, ossia l’accoglienza reciproca dei due partner, l’annuncio che il Signore prende sul serio il loro amore genuino, fatto di rispetto reciproco, di dono di sé, di fedeltà, corrisponde a tale visione della sacramentalità. Don Francesco con queste pagine offre a tutti noi a vario titolo affamati di amore un piatto prelibato e ricco di vita e di scoperta spirituale e umano. Le relazioni non finiscono e danno senso e valore alla vecchiaia, quella che, come sappiamo, viene scartata dal vitalismo.

I vecchi non son mai poca cosa, ricorda don Francesco, e ha ragione quando si interroga su come «Sarebbe bello preservare la curiosità per chiedersi e chiedere loro come mai, dentro e dopo una vita piena sfide, fatiche, delusioni, crisi hanno conservato la fede, in questo tempo, di fronte ai cambiamenti di parroci, a volte repentini, con i ripetuti stravolgimenti della vita pastorale a motivo di diverse priorità, nonostante divisioni o incomprensioni tra membri della stessa comunità». Anzi. Molti di loro, scopriamo, hanno desiderio di crescere nella fede. Non dovrebbe questo porci il problema di come rispondere a questa richiesta, anche per aiutare nelle tappe dolorose della vita, come la morte del coniuge? Altrimenti che relazioni sono? Non finiamo anche noi nel folto gruppo dei dichiarazionisti e non ci abituiamo alla fine che la vita diventa un deserto di amore, magari con infiniti contatti digitali? È amarissima la considerazione di una vedova: «Il parroco è stato la prima persona a venire qui quando è mancato mio marito, è venuto subito, in bicicletta, ma poi non lo ho più visto». O dell’altra che ricorda come «l’unica persona che è venuta a trovarmi è stata una signora della parrocchia. E basta. Poi, quando ho ricominciato ad andare a messa, ci sono state persone neanche mi salutavano… Ho dovuto io salutarle. Non volevo che mi dicessero nulla, ma almeno un saluto sì». Ecco la sfida: comunità familiari. La Chiesa non è sempre “domestica”? E se non lo è cosa diventa?

Questa è la sfida: pensarsi e costruire una famiglia, quella che Gesù ci ha affidato, insegandoci a chiamarci e ad essere fratelli tra di noi e verso tutti. Tra di noi, per poterlo essere con tutti. Ma relazioni vere, circolazione di quell’amore che lo Spirito continua a generare passando per le nostre persone. In tutte le stagioni della nostra vita. È il desiderio, rivela con tanta passione don Francesco, che avvenga sempre che «appena entrati in Chiesa ci siamo sentiti a nostro agio, capiti; non c’era la stanza per i bambini, quasi a dire che il loro modo di fare sia comunque un disturbo (benvenuti, ma state da parte, non siete protagonisti, genitori compresi), ma eravamo tutti insieme, eravamo i benvenuti. Siamo stati in Chiesa come a casa».

A casa ci “addomestichiamo” come ricorda il famoso principe piccolo. E solo la casa ci permette di vivere ovunque, perché senza casa non sappiamo più chi siamo. Gesù “mette su casa” proprio con noi, ci chiama dalla solitudine, ci strappa dalla folla, ci affida ad una madre che non si dimenticherà mai di noi e ce la affida perché sia la nostra e noi suoi figli. La prendiamo a casa e lei ci prende a casa. Ecco la Chiesa: casa dove trovano senso e pienezza le nostre umanissime relazioni.

Lo possiamo leggere come la nipotina che lascia alla fine la parte che preferisce, quella più buona o, al contrario, la mangia subito per non perderla. Sono sicuro che in tutte e due i casi don Francesco ci aiuta a scoprire la presenza di Dio nella nostra vita e a riconoscere le straordinarie potenzialità delle nostre relazioni, dove incontriamo la presenza di Dio e non smettiamo di capire il suo mistero di amore per cui continua a cercare di entrare in relazione con noi. Alla fine lo capiremo pienamente, quando saremo una cosa sola.

* Prefazione a “Amare per credere”
(Edizioni San Paolo 2023, 158 pagine, euro 15)

 

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