La “religione civile pagana” del Pride

La “religione civile pagana” del Pride

di Daniele Trabucco

GAY PRIDE: CHE COSA CI INSEGNA IL DIRITTO NATURALE CLASSICO?

Il mese di giugno, in questi ultimi anni, é dedicato alle manifestazioni dell’orgoglio gay ed lgbtq+. La retorica di questa nuova “religione civile pagana” é nota: rivendicazione dei diritti, drammatizzazione di inesistenti discriminazioni ampliata da alcuni media sensibili a questo tipo di narrazione, assunzione di giudizi assoluti nei confronti di coloro che, pur con rispetto verso tutti, esprimono posizioni critiche, venendo bollati come “fascisti omofobi” (ecco il fascismo degli antifascisti di pasoliniana memoria) etc.

In realtá, é la retta ragione, la ragione contemplativa, che ci porta a ritenere come “contro natura” la pratica omosessuale. In via preliminare, é doveroso chiarire che, con il termine “natura”, non si intende il naturalismo, ossia ció che presente nel mondo naturale (lo é, allora, anche la pedofilia o la violenza sessuale), ció che é congenito, innato, bensí quel fascio di inclinazioni naturali (ad esempio, operare il bene, l’apertura alla vita etc.) funzionali a perseguire certi fini chiamati beni.

Negare questa affermazione significa sostenere che per l’uomo non ci sono fini o che per la persona umana é indifferente realizzare il fine a) o il fine b), ma questo é smentito dal principio di realtá (non uccidere un uomo o ucciderlo sarebbe la medesima cosa?).

La natura, dunque, filosoficamente intesa, costituisce “un ordo”, un ordine ben preciso. Pertanto, gli atti che violano questo ordine sono disordinati: sequestrare una persona, commettere un furto etc. Si tratta, infatti, di comportamenti che celano una volontá di potenza, di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

Chi ci dice, peró, che esiste una inclinazione naturale per cui si é attratti da persone di sesso opposto? É il principio di proporzionalitá: una inclinazione é naturale se l’uomo, per natura, possiede gli strumenti per soddisfare il fine verso il quale sperimenta questa inclinazione. Se l’omosessualitá fosse un’inclinazione naturale, si dovrebbero possedere allora gli strumenti per poterla realizzare. Ora, essa comporta anche i rapporti carnali, ma questi, tra persone dello stesso sesso, non sono idonei a perseguire il fine naturale dell’apertura alla vita.

Si confonde, dunque, l’inclinazione con il desiderio che rientra nel prisma della libertá negativa, ovvero nella sfera dell’autodeterminazione assoluta della persona. C’é, peró, un altro aspetto che ci puó aiutare: le inclinazioni naturali, fondate sul nostro essere, cercano sempre un bene, un fine che manca, che non si dispone. Si tratta del principio di complementarietá: noi siamo mancanti dei beni che non disponiamo.

L’inclinazione secondo natura, quindi, presuppone una mancanza, una diversitá che viene cercata: ad esempio, la perpetuazione della specie umana presuppone l’incontro dell’organo sessuale femminile con quello maschile. Si potrebbe, tuttavia, obiettare che tra persone dello stesso sesso non si cerca l’apertura alla vita, ma il desiderio di stare insieme, di amarsi, di sorreggersi etc.

Se c’é l’amore, perché opporsi alle unioni civili tra persone dello stesso sesso (che, in Italia, sono consentite dalla legge ordinaria dello Stato n. 76/2016 c.d. “Cirinná”)? Perché opporsi al matrimonio omosessuale giá introdotto dalla legge positiva in altri ordinamenti giuridici come la Spagna?

Perché se cosí fosse, allora ogni desiderio, ogni pulsione dovrebbe essere assecondata e trasformata in diritto. In questo modo l’agire morale e giuridico non segue piú l’essere, ma l’io del soggetto sempre insaziabile di nuovi diritti e di nuove situazioni giuridiche soggettive che corrono il rischio di porre non pochi problemi all’interno della stessa convivenza sociale.

L’uomo non é una costruzione sociale in cui emergono la graduale volontá di decostruzione e la relativitá delle norme morali. Attraverso operazioni nominalistiche, di cui la sinistra globalista e progressista é abile, si vuole pervenire ad una melassa indistinta non umana. A questo si deve contrapporre il principio di veritá, congiunto con quello di differenza, per cui trattare diversamente cose diverse é il piú grande atto di caritá e di giustizia.

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