14 Gennaio 2026

Quando i polli profanano…

di Angelica La Rosa 

LA TRAGEDIA DELLA CATTEDRALE DI PADERBORN 

Nel cuore di ciò che un tempo fu la cristianissima Germania, nella storica cattedrale di Paderborn, il 15 maggio scorso si è consumato un atto che grida vendetta al Cielo: una vera e propria profanazione del sacro, un insulto alla Tradizione, una parodia grottesca della liturgia cristiana.

Dinanzi all’altare — centro della presenza reale di Cristo, luogo santificato da secoli di preghiera e sacrificio — alcuni “artisti” si sono esibiti a petto nudo o in abiti succinti, lanciando in aria polli spennati e senza testa, il tutto sulle note deformate di un brano pop-rock in cui la parola “vita” è stata sostituita con “carne”. E questo sarebbe il modo in cui una nazione celebrerebbe la propria storia?

Non si tratta di una mera questione di gusto discutibile o di esuberanza creativa. Ciò che è accaduto nella cattedrale di Paderborn è un sacrilegio, un’offesa pubblica e manifesta alla dignità della Chiesa, alla santità della liturgia, e alla memoria di innumerevoli generazioni di fedeli che hanno venerato quel luogo come casa di Dio.

Assistiamo impotenti alla trasformazione delle nostre chiese in teatri sperimentali, in laboratori di avanguardia ideologica, dove il ridicolo si traveste da simbolismo e l’osceno pretende di incarnare valori morali.

È l’ennesima conferma della deriva spirituale e morale di una certa gerarchia ecclesiastica, sempre più intenta a compiacere il mondo piuttosto che annunciarvi il Vangelo.

Che l’arcivescovo di Paderborn, mons. Udo Bentz, fosse presente in prima fila senza opporsi immediatamente allo scempio è un segnale gravissimo. Il suo silenzio equivale a un consenso. Che il presidente federale tedesco vi assistesse “allibito”, senza tuttavia levare alcuna protesta, mostra ancora una volta quanto la coscienza cristiana sia stata anestetizzata dal culto del politicamente corretto e dalla religione dell’“ecologia” trasformata in nuova liturgia secolare.

La giustificazione degli organizzatori — “in Westfalia ci sono molti polli” — è grottesca e, al tempo stesso, tragicamente rivelatrice del vuoto spirituale in cui si muove l’arte contemporanea quando abbandona ogni riferimento al vero, al bello, al sacro.

Non siamo di fronte ad arte, ma a una caricatura, a una provocazione tanto gratuita quanto demenziale. I “valori” evocati — benessere animale, sostenibilità, nutrizione, cambiamento climatico — sono nobili in sé, ma piegarli a una messa in scena profanatoria nello spazio sacro significa strumentalizzarli per fini ideologici.

E quando si usa l’altare di Dio per fare propaganda, non si è più in una chiesa: si è in un tempio idolatrico.

La reazione popolare, per quanto tardiva, è stata giusta: una petizione che in pochi giorni ha raccolto quasi ventiduemila firme, e l’ammissione di colpa da parte del capitolo della cattedrale.

Ma il danno è stato fatto. La fede del popolo semplice è stata ferita, lo scandalo arrecato, e la presenza reale del Signore vilipesa da una parodia blasfema che non dovrebbe mai trovare spazio nella casa di Dio.

Ci si domanda: a cosa servono i vescovi, se non a custodire il sacro? A cosa servono le cattedrali, se non a offrire uno spazio separato dal mondo, riservato all’incontro con l’Eterno? E soprattutto: fino a quando tollereremo che il sacro venga oltraggiato nel nome di una “Chiesa aperta”, “inclusiva”, “sinodale”, dove tutto è permesso tranne l’adorazione in spirito e verità?

È tempo che i fedeli, soprattutto i cattolici legati alla Tradizione, si levino in piedi, senza timore, per difendere ciò che resta del sacro nella Chiesa visibile. È tempo di dire basta alle messe di burattini, ai balli liturgici, ai concerti pop sulle navate, alle performance blasfeme.

Le nostre chiese devono tornare ad essere ciò per cui furono costruite: templi del Dio vivente, non palcoscenici per acrobati e ideologi. Lo dobbiamo a Nostro Signore. Lo dobbiamo ai santi. Lo dobbiamo ai nostri figli.

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