14 Gennaio 2026

Un santo sacerdote: Don Gerlando Lentini

di Don Antonio Nuara

LA SPIRITUALITÀ IN DON GERLANDO LENTINI

Per noi credenti, al di là del ruolo che abbiamo, la spiritualità ha la sua fonte in Gesù e nella sua Parola. Agli Apostoli dice: “Imparate da me”; “Io sono via, verità, e vita”; “Chi segue me, non cammina nelle tenebre”; “Uno solo è il vostro maestro: Gesù Cristo”. “Io sono il pane della vita”. Perciò la fonte e la ragione della nostra spiritualità è Gesù Figlio di Dio che si è incarnato, prendendo la nostra natura umana, con il suo modo di essere, la sua parola e i suoi gesti.

Inizio con un riferimento a Don Giuseppe Urso. Era un asceta e, benché malato, per i seminaristi del Seminario minore di Favara e i sacerdoti del mio tempo che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e averlo come confessore, fu una guida e anche, per tanti di noi, Docente di Teologia Morale nel primo anno di studi teologici. Ricordo la sua prima lezione che ha avuto questo titolo: “Prima veri uomini, poi veri cristiani e poi ministri di Dio. Non si può essere veri cristiani se non si è veri uomini, come non si può essere veri sacerdoti se non si è veri uomini e veri cristiani”. “Umanità” e “Cristianità” che non possono darsi per scontate.

La spiritualità perciò, ha radici profonde nella nostra formazione umana e nella nostra formazione cristiana. Seguono poi le loro incarnazioni e le loro espressioni, secondo i ruoli, o vocazioni specifici che ognuno di noi ha nella vita e nella società del suo tempo. In questo quadro dobbiamo saper collocare la nostra vita e, oggi, quella che Don Gerlando Lentini ha espresso. Il riferimento fondamentale è Gesù, Figlio di Dio che per noi si è incarnato nel seno della Vergine Maria, la theotòkos, morto e risorto per la nostra salvezza, con i suoi detti e i suoi fatti. Così come gli esegeti che individuano in ogni Vangelo tre sezioni: il Kerigma, i Detti e i Fatti: L’annuncio della morte e resurrezione di Cristo; gli insegnamenti e i miracoli.

Ecco alcuni aspetti. A Filippo dice: “chi vede me vede il Padre. Io e il Padre siamo la stessa cosa”. C’è la consapevolezza dell’essere Figlio di Dio che lui chiama “Abbà”, papà mio. Di essere stato da Lui inviato per offrire se stesso per la Salvezza dell’Umanità. I riferimenti sono: Isaia, la dichiarazione nella sinagoga di Nazaret, quando, dove dopo aver proclamato il brano proprio del Profeta Isaia che diceva: “Lo spirito del Signore è su di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha inviato per annunciare la liberazione ai prigionieri e recuperare la vista ai ciechi, per mettere in libertà gli oppressi, per proclamare l’anno favorevole del Signore. E, dopo aver chiuso il rotolo disse: Oggi si è adempiuta questa Scrittura, che voi avete udito” (Lc, 4,16-21). Nella Lettera agli Ebrei (10,5-10) è scritto: “Tu non hai voluto né sacrifici o né offerta, ma mi hai preparato un corpo; non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora io ho detto: “Ecco, io vengo per fare, o Dio la tua volontà”. Perciò c’è la consapevolezza del suo “essere” e della sua “missione”. Dirà ancora: (Giovanni 10,9) “Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere”. Aggiunge anche che con la venuta dello Spirito Santo, gli apostoli comprenderanno la comunione che c’è tra Lui, il Padre e loro. E spesso ripete loro: “rimanete nel mio amore” (Gv 15,9); “chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue rimane in me ed io in Lui” (Gv 6, 54). Spesso lascia gli Apostoli e si ritira in preghiera, per dialogare con il Padre, anche se gli apostoli lo cercano e quasi lo rimproverano dicendogli: “tutti ti cercano”. La preghiera e la contemplazione sono testimonianza della sua comunione con il Padre. E Gesù lo raccomanderà anche agli apostoli: “Rimanete in me, come io in voi”. Come il tralcio alla vite” (Gv 15,4). Già nel Tempio aveva detto alla Madonna e a San Giuseppe: “non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio”? Giovanni nel prologo del suo Vangelo scrive: “Egli era la luce che veniva in questo mondo…. a quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figlio di Dio”. Ma per esserlo bisogna nascere non da carne, ma dallo Spirito. Lo dirà anche a Nicodemo in quel colloquio notturno.

Nel triduo pasquale c’è la realizzazione della sua missione: la morte, la resurrezione e la redenzione, anticipate nell’Eucarestia, consegnata agli Apostoli e alla Chiesa perché tutta l’umanità in ogni tempo e in ogni parte della terra ne potesse usufruire. Nell’ultima Cena dice: “Fate questo in memoria di me”. E dice anche: “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in Lui”. Paolo scriverà: Ogni volta che mangiate il suo corpo e bevete a questo calice voi annunciate la sua morte finché egli venga (1Cor11, 26). E la morte del Cristo è vita per chi lo riceve e annuncio salvifico per chi l’accoglierà. Nell’attenzione agli altri c’è la sua compassione che, come spesso ci ha ricordato Papa Francesco, non è commiserazione, ma attenzione amorosa per l’altro, soprattutto se fragile, debole, malato, affamato, assetato, escluso. Per questo si fa Samaritano e va per città e villaggi. Per questo Zaccheo corre avanti e sale sul sicomoro, perché “sapeva che doveva passare di lì; incontra la Samaritana al pozzo di Sicar, e poi i ciechi, il paralitico; entra nelle case dei pubblicani e dei peccatori. Per lui non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. E dirà ancora: “voi che siete affaticati e stanchi, venite a me e io vi ristorerò. Per questo moltiplica i pani e i pesci. L’altro per lui è la sua immagine: “lo avete fatto a me”. Agli apostoli che allontanavano i fanciulli, dice: “lasciate che i fanciulli vengano a me, perché di essi è il regno dei cieli”; Non condanna l’adultera. Semplicemente le dice: “vai in pace e non peccare mai più”. Tra il peccato e i peccatori c’è differenza: il primo lo condanna apertamente, ma i secondi li perdona. E sulla croce estenderà il suo perdono anche ai crocifissori e a quelli che lo insultavano.

Quando sceglie, non guarda al passato, ma ciò che ognuno può diventare dal momento che lo incontra, proiettato nel suo futuro con Lui. Comprendiamo le varie chiamate, soprattutto quella di Matteo e, dopo la sua resurrezione, quella di Paolo. Non sceglie i migliori, ma quelli che gli aprono il cuore e gli sanno dire: “Eccomi”, che sanno lasciare tutto per lui, fidandosi. Così comincia la Storia della Salvezza e così sarà sempre nel suo svolgersi: Abramo, i Profeti, Maria e Giuseppe, gli Apostoli, Nicodemo e tutti quelli che verranno dopo l’annuncio che Pietro, ricevuto lo Spirito Santo, fa dal tetto di una casa che Gesù è risorto e che Dio ha costituito “Signore”. Quel giorno, dicono gli Atti, oltre duemila persone chiesero di essere battezzati. E così sarà nel corso dei secoli e tanti continueranno a vivere e scrivere la Storia della Salvezza: Quanti giganti in questa storia meravigliosa: i martiri e i santi (il diacono Stefano, gli Apostoli, Ignazio d’Antiochia, Atanasio, Agostino, Ilario, Benedetto di Norcia, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Carlo Borromeo, Ignazio di Loyola, Luigi Gonzaga; Chiara, Agata, Lucia, Rosalia. E nei tempi moderni: Gemma Galgano, Giovanni Bosco, Massimiliano Kolbe, Edith Stein, il nostro Beato Rosario Livatino, i nostri Venerabili Padre Gioacchino La Lomia e Andrea da Burgio, e tanti altri, il cui elenco sarebbe interminabile. I Papi, I Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi e tutto il popolo di Dio abbiamo la stessa chiamata, anche se con ruoli diversi: “Siate santi perché io sono Santo”. E i nostri riferimenti sono due: l’Ambone e l’Altare: “accogliete la Parola di Dio per quella che è: Parola di Dio”; “Ogni volta che mangiate il corpo del Signore, annunziate la morte del Signore, fino a che egli venga”; “Lampada ai miei passi è la tua Parola, Signore, Luce sul mio cammino”.

LA SPIRITUALITÀ NEL RITO DELL’ORDINAZIONE DIACONALE E SACERDOTALE

Ordinazione diaconale

Preghiera di consacrazione

Effondi su di lui lo Spirito Santo che lo fortifichi con i sette doni della tua grazia, perché compia fedelmente l’opera del suo ministero… Sia pieno di ogni virtù, sincero nella carità, premuroso verso i poveri e i deboli, umili nel suo servizio, retto e puro di cuore, vigilante e fedele nello Spirito.

Consegna del Vangelo

Ricevi il Vangelo di Cristo del quale sei diventato annunciatore: credi sempre a ciò che proclami, insegna quello che hai appreso nella fede, vivi ciò che insegni.

Ordinazione Presbiterale

Preghiera consacratoria

Dona, o Padre a questo tuo figlio la dignità del Presbiterato, rinnova in lui l’effusione del tuo Spirito di santità; adempia fedelmente il Ministero del secondo grado sacerdotale da te ricevuto e con il suo esempio guidi tutti a una integra condotta di vita…; sia dispensatore dei tuoi misteri. L’eucarestia e la Parola, per il popolo a lui affidato….

Consegna

Imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di CRISTO.

Tralascio di parlare dell’Ordinazione Episcopale, non perché non merita attenzione, ma perché parliamo di un sacerdote!

LA SPIRITUALITÀ DEL PRESBITERO NEI DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II

I documenti di riferimento sono: De Ecclesia, Gaudium et Spes, Presbyterorum Ordinis. Intanto i padri conciliari esprimono tanta stima ai presbiteri per la loro missione preziosa nella Chiesa. La spiritualità del clero diocesano nel passato è stata mutuata da quella propria dei religiosi, quasi ad inculcare che solo dalla separazione dal mondo e dalla sua quotidianità si può vivere la propria fede e la propria vocazione. Era quasi un servire nel mondo, ma col desiderio di “fuggirne da esso. Al contrario, il Concilio ribadisce che la santità del presbitero si vive e si accresce nel mondo, ma non lasciandosi prendere da esso. Inoltre la vita e la spiritualità nel presbitero nasce e si vive nella diocesanità. È in essa che si deve ravvisare la caratteristica della sua spiritualità; nella stabile dedizione alla Chiesa locale e nella comunione con il Vescovo. È chiamato e consacrato da Cristo “per il servizio dei fratelli nelle cose che riguardano Dio (Eb 5,1) Ecco perché “deve” qualificarsi spiritualmente immergendosi nella vita della sua Comunità, ricordando quanto dice San Paolo: “Nulla di estraneo è nella mia vita, tutto fatto a tutti per tutti guadagnare a Cristo”. Non sono due mondi paralleli: quello suo e quello della sua Comunità. Mi ha fatto sempre soffrire, non condividendole, quelle parole frequenti nel nostro popolo: “Il prete è prete sull’Altare. Quando scende e si toglie il collare non lo è più”. Assolutamente no. Il Concilio Vaticano II con la Gaudium et spes al primo numero ci dice: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono, sono anche le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”.   Sullo stesso tenore è l’insegnamento espresso da Papa Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis. E chi meglio del sacerdote non deve essere “discepolo” col cuore di Cristo?

Nell’attività religiosa e spirituale della propria vita va aggiunta l’attività apostolica come parte integrante della sua vita come pastore di anime. Azione e contemplazione, contemplazione e azione. Non due momenti separati, ma un “unicum”, un tutt’uno e sempre in comunione con il Vescovo. Una raccolta di scritti di Padre Pierre Theilard de Chardin porta questo titolo: La Messa sul mondo. Questa visione fu controversa per tanto tempo, da uomini di Chiesa che non sapevano “guardare alle cose con l’occhio di Dio”. Paolo VI così ha scritto di lui: “È stato uno scienziato che, proprio nello studio della materia fosse riuscito a “trovare lo Spirito” e come la sua spiegazione dell’universo manifestasse, anziché negare, “la presenza di Dio nell’universo quale principio intelligente e Creatore”. La Gaudium et Spes, ha scritto l’allora cardinale Ratzinger, è tutta impregnata del pensiero di Padre Pierre Theillard de Chardin”, pensiero che la Chiesa ha fatto suo. Del resto tutti i Salmi uniscono cielo e terra nell’unica narrazione delle meraviglie del Signore. Il presbitero santifica il mondo e il mondo deve essere il suo terreno per santificarsi. Lui fa l’esperienza della gioia di Dio e lo stesso, per riflesso, devono poter fare i fedeli affidati alle sue cure. Gesù dice: “imparate da me”. Gli fa eco San Paolo: “anche se un angelo vi dicesse qualcosa di diverso da quello che io vi ho comunicato, non credetegli”. E così fu per il Beato Antonio Rosmini, Padre Massimiliano Kolbe, don Primo Mazzolari e Don Lorenzo Milani, solo per citarne alcuni e di cui Don Gerlando scrisse tanto.

Lo stesso Papa Paolo VI, prima di iniziare la seconda fase del Concilio, prima di discutere della Chiesa nel mondo contemporaneo, che si esprimerà proprio con la Gaudium et Spes, fece stampare oltre 2.500 copie del libro del Rosmini, Le cinque piaghe della Chiesa, che era stato messo all’Indice dei Libri Proibiti e lui minacciato di scomunica, disse ai Padri Conciliari “prima studiamo questo libro prezioso e poi iniziamo a discutere”. È da dire che il Rosmini ha obbedito alla Chiesa. Papa Giovanni XXIII definì don Primo Mazzolari: “la tromba dello Spirito Santo”. E per Papa Francesco uno dei primi gesti del suo pontificato è stato quello di andare a pregare sulla tomba di Don Lorenzo Milani. Del resto Gesù dice degli Ebrei: “i vostri padri hanno ucciso i profeti e voi fate loro i monumenti” (Lc 11,47). La gioia che si trova nel cuore del presbitero, per l’esperienza personale che fa di Dio, attraverso la preghiera, l’adorazione, la meditazione e l’ascolto interiore della Parola, deve traboccare e domanda di essere annunciata e donata e diventare servizio. Noi presbiteri come Gesù siamo lo sposo e la Chiesa la sposa. Perché come gioisce lo sposo per la sposa, così gioirà per te il tuo Dio (Is. 62,5).

Il Prefetto della Congregazione per il Clero, il Cardinale Beniamino Stella, nell’intervista rilasciata all’Osservatore Romano (02.06.2017), in merito alla nuova stesura della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, così si esprime: “Per essere un buon prete, oltre ad aver superato e bene tutti gli esami, occorre una comprovata maturazione “umana”, “spirituale” e “pastorale”. Perché il presbitero non è impresario di feste o di celebrazioni, quasi un impiegato ad ore. E la dichiarazione iniziale di Padre Urso, già citata, ne è la conferma. E ancora afferma: queste sono le tre parole chiavi: 1) “Umanità vera e non presunta” con amabilità, autenticità, lealtà, interiormente liberi, affettivamente stabili, capaci di relazioni interpersonali veri, senza ipocrisie o doppiezze; 2) “Spiritualità vera e vissuta: non è un impiegato o distributore del sacro né, tantomeno, impresario di feste”; 3) “Discernimento”: formare preti lungimiranti che sappiano leggere i segni dei tempi, interpretarli e viverli nella fedeltà al Vangelo”. “Oggi, purtroppo abbiamo una Chiesa autoreferenziale, che parla a una Chiesa che non c’è. Chiesa e cristiani sembra che camminino con passi diversi e su strade diverse. È necessario rivedere il nostro stile di essere “Chiesa”, sapendo vedere le convergenze e le divergenze per trovare nel Vangelo le giuste risposte, senza tradirlo”. Così si è espresso il Vescovo di Chieti nella Veglia di preghiera diocesana per la Giornata della santificazione Universale del 6 novembre 2015.

DON GERLANDO COME HA VISSUTO LE TEMATICHE SOPRA ESPOSTE?

Per chi lo ha conosciuto da vicino, la risposta non può che essere positiva. Apparentemente poteva sembrare burbero e rigido: lo era con sé stesso, ma quando personalmente si veniva a contatto con lui, si scopriva tutta la sua amabilità rispettosa, la sua paternità di sacerdote dal cuore aperto, pronto ad accogliere e dare il balsamo della sua consolazione. Soprattutto nel Sacramento della Confessione e della direzione spirituale. Per lui la vita era: “azione e contemplazione”. Era scritto sul portone della Comunità ecumenica di Taizè, guidata da Fra Roger Schutz e che lui ha fatto sua. L’Eucarestia ben celebrata, prima di tutto con il cuore. Ha ben scritto sulla Messa, come celebrazione del mistero pasquale che ogni giorno si attualizzava, soprattutto la Domenica. La vita del presbitero è cristocentrica e fondamentale nella sua vita e ad essa attinge nella Messa la sua linfa. L’attenzione nella celebrazione dell’Eucarestia, culmine e fonte della sua spiritualità, era massima nella sua preparazione interiore, come anche nel predisporre tutto con precisione e amore.

Celebre era la sua Messa mattutina delle ore 7.12 minuti nella chiesa di san Giuseppe, piena di professionisti e di lavoratori e che alle ore 8.00 in punto, tranquillamente tutti potevano andare al loro posto di lavoro. Quando quella brutta Domenica, trovò la chiesa di San Giuseppe chiusa, senza essere nemmeno avvisato, quasi piangendo, mi raggiunse e mi disse: “Nuara, ho trovato la chiesa chiusa, non ho nemmeno il camice e il calice. Posso celebrare la Messa nella tua chiesa?”. Da quel giorno la chiesa dell’Immacolata di Ribera, la Parrocchia che il sottoscritto aveva affidata, fino all’ultimo suo giorno, diventò la sua chiesa. E la messa per lui era una cosa molto seria: celebrava contemplando. Spesso ricordava di un sacerdote che celebrava poco bene la Messa con queste parole: “Povero Gesù Cristo nelle mani di Padre Sciaverio”. E dopo la sua morte: “Povero padre Sciaverio nelle mani di Gesù Cristo”.

Avendo anch’io avuto in custodia la Chiesa di San Domenico Savio di Seccagrande nella zona balneare, prima affidata alle sue cure, ricordo nei primi giorni che lo incontrai, la sua felicità e la sua soddisfazione per tutto quello che vi aveva fatto per renderla bella. E gioioso come un bambino, mi mostrava i banchi, il paravento, i paramenti che aveva acquistato. E durante il suo periodo, nella quindicina della Madonna assunta, la Chiesa diventava l’”Oasi della Spiritualità”. Per questo si premurava di invitare sempre sacerdoti e frati di santa vita, per celebrare, spezzare la parola e dedicarsi al sacramento della riconciliazione. Credo che tutti ricorderanno ancora la presenza di Padre Umile di Maria, Frate dei Francescani Rinnovati con le lunghe file di chi voleva accostarsi alla Confessione. E lo stesso era per la direzione spirituale che dava agli altri. E Don Gerlando si manifestava così, come il padre che ascolta e ha per tutti una parola di conforto e di incoraggiamento. Don Gerlando ne parlava spesso di questi temi, raccolti in due libri che tutta la nostra Chiesa agrigentina dovrebbe leggere e meditare: Prete, soltanto Prete e Più Pastori e meno burocrazia nella Chiesa Italiana. Desiderava il decoro di chi entrava in chiesa, ricordando che per la chiesa ci doveva essere l’”abito consono” al luogo sacro. Come anche il rispetto del silenzio. Un giorno fece un gesto eclatante: sospese la messa perché molti fedeli stavano a chiacchierare. Qualcuno lo giudicò esagerato, ma tanti dissero: “ha fatto bene”. In effetti non si va in chiesa come in un cortile dove domina il chiacchiericcio o come si usa dire a Ribera: “lu sparlittìu”. Era un suo stile: far bene ogni cosa in chiesa, a scuola, nelle relazioni interpersonali. E si dispiaceva molto quando ciò non accadeva.

Ricordo un ultimo particolare. Durante le Quarantore, prima si usava cantare il Compieta, poi il Vespro del Corpus Domini. Per anni ed anni tutti i Sacerdoti hanno utilizzato e fotocopiato il testo da lui preparato e stampato. Amava essere in comunione con i suoi confratelli e all’occasione anche servirli. Oltre sulla vita spirituale dei Presbiteri e del loro essere pastori, ha scritto tanto sulla dignità dell’uomo e della donna. Tante le biografie che sono uscite dalla sua penna e dal suo cuore. Come anche ha ben scritto sulla parola di Dio. Ho letto e meditato più volte il suo volume sul Vangelo di Luca, dove pone proprio la sua attenzione sulla misericordia di Dio verso tutti noi ed espressa nell’Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione di Gesù e in Lui, anche della nostra. Fede e amore che ha saputo anche versare nelle tante sue biografie sui vari santi, e su La Via, la sua rivista dattiloscritta e fotocopiata per ben 63 anni. Piene di amore e di saggezza spirituale erano tutte le risposte alle tante lettere che i lettori dalle varie parti d’Italia gli inviavano. Sulla Madonna e della sua presenza nella vita della Chiesa, e quindi in quella del Presbitero, ispirandosi agli scritti di Don Luigi Maria Grignion de Monfort, soprattutto al “Trattato della vera devozione alla Santa Vergine”, ha scritto parecchio. Uno dei suoi titoli: Il Vangelo secondo Maria.

Ha fatto sue le parole che San Paolo scrive nella lettera ai Romani citando il Deuteronomio (Rm 3,10): “con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si annunzia e si fa la professione di fede per avere la salvezza”. E si vedeva che “lo spingeva sempre lo zelo del Signore (Salmo 69)”. Concludo con quello che noi sacerdoti abbiamo scritto per annunciare la sua morte.

“Don Gerlando Lentini

Il Sacerdote, il Maestro, l’Educatore, lo Scrittore, e il Pubblicista.

Ministro sempre di Dio e di nessuno altro;

Sempre disponibile e paterno con chi a lui ricorreva.

Esperto nelle Scienze Umane e cristiane, che

sapeva sempre spezzare come un buon padre,

adattando il cibo per ogni suo figlio”.

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