17 Gennaio 2026

Palalić: “Sta nascendo un nuovo mondo di imperi”

di Matteo Orlando

INTERVISTA A JOVAN PALALIĆ, DEPUTATO SERBO

“Quando il conflitto è esistenziale, la diplomazia ha i suoi limiti”. Lo ricorda Jovan Palalić, Deputato del Parlamento della Serbia.

Palalić è il Presidente del Gruppo di amicizia della Serbia con l’Italia, la Santa Sede e il Sovrano Ordine di Malta, e lo abbiamo intervistato in esclusiva per Informazione Cattolica.

Qual è il cambiamento geopolitico più importante nel mondo oggi?

Stiamo assistendo alla scomparsa dell’ordine mondiale creato in due fasi. Parlo di due fasi perché, indipendentemente dalle diverse modalità di funzionamento, esso aveva comunque regole chiare che, più o meno, venivano rispettate. La prima fase è stata l’ordine bipolare, esistito dal 1945 al 1991. Successivamente abbiamo avuto, di fatto, un ordine unipolare, nel quale hanno dominato gli Stati Uniti d’America. Il quadro generale di funzionamento di questo ordine è stato fornito, sul piano della sicurezza, dalla Carta delle Nazioni Unite, e sul piano finanziario dagli Accordi di Bretton Woods. Sotto i colpi di diverse crisi economiche, finanziarie e sanitarie, dell’ascesa economica e delle ambizioni geopolitiche e imperiali di altri attori, soprattutto delle potenze orientali, questo ordine sta scomparendo davanti ai nostri occhi. Sta nascendo un nuovo mondo di imperi, che non ha ancora regole solide e che, proprio per questo, è pericoloso. Per ora, al di là del commercio delle sfere di influenza, soprattutto nelle aree dove prevalgono interessi di sicurezza e di risorse, non vediamo i contorni di una struttura chiara capace di offrire risposte a una serie di questioni complesse che hanno provocato guerre in molte parti del mondo.
Se la Carta delle Nazioni Unite non viene più rispettata e il Consiglio di Sicurezza è diventato un terreno non di compromesso generale, ma di egoistico uso del veto, le dispute territoriali e la corsa agli armamenti minacciano di trascinare il mondo in un caos incontrollato. C’è da sperare che, a differenza del mondo degli imperi esistito prima della Grande Guerra, quello odierno riesca in qualche modo a definire un ordine e delle regole che impediscano gli scenari peggiori.

Quali sono le prospettive per la pace mondiale e quale potrebbe essere il ruolo dei cristiani?

Vediamo oggi enormi sforzi, soprattutto da parte del Presidente degli Stati Uniti, per raggiungere accordi di pace in due luoghi dove si stanno consumando grandi tragedie: l’Ucraina e Gaza. Tuttavia, dobbiamo comprendere che gli interessi di coloro che partecipano ai conflitti sono enormi e spesso non possono essere pienamente chiari a chi li osserva superficialmente. Per ciascuna delle parti in conflitto sono in gioco il territorio in cui vivono, l’identità e le risorse per il futuro. È necessario entrare nel cuore più profondo di ciò che definisce le paure delle persone coinvolte nei conflitti e capire che cosa potrebbe eliminare o almeno attenuare tali paure nel lungo periodo, affinché si aprano autentiche prospettive di pace. Per questo sono indispensabili comprensione, pazienza e un dialogo perseverante. L’insegnamento cristiano sulla dignità dell’uomo, l’universalità del destino umano e della salvezza, la tradizione millenaria dell’ascolto, della pazienza e dell’apertura, così come una solida logica di ragionamento che va all’essenza delle questioni, potrebbero essere utili in conflitti così complessi ed esistenziali. Quando il conflitto è esistenziale, la diplomazia ha i suoi limiti. In Ucraina tutti sono concentrati sulla disputa territoriale, mentre viene trascurata la questione della fede, dell’appartenenza a determinate Chiese e quindi alla nazione, che definisce l’identità e sta alla base di questa sanguinosa guerra.

Dove si trova oggi l’Europa e quale è il suo ruolo nel mondo?

Il mondo degli imperi che sta nascendo trova l’Europa impreparata, indefinita e debole. Osservando il modo in cui i nuovi imperi pongono le questioni in termini di rivendicazioni territoriali, controllo degli spazi e delle risorse, rapporti con i Paesi più piccoli, potenza e sviluppo tecnologico, è chiaro che ci attendono tempi di “gioco duro”. L’Europa è in ritardo nello sviluppo tecnologico, nell’innovazione, nella struttura decisionale, nella chiarezza strategica, nella visione della sicurezza, nel potenziale demografico e nella coesione valoriale interna. Il tentativo di costruire una qualche forma di “Europa imperiale” su basi liberali e attraverso la riduzione dell’influenza dei suoi Stati e delle sue nazioni mediante la pressione delle strutture burocratiche non è naturale. Se vuole sopravvivere in un mondo sempre più duro, l’Europa deve tornare alle proprie fondamenta, di cui ha scritto Papa Benedetto XVI. A partire da una trasformazione valoriale, occorre costruire una struttura di ulteriore integrazione che non neghi le specificità delle sue nazioni e dei suoi Stati, ma li colleghi proprio sulla consapevolezza che solo uniti possono evitare di diventare vassalli e semplici riserve di risorse per le altre grandi potenze. Così potrebbe iniziare una trasformazione attraverso il dialogo, capace di definire una nuova strategia per il futuro e forse una forma particolare di impero, per la quale l’Europa possiede tutti i potenziali necessari. L’eredità della Grecia, di Roma e del cristianesimo rappresenta un grande serbatoio di ispirazione per nuove idee, per una rinascita tecnologica ed economica, per una nuova fiducia in se stessa che la protegga e per una nuova cultura capace di attrarre nuovamente.

Qual è il posizione della Serbia riguarda ai cambiamenti geopolitici attuali?

Il mio Paese, la Serbia, è uno Stato di medie dimensioni in termini europei e un piccolo Paese su scala mondiale. Abbiamo pienamente compreso i processi che oggi si stanno svolgendo, poiché, dal punto di vista storico, abbiamo avuto ruoli diversi in molte svolte mondiali. La nostra identità, definita dal desiderio di rimanere indipendenti come Stato e di decidere autonomamente dei nostri interessi, ci ha spesso collocati nella posizione in cui le grandi potenze o gli imperi combattevano per l’influenza sul nostro territorio. A causa della nostra posizione centrale nei Balcani, non hanno mai voluto che la Serbia si governasse da sola. Così è anche oggi, e siamo esposti a forti pressioni sia delle potenze occidentali sia di quelle orientali affinché ci schieriamo definitivamente con gli uni o con gli altri. Ciò che sentiamo più profondamente è l’appartenenza all’Europa, dove desideriamo essere, ma come nazione sovrana, che non rinuncerà alla propria identità e alla propria libertà, che non sarà umiliata ma rispettata. Non si possono applicare doppi standard alla Serbia: nel nostro caso non viene rispettata l’integrità territoriale e ci viene sottratto il Kosovo, mentre in Ucraina essa viene difesa. Vogliamo rimanere liberi. Non è facile: nella storia abbiamo spesso pagato un prezzo elevato per questo, ma questa è la nostra identità e senza di essa non saremmo serbi.

Qual è il significato del dialogo ecumenico e della difesa dei valori tradizionali cristiani?

In un mondo così frammentato, oggi più che mai abbiamo bisogno del dialogo, prima di tutto tra noi cristiani. Se il mondo si divide sempre di più, noi dobbiamo essere i primi a incontrarci, a dialogare e a cercare modi per superare le divisioni. A differenza di coloro che costruiscono i propri imperi chiudendosi in se stessi e nel proprio sistema di valori al servizio di tali progetti, i cristiani oggi devono ritrovare quel senso di universalità e di missione universale della Chiesa, che non può essere solo uno strumento della nazione e delle ambizioni nazionali, come spesso vediamo in molte Chiese sia in Oriente sia in Occidente. Se torniamo agli insegnamenti fondamentali su come Dio ha concepito l’uomo e la sua missione sulla terra, e su come lo ha guidato attraverso la storia indicando chiaramente quali siano le strutture sociali desiderabili che lo aiutano nella realizzazione di sé – a partire dalla famiglia, dalla nascita, dall’educazione, dall’incontro con l’altro e con il diverso – noi, come cristiani, potremo almeno accendere una scintilla di speranza in questo tempo caotico, dimostrando che l’apertura e il rispetto reciproco non sono stati definitivamente sconfitti dall’egoismo e dai pregiudizi.

Qual è il significato della celebrazione dei 1700 anni del Primo Concilio di Nicea nel mondo contemporaneo?

Il Primo Concilio Ecumenico di Nicea fu un esempio di unità nella diversità e di disponibilità al dialogo, nella consapevolezza che attraverso il dialogo si realizza un valore molto più alto. Sono ben noti i risultati teologici e dogmatici di questo, senza dubbio, il più importante Concilio della storia del cristianesimo. La sua durata, le polemiche interne e persino i conflitti non hanno scosso la ferma fede in Dio e nella Sua Provvidenza, che l’unità sarebbe stata raggiunta e che la Chiesa di Cristo ne sarebbe uscita rafforzata. Nel tempo attuale, il significato di questo evento può essere osservato da due punti di vista. Da un lato, vi è la necessità del dialogo tra gli eredi di coloro che furono protagonisti a Nicea, cioè la Chiesa Ortodossa, la Chiesa Cattolica e le altre Chiese orientali o non calcedonesi. Proprio l’evento di Nicea ammonisce che è inaccettabile non dialogare e non cercare spazi per superare le differenze ecclesiologiche e dogmatiche sorte nel corso della storia terrena della Chiesa, se i nostri padri poterono farlo in un tempo in cui le dottrine non erano ancora definite e le differenze emergevano in ogni luogo in cui il cristianesimo nasceva. È vero, oggi non c’è Costantino il Grande, ma è sempre presente, come lo era allora, lo Spirito Santo, a guidare coloro che in buona fede cercano soluzioni che conducano alla verità, alla riconciliazione e all’amore. Dall’altro lato, il Concilio di Nicea può essere fonte di ispirazione anche per coloro che oggi, nel mondo profano, guidano i loro Stati o nuovi imperi, affinché comprendano il valore del dialogo attraverso la pazienza e il compromesso, che allora salvò l’unità non solo della Chiesa, ma anche dell’Impero romano di Costantino, e che oggi potrebbe salvare il mondo da grandi sciagure.

Che cosa significherebbe l’unità cristiana in un tempo come quello odierno di grandi sfide per tutta l’umanità?

La Chiesa è stata fondata dal Signore Gesù Cristo come unica e forte, tanto che le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. Tuttavia, la vita storica della Chiesa, le circostanze statali e sociali in cui si è sviluppata, nonché la debolezza e la peccaminosità degli uomini, hanno portato a diverse visioni del suo ruolo terreno e quindi a divisioni inaccettabili, persino a conflitti. Ciò che era la Chiesa originaria – la comunità degli apostoli che, pur nelle loro differenze, avevano una solida unità – nel corso dello sviluppo della Chiesa e del suo complesso rapporto con lo Stato e i governanti si è trasformato in divisioni che, purtroppo, durano ancora oggi. Non possiamo, né sarebbe utile, negare le differenze ecclesiologiche e dogmatiche che oggi esistono all’interno delle Chiese e delle comunità cristiane. Esse sono un fatto e costituiscono l’identità verso la quale sono orientati molti dei loro fedeli. Tuttavia, questo fatto non deve in alcun modo rappresentare un ostacolo alla tensione verso l’unità, che è lo stato originario e naturale della Chiesa di Cristo. Il suo raggiungimento dipende in parte dagli uomini, ma soprattutto dal Signore stesso e dalla Sua Provvidenza. Eppure, i cristiani oggi devono mostrare la volontà di tale unità, perché senza una certa forma di azione cristiana comune e concordata nel mondo, soprattutto nella difesa di ciò che si chiama la dignità di ogni uomo nato a immagine di Dio, esistono seri rischi che tale uomo scompaia. L’intelligenza artificiale, le nuove tecnologie, la riduzione del libero arbitrio attraverso la propaganda, l’inquinamento del pianeta, l’enorme ricchezza di singoli individui e la povertà di intere regioni, le guerre, le nuove idee che distruggono la famiglia e il rapporto naturale tra i sessi sono solo alcune delle sfide che devono spingere tutte le Chiese ad avvicinarsi, a concordare approcci e posizioni e ad alzare la voce in difesa del concetto dell’uomo come ponte tra il mondo visibile e quello invisibile, con la missione di custodire il creato affidatogli, nella piena dignità dell’essere creato da Dio per l’amore e la comunione.

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