17 Gennaio 2026

“La Chiesa non è un bastione maschilista”

di Angelica La Rosa 

LE RIFLESSIONI DI JEAN SÉVILLIA

Jean Sévillia, scrittore e giornalista tra le firme più note di Le Figaro Magazine, ha rilasciato una lunga intervista alla rivista Le Point nella quale si presenta come un cattolico conservatore senza complessi, difendendo apertamente la tradizione liturgica e le posizioni dottrinali della Chiesa.

Sévillia definisce la propria fede in modo netto, affermando che essa coincide con ciò che insegna la Chiesa: Gesù Cristo, morto crocifisso e risorto, è il Figlio di Dio venuto a redimere il peccato del mondo, e si dichiara senza esitazioni cattolico conservatore, tradizionale e persino tradizionalista.

A suo giudizio, accettare la Chiesa così com’è non significa rinchiudersi in una prigione intellettuale, ma appartenere a un’istituzione che ha dato grandi santi, teologi prestigiosi e umili fedeli, dei quali egli si considera un modesto fratello, ribadendo che non spetta a lui giudicare la Chiesa.

Sul piano dottrinale distingue tra ciò che è immutabile e ciò che è discutibile, sostenendo che la verità divina non nasce dal dibattito ma è ricevuta attraverso la rivelazione trasmessa dai Vangeli, e che mentre il dogma non cambia, la disciplina può evolvere.

Cita a questo proposito il celibato sacerdotale, teoricamente discutibile come dimostra la prassi delle Chiese orientali unite a Roma, ma che nella Chiesa latina egli difende come un tesoro ribadito da tutti i papi.

Sévillia ricorda anche le proprie radici familiari, con una madre bretone e cattolica e un padre di origine ebraica, non credente e privo di legami culturali o religiosi con l’ebraismo, il cui cognome risale agli antenati espulsi dalla Spagna nel XV secolo.

Dal padre, combattente nel 1940 e prigioniero di guerra fino al 1945, dice di aver ricevuto lo spirito scout, l’amore per l’Austria, il gusto per l’eleganza e il rifiuto dell’antisemitismo, ricordando anche la tragica scomparsa di alcuni familiari ad Auschwitz.

Padre di sei figli e nonno di venti nipoti, racconta che uno dei suoi figli è sacerdote della Fraternità San Pietro e che tutta la famiglia vive intensamente la tradizione cattolica, dalle scuole al movimento scout fino al pellegrinaggio di Pentecoste a Chartres, definendosi senza imbarazzo una famiglia classica di tipo “versaillese”.

Riguardo alla liturgia, afferma di appartenere all’ultima generazione cresciuta con la Messa in latino e di percepire maggiormente la sacralità nel rito tradizionale, che a suo avviso favorisce il silenzio, l’interiorità e l’adorazione, mentre giudica spesso troppo loquaci le celebrazioni moderne, sostenendo che è naturale rivolgersi a Dio in modo diverso rispetto a una conversazione ordinaria.

Non nasconde le proprie riserve sul pontificato di papa Francesco, che definisce divisivo e faticoso anche per i suoi sostenitori, contrapponendovi la figura di papa Leone XIV, che descrive come un papa pacificatore, capace di sanare ferite e superare divisioni, considerandolo un dono di Dio.

Consapevole della crescente marginalità del cattolicesimo nella società francese, osserva che molti non hanno ancora accettato di essere diventati una minoranza e che la morale cattolica entra spesso in conflitto con l’evoluzione sociale, prevedendo che i suoi nipoti, una volta adulti, saranno molto minoritari, situazione che egli considera insieme una debolezza e una forza.

Infine difende il sacerdozio esclusivamente maschile, sostenendo che la Chiesa non è un bastione maschilista e ricordando il ruolo centrale della Vergine Maria e delle sante dottori della Chiesa, affermando che il sacerdozio è maschile per ragioni teologiche, poiché il sacerdote è configurato a Cristo, vero Dio e vero uomo, e Gesù era di sesso maschile, concludendo che lo scontro tra cultura cattolica e mondo moderno esiste, ma non rappresenta per lui un motivo per rinunciare alle posizioni dottrinali della Chiesa.

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